Se la vita imita l’arte più di quanto l’arte non imita la vita, non si sa. Quello che si sa è che uno dei linguaggi più utilizzati per la diffusione delle idee e per la persuasione di massa è quello artistico in particolar modo cinematografico. Allora riflettevo in questi giorni in occasione della richiesta di mia figlia dodicenne di andare al cinema a vedere A un metro da te – la storia di due giovani innamorati che condividono la fibrosi cistica – sul perché certi film possono essere particolarmente manipolativi seppure sotto un profilo così politicamente corretto! I film che negli ultimi anni affrontano il tema della malattia e in particolar modo il cancro sono talmente tanti che un nuovo termine è entrato a far parte del gergo cinematografico col genere inedito di cancer movie. Tanti sono film drammatici, molte proposte sono improntate verso la commedia o il sentimento strappalacrime; in generale da L’ultima neve di primavera dei primi anni ‘70 dove il protagonista bambino biondo era destinato a morire pesantemente di leucemia, più attualmente si tende a non scadere nella cosiddetta pornografia del dolore e negli ultimi anni la novità è che nei cancer movie la malattia è diventata una sorta di cesura in grado di trasformare nel bene e nel male la vita dei protagonisti. Il tumore, creando un tempo di vita determinato, costringe a scelte che altrimenti verrebbero rimandate. La malattia viene filmata nel suo essere viatico per la redenzione, pensiamo già Gran Torino di Clint Eastwood, nonno di campioni di incasso più attuali. All’interno del genere cancer movie si è sviluppata infatti un’ulteriore ramificazione che coinvolge i ragazzi molto giovani, è il sottofilone dei sick movie in cui due personaggi s’innamorano, ma uno dei due è affetto da una grave malattia che generalmente lo porterà alla morte prima dei titoli di coda e in cui la forte dose emozionale è generata dal realismo della storia e dall’amore o dall’amicizia fra i protagonisti. Si può pensare che questo genere possa riattualizzare con la metafora del morire giovani le più antiche metafore della narrazione epica. Bianca come il latte rossa come il sangue è una specie di storia di Dante e Beatrice contemporanea, Leo ha 16 anni, Beatrice è malata e potrebbe morire. Sono storie struggenti in cui non manca humor cinico e brillante.

Dal capostipite Love story del 1970, negli ultimi venti anni la produzione del genere è andata diffondendosi a livello internazionale di pari passo con il dilagare di malattie gravi legate perlopiù a taciuti fattori ambientali. Per citare i più noti L’amore che resta 2011, Alabama Monroe 2012, Colpa delle stelle 2014, Io prima di te 2016, e altre decine di film sempre su cancro e leucemia.

L’azione formativa dei cancer movies: la riscrittura della realtà

C’è da chiedersi se questi film sulla malattia non esercitino un’azione formativa sulla popolazione di spettatori -la soap di canale 5, Braccialetti rossi, ne ha avuti 4,3 milioni!- necessaria in un’epoca in cui si registra un aumento dei casi di cancro nel mondo. Oltre 18 milioni i nuovi casi stimati nel 2018 nel mondo secondo il report IARC, e in cui secondo i dati del Global Cancer Statistics e lnternational Agency for Research on Cancer, l’Europa col 9% della popolazione mondiale registra il 23,4% dei casi totali e il 20,3% dei decessi. Il cancro in adolescenza inoltre ha inferiori probabilità di guarigione anche rispetto all’infanzia. Una ricerca condotta dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l’ISTAT (Andrea Tavilla I tumori negli adolescenti e nei giovani adulti ) ci dice innanzitutto che malgrado le percentuali in crescita il problema venga

trascurato sia dal punto di vista epidemiologico che sul versante della ricerca eziopatogenetica. Risulta difficile avere dati attendibili su un tema così importante. Pare che i tumori pediatrici vengano mascherati sotto falsi numeri, il rapporto AIOM (I numeri del cancro in Italia Roma, il Pensiero scientifico editore 2017) tende a sminuire il dato evidenziandone una percentuale inferiore rispetto alle altre epoche della vita, ma come rilevano altre ricerche (Gentili P. et al. Epidemiological burden and causal factors of childhood cancer: to many uncertainties. Epidemiol Prev. 2018il numero di nuovi casi andrebbe valutato considerando la drastica riduzione della popolazione in età 0-14 anni quasi dimezzata dal 1971 a oggi rispetto alla popolazione anziana, cosicché la percentuale di malattia sembra diminuita ma di fatto invece i tumori pediatrici hanno incidenza crescente e sono una delle principali cause di morte in quella fascia di età. Il rapporto ricorda che la sopravvivenza per i tumori pediatrici è molto aumentata negli ultimi 40 anni ma è anche vero che nel corso della vita i due terzi dei sopravvissuti hanno complicanze gravi e tassi di ospedalizzazione più alti della popolazione generale fino a 30 anni dalla diagnosi e incidenza di complicanze che aumenta con l’età. In un recente aggiornamento dell’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) si rileva che il sud Europa ha maggiore incidenza di cancro pediatrico. Ma il dato ancora più sconcertante è che paesi come l’Italia di fatto eludono la partecipazione alla ricerca in buona percentuale – per l’Italia hanno partecipato solo 15 dei 45 registri accreditati. Malgrado ciò l’Italia ha l’incidenza più elevata -200 bambini per milione di abitanti rispetto al 2010 in cui erano 140 -. E consideriamo che i siti calcolati nella ricerca erano solo Umbria, Modena, Parma e Romagna. Non c’era la terra dei fuochi non c’era Taranto. Nel 2012 a Taranto si rilevava una incidenza di tumori maggiore fino al 100% (il sole24ore 22-10-2012). Ma tali rilevamenti dal Registro Tumori Puglia su internet non si riescono ad avere, pare che i dati sull’incidenza siano forniti direttamente dagli ospedali che riportano un incremento di tumori maligni in particolar modo a carico dell’apparato respiratorio in relazione all’aumento di 10mg- metrocubo di polveri provenienti dalla zona industriale.

Ironia della sorte la fiction Braccialetti rossi è stata girata proprio a Fasano in Puglia, una serie tratta dall’omonimo romanzo di Alberto Espinosa, che parla dell’amicizia, solidarietà, amore in un gruppo di ragazzi ospedalizzati, che dall’Italia alla Spagna diventa un format vincente che conquista il mondo e che rende il cancro in adolescenza qualcosa di conosciuto, nominabile, poetico persino. I braccialetti rossi, sdoganati dalle anoressiche, diventano oggetto simbolo di milioni di ragazzini e ragazzine che li comprano on line per sentirsi gruppo e la malattia quasi quasi un evento figo! Milioni di piccoli spettatori, in buona parte destinati ad ammalarsi o in contatto parentale o sentimentale con ammalati di cancro, familiarizzano con una tematica talmente angosciante che fino a qualche generazione fa non si poteva neanche nominare. Il cancro veniva avvicinato con termini spaventosi come “il brutto male” o allusioni. Oggi la malattia è in aumento e tale consapevolezza potrebbe rivelarsi potenzialmente devastante dal punto di vista psicologico e ingestibile sul piano sociale. L’impatto che il fenomeno della mortalità infantile e giovanile per cancro sarebbe in grado di evocare avrebbe una potenzialità enorme. La pericolosa potenzialità di indagarne seriamente le cause. Potenzialità di denuncia. Pretesa di trasformazione economica. Sovvertimento di un’economia che non tiene conto dell’inquinamento. E’ necessario dunque al fine di non destabilizzare l’assetto sociale ed economico che il fenomeno venga ridimensionato.

In etologia si considera che l’importanza dell’abituazione sta nel fatto che essa consente all’animale di ignorare quegli stimoli che l’esperienza ha dimostrato essere irrilevanti per concentrare l’attenzione su stimoli nuovi. L’essere umano impara ad apprezzare cibi che inizialmente considerava disgustosi o a non sentire più forti rumori ecc.

Cosa accadrebbe infatti nell’ambito sia individuale che sociale se aumenta un fattore di

rischio altamente angosciante come l’incremento di malattie mortali in grado di colpire in particolar modo la popolazione infantile?

Rischio e percezione di rischio: il contenuto affettivo del rischio

Già da un ventennio la sociologia considera il rischio come aspetto caratteristico delle società contemporanee sia in relazione ai temi ambientali che della vita sociale. Le varie discipline si sono così attivate non tanto su studi democraticamente concertati su quelli che sono i punti critici e i rapporti causa-effetto dei disastri (ambientali terroristici ecc.) e quindi in direzione dell’abbassamento dei livelli di rischio, quanto piuttosto sulle strategie per abbassare invece la percezione del rischio. Numerosi studi individuano come condurre la “comunicazione del rischio”, su quel processo sociale attraverso cui le persone acquisiscono conoscenza dei pericoli e in base a ciò organizzano il loro comportamento. Non è cioè importante “essere al sicuro” ma “sentirsi al sicuro”. I finanziamenti alla ricerca allora si concentrano non tanto su come convertire l’Ilva di Taranto per fare un esempio, ma su come creare un clima di fiducia verso le istituzioni indipendentemente dalle politiche ambientali messe in atto (Umberto Pagano: la comunicazione nelle situazioni di rischio. 109-124 in Quaderni di di sociologia 25, 2001) tale che la fabbrica inquinante possa continuare ad inquinare ma senza che l’opinione pubblica ne abbia diretta percezione.

Per cui paradossalmente si trova tanta letteratura istituzionale sul contenuto affettivo associato al rischio, addirittura numerosi modelli teorici elaborati nell’ambito della prospettiva del “rischio come emozione” (risk as feelings perspective) secondo cui le risposte a un rischio dipendono dalle emozioni provate. Il rischio sarebbe percepito dalla sommatoria di 2 valori: quello razionale legato al pericolo e quello emotivo generato dalla preoccupazione. Paradigmi psicometrici hanno convenuto (De marchi, Pellizzoni e Ungaro 2001; Savadori e Ruminati 2005) per esempio che un rischio di cui non si ha esperienza porta a una sovrastima della pericolosità. Per cui basta rendere noto, sviscerandolo, un certo fattore di rischio, perché esso sia anche razionalmente percepito con minor gravità.

L’immaginabilità di un evento abbassa i livelli di offesa (outrage). Si valuta per esempio come rischio maggiormente un evento terroristico che non le malattie cardiovascolari. Si comprende allora cosa significa in caso di rischio emotivamente molto allarmante come il cancro giovanile, prendere familiarità con questa evenienza. Significa renderla una realtà accettabile, gestibile. Non meno importanti e degni di nota gli studi sull’”ottimismo irrealistico” e così via. Esistono modelli di comunicazione del rischio (care comunications e consensus comunications) in grado di trasformare un’angoscia verso il male ignoto in un sentimento di rischio noto che diventando familiare diminuisce la preoccupazione.

Per accennare un esempio numerosi studi compaiono in letteratura scientifica su come abbassare la preoccupazione per l’uranio impoverito e sui rischi legato all’OGM (Bevitori P . la comunicazione dei rischi ambientali e per la salute. Milano Franco angeli 2004).

La banalità del male: abituazione

Dall’inizio del secolo scorso la psicologia non si è sottratta dall’affiancare i bisogni del mercato trovando soluzioni creative assoldate dalla logica del profitto.
A partire dai tempi giovanili di Edward Bernays. Egli fu personaggio chiave del ‘900; nella sua lunga vita commercializzò innumerevoli metodi per utilizzare la psicologia del subconscio (appresa dallo zio, Sigmund Freud) al fine di manipolare l’opinione pubblica. Ideatore di termini come “mente collettiva” e “fabbrica del consenso”, il suo libroCristallizing public opinion sulle tecniche di persuasione ispirò industriali, politici,

economisti e fu preso alla lettera anche da Goebbels.
“accettiamo che un pastore, uno studioso, o semplicemente un’opinione diffusa ci prescrivano un codice di comportamento sociale standardizzato al quale ci conformiamo”(1928, Propaganda. Della manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia, Fausto Lupetti editore, Bologna).
Se aggiungiamo a questo grande patrimonio strumentale i contributi sull’apprendimento di Pavlov e Sherrington fino ai più recenti studi sul Sistema Nervoso e sulla modificazione dell’efficienza sinaptica di attivazione di motoneuroni dopo stimolazione ripetuta (Kandel) e le innumerevoli tecniche di marketing fiorite di conseguenza e con l’ausilio straordinario delle teorie di programmazione neurolinguistica (PNL) eccoci alla costruzione attuale del senso comune!
L’abituazione è quel fenomeno attraverso cui avviene una graduale diminuzione dell’attenzione e della risposta (per esempio la paura o lo stato di allarme) di un organismo a uno stimolo (per esempio l’inquinamento ambientale di cui il cancro è un segnale visibile) in seguito alla percezione ripetuta ed edulcorata dello stimolo stesso!
Il male talvolta inteso come dolore, paura, stato di pericolo, cancro ecc. derivante da un mutamento ambientale di ciò che respiriamo e ciò che ingeriamo, non lo si riconosce, come è accaduto a molti ebrei all’inizio del ‘900. Così come si tende a rimuovere l’intera tematica del surriscladamento globale a cause delle emissioni di CO2 in atmosfera. Il male di 6 milioni di morti, tante persone anche straordinariamente colte non lo avevano riconosciuto se è stato possibile seguire in massa un dittatore! E’ labanalità del male di cui parla Hanna Arendt, un male banale, cioè invisibile che si nasconde dietro alla catena dei signor nessuno di turno che omettono i dati, ai signor nessuno destinati a promuovere un certo messaggio pubblicitario piuttosto che un altro, ai signor nessuno che rispondono alla gestione di pezzettini dell’informazione che veicola i comportamenti delle masse. Ai signor nessuno che rappresentano l’apparato burocratico di sostentamento del capitale e che a tal fine possono predisporre una sistematica dispercezione della realtà promuovendo forme di abituazione fino a livelli parossistici.
Ecco che più che preoccuparci della soluzione politica del problema ambientale il capitale propone entusiasmanti metodi di tranquillizzazione. La paura, la rabbia, l’indignazione, risorse naturali dell’animale umano in quanto risposte fisiologicamente adeguate ai nuovi rischi ambientali e alla minaccia di morte, vengono invece considerate inadeguate al processo produttivo capitalistico perché rischierebbero di diventare granelli di coscienza nell’ingranaggio del meccanismo economico. La loro inibizione ha un senso individuale, come può averlo un calmante per un condannato a morte. Intendiamoci, un buon film rimane un buon film qualunque sia la strumentalizzazione che possa subire e se anche aiutasse un solo bambino e la sua famiglia a convivere più serenamente con lo stato di malattia allora avrebbe avuto già avuto un senso. Ma in prospettiva lungimirante e di possibile cambiamento di paradigma conoscitivo dell’esistenza e di nuove forme di organizzazione economica e sociale riteniamo la lucida percezione del rischio un bene necessario per affrontare la lotta.

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