Di Ahlem Belhadj

Il 13 agosto, festa nazionale delle donne in Tunisia dal 1959 e data della promulgazione del Codice dello statuto personale, migliaia di donne e di uomini, giovani e meno giovani, hanno invaso il viale Habib Bourguiba per difendere l’uguaglianza e le libertà individuali. L’appello era partito dalle associazioni femministe, tra cui l’Associazione tunisina delle donne democratiche, dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, ma anche da alcune giovani associazioni LGBTQI.

Questa manifestazione si colloca nel quadro di un lungo percorso del movimento femminista tunisino per la realizzazione dell’uguaglianza tra i sessi. Dopo la grande battaglia per l’iscrizione dei diritti delle donne nella Costituzione, portata avanti dal 2011 al 2014, e il riconoscimento dell’uguaglianza tra cittadine e cittadini in uno stato civile basato sulle leggi positive e non sulla sharia, l’armonizzazione delle leggi alla nuova Costituzione incontra ancora molta resistenza.

Il Codice dello statuto personale, che è diventato obsoleto col tempo, è diventato oggetto di un dibattito nazionale tempestoso, in seguito all’uscita della relazione della Commissione delle libertà individuali e dell’uguaglianza (Colibe) messa in piedi dalla Presidenza e diretta dalla deputata femminista Bochra Belhadj Hmida. Questo codice comporta alcune misure discriminatorie inspirate alla Sharia: il marito è il capofamiglia, la tutela dei figli è del padre – tranne in situazioni eccezionali – c’è l’obbligo della dote (seppur simbolica) per i matrimoni e, soprattutto, c’è la discriminazione in materia di eredità.

Oltre alla questione dell’uguaglianza uomo/donna, le rivendicazioni hanno anche riguardato il rispetto dei diritti individuali e in particolare la depenalizzazione dell’omosessualità e la libera disposizione del proprio corpo. L’alleanza tra il movimento femminista e quello LGBTQI risale ad alcuni anni fa e si è tradotta in alcune azioni comuni e nella creazione di un collettivo tunisino per le libertà individuali.

L’11 agosto gli islamisti, tra i più duri, hanno organizzato una marcia contro tutte queste riforme, ritenute in contraddizione con la religione. Essi considerano che l’uguaglianza e le libertà individuali minacciano la società tunisina musulmana e che la relazione della Colibe è un appello alla Fitna (ndr. guerra civile). Hanno fatto appello all’abbandono di tutte le misure in favore della parità nell’eredità, al mantenimento della dote e si sono particolarmente opposti a tutto ciò che riguarda il libero orientamento sessuale.

Il partito Ennahda, partito islamista al potere, non ha sostenuto ufficialmente questa manifestazione ma uno dei dirigenti di questo movimento è l’ex ministro degli affari religiosi di Ennahda.
I due partiti al potere, Nida Tounis e Ennahda, cercano di nuovo di creare un clima di bipolarizzazione politica in preparazione delle elezioni del 2019. La strumentalizzazione dei diritti delle donne è il tema per eccellenza con cui ognuno si ricollega con la propria base. Il Presidente Essebsi oltre alla sua volontà personale di seguire le tracce di Bourguiba e di segnare la storia attraverso l’instaurazione della parità di successione ha bisogno di tutto l’elettorato femminile, che l’aveva massicciamente votato ma che è rimasto deluso dalla successiva coalizione con gli islamisti, per contrastare Ennahda. Mentre Ennahda gioca sull’identità e sulla religione per far dimenticare i propri fallimenti alla base.

Questa manifestazione delle donne è venuta a rompere lo stato di letargo e di smobilitazione degli ultimi mesi che, creatosi in seguito alle tante delusioni ma soprattutto di fronte a una grave crisi politica e economica con un governo rinnegato dai suoi, con il partito del Presidente Essebsi, Nida Tunis, andato a pezzi a causa di una guerra di successione intorno al figlio di Essebsi, e con la coalizione nazionale in conflitto permanente.

La centrale sindacale Ugtt richiede la dimissione del governo responsabile dell’applicazione delle misure neoliberiste dettate dal Fmi e dalla Banca mondiale di fronte ad una crisi economica senza precedenti: inflazione al 7,2 % , debito al 72% del Pil e svalutazione del dinar.

Pochi partiti hanno sostenuto l’appello alla manifestazione. Il Fronte popolare ha raggiunto la marcia alla vigilia e ha finito per schierarsi chiaramente con le/i manifestanti. Il Massar (ex partito comunista tunisino) ha ugualmente chiamato alla marcia. Militanti individuali di altri partiti politici sono venute/i a partecipare alla manifestazione indipendentemente dalla posizione dei propri partiti.

Le manifestanti hanno gridato slogan per l’uguaglianza e per le libertà individuali ma anche contro l’alto costo della vita, contro la corruzione e contro tutti i conservatorismi. Il movimento femminista saprà essere di nuovo il motore della mobilitazione generale?

Traduzione a cura di Nadia de Mond.

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