ESTATE ITALIANA
Il 29 luglio 1900, verso le 22,00, nel parco di Monza, Gaetano Bresci giustizia Umberto Primo, re d’Italia.
Il “re buono” aveva conferito al generale Fiorenzo Bava Beccaris, la Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia e l’aveva nominato Senatore del Regno.
I meriti del generale erano stati quelli d’aver massacrato donne, uomini e bambini milanesi in rivolta per la fame.
Il re aveva voluto far sapere le parole con le quali spiegava le ragioni della onorificenza:
«per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria».

Bresci aveva seguito l’esempio di Sante Ieromimo Caserio (di Motta Visconti) che, il 24 giugno 1894. aveva giustiziato il presidente francese Marie Francois Sadi Carnot.
Caserio aveva spiegato il suo gesto rivoluzionario:
” (…) il governo usa contro di noi i fucili, le catene, le prigioni (…) noi rispondiamo al governo con la dinamite, le bombe, i coltelli, i pugnali. In una parola, noi dobbiamo fare quello che è possibile per distruggere la borghesia e i governi. (. .) se volete la mia testa prendetevela, ma non crediate che in questo modo fermerete il movimento anarchico”.

E l’esempio di Michele Angiolillo ( di Foggia) che, l’8 agosto 1897, aveva giustiziato il presidente del consiglio spagnolo Antonio Canova del Castillo.
“(…) la mia vittima … personificava la crudeltà militare, l’implacabilità della magistratura, la ferocia religiosa e la cupidigia delle classi possidenti (…) Ecco perché non sono un assassino, ma un giustiziere”.

Gaetano Bresci terminò la sua dichiarazione al processo: “Non intendo neppure presentare ricorso. Io mi appello soltanto alla prossima rivoluzione proletaria”.

Fu assassinato nel carcere di Porto Santo Stefano, il 22 maggio 1901.

“Lavoratori a voi diretto è il canto
di questa mia canzon che sa di pianto
e che ricorda un baldo giovin forte
che per amor di voi sfidò la morte.
A te Caserio ardea nella pupilla
delle vendette umane la scintilla
ed alla plebe che lavora e geme
donasti ogni tuo affetto ogni tua speme.

(…)

Tremarono i potenti all’atto fiero
e nuove insidie tesero al pensiero
ma il popolo a cui l’anima donasti
non ti comprese, eppur tu non piegasti.
E i tuoi vent’anni una feral mattina
gettasti al vento dalla ghigliottina
e al mondo vil la tua grand’alma pia
alto gridando: Viva l’anarchia!

(…)

Voi che la vita e l’avvenir fatale
offriste su l’altar dell’ideale
o falangi di morti sul lavoro
vittime de l’altrui ozio e dell’oro,
Martiri ignoti o schiera benedetta
già spunta il giorno della gran vendetta
della giustizia già si leva il sole
il popolo tiranni più non vuole.” )

 

Claudio Taccioli

Annunci