Il 18 luglio 2018, in serata, i deputati della Knesset (il parlamento israeliano) hanno adottato con 62 voti favorevoli contro 55 contrari una legge che definisce Israele come “stato nazionale ebraico”. Il relatore della legge, Avi Dichter, ha detto ai deputati arabi: «Voi non eravate qui prima di noi e non resterete qui dopo di noi.»

Questa legge ha valore costituzionale. Israele non ha una costituzione vera e propria. È quindi la “Dichiarazione di indipendenza” del 14 maggio 1948 che ha tale funzione. Questa è stata integrata nel corso degli anni da «leggi fondamentali» (leggi che hanno valore costituzionale, ndt). Quest’ultima ne fa parte. Amir Fuchs, dello stimato think tank Israel Democracy Institute deve constatare: «In questa nuova legge, né la parola democrazia né la parola libertà appaiono. Non è un caso, è una scelta deliberata.» Questa legge è anche parte di una “caccia ai traditori” legalizzata, in altre parole contro tutte le ONG che denunciano la politica e le pratiche del governo di Benyamin Netanyahu. Come ad esempio, Breaking the Silence (composta da veterani dell’esercito che denunciano i crimini commessi in Cisgiordania o gli attacchi ripetuti su Gaza) o B’Teselem. Inoltre, un deputato del Likud ha introdotto nella legge la possibilità di perseguire «gli atti politici contro lo Stato d’Israele».

Viene convalidato nella forma nella sostanza non soltanto un regime di apartheid, in Israele, cioè il 20% della popolazione non ebrea (i Palestinesi che sono potuti restare sulle loro terre dopo il 1948), ma anche un’estensione della politica coloniale in Cisgiordania. Quello che Michael Sfard, avvocato che difende le ONG, riassume con sobrietà così: «Si tenta di normalizzare la presenza israeliana in Cisgiordania, per farne un semplice distretto israeliano.»

Pubblichiamo di seguito un’intervista curata da Edo Konrad, per il sito israeliano +972, con l’avvocato Fady Khoury di Adalah (Centro giuridico per i diritti della minoranza araba in Israele). (Redazione A l’Encontre)

Cisjordanie

Questa legge è chiamata «legge dell’apartheid». Perché?

L’apartheid in Sudafrica è stato un processo. È stato un sistema che ha impiegato anni per svilupparsi ed è stato costruito sul lavoro di universitari e teologi che hanno dovuto elaborare delle giustificazioni per legittimare la supremazia bianca. L’apartheid è stato un sistema di gerarchia nel quale un gruppo aveva tutto il potere e l’altro non ne aveva alcuno.

In Israele, la nuova legge definisce esplicitamente il popolo ebreo come il solo gruppo che ha il diritto all’autodeterminazione, negando completamente i diritti del popolo autoctono. Questo crea un sistema di gerarchia e di supremazia. Non viviamo in un’epoca in cui le richieste esplicite di supremazia appaiono legittime come potevano apparire all’epoca in Sudafrica, ma si arriva allo stesso risultato utilizzando un linguaggio differente.

L’analogia tra Israele e Sudafrica non attiene solo al fatto che esistono delle comunità o delle strade separate, si tratta anche di uno stato mentale. Si tratta di classificare la popolazione in gruppi differenti. È l’idea di un regime di supremazia che preserva gli interessi di un gruppo, anche se questo si persegue a detrimento dei diritti più fondamentali di un altro gruppo. Non c’è bisogno di continuare a cercare delle misure politiche che somiglino alle leggi Jim Crow negli Stati Uniti[1] – questa mentalità esiste già non soltanto ai margini della politica israeliana, ma anche nella corrente dominante.

La formulazione originaria del progetto di legge comprendeva una disposizione che permetteva una segregazione delle comunità secondo criteri religiosi o “nazionali”. Che dice la versione finale a proposito della segregazione?

La versione precedente del progetto di legge comprendeva una disposizione che permetteva allo Stato di autorizzare la creazione di nuove comunità fondate sulla religione o sulla nazionalità. Questa versione è fondata sul principio “separato ma uguale”, che è stata formulata nell’idea che questo presupposto sarebbe positivo per tutti, Ebrei e Palestinesi. La formulazione è stata modificata perché richiama troppo da vicino il tipo di palese segregazione che abbiamo visto negli Stati Uniti.

Nella nuova versione, questa clausola è stata riformulata affermando che lo Stato «favorisce la colonizzazione ebraica» . Questa crea tutto un altro tipo di paradigma per la segregazione, quello del «separato ma ineguale».

Immaginate cosa succederebbe se gli Stati Uniti adottassero una legge che incoraggia la colonizzazione dei Bianchi, questo ci farebbe tornare indietro con orrore. Ma dopo 70 anni di uno «Stato ebraico e democratico», l’idea della colonizzazione ebraica è diventata talmente banale che essa non sembra porre più alcun problema. In questo senso, il cambiamento è di ordine estetico. Ma quello che si vuole realizzare con questo diritto è la stessa cosa: si cerca di “giudaizzare” il paese completamente incoraggiando la costruzione di comunità riservate ai soli cittadini ebrei.

Quali sono gli effetti potenziali di questa legge sul sistema giuridico?

È una legge che determinerà l’identità costituzionale dello Stato. Fino ad ora, è stata la Corte suprema ad interpretare cosa significa realmente l’espressione «ebreo e democratico». Ora, abbiamo una legge che garantisce sul piano costituzionale l’identità ebraica dello Stato.

La legge sarà fondamentale. Essa diverrà una fonte di interpretazione delle leggi e del sistema giuridico. Gli effetti non si limiteranno a qualche ambito: esse influenzeranno drammaticamente il sistema giuridico in maniera radicale, soprattutto se la destra continua a nominare giudici conservatori alla Corte suprema. Essa utilizzerà questa nuova norma costituzionale per interpretare la legge.

La nuova legge costituisce un’ accelerazione di un processo che sta andando avanti da qualche tempo o legittima un regime discriminatorio che è sempre esistito?

Penso che l’escalation alla quale assistiamo non è cominciata con la nuova Legge fondamentale, ma è piuttosto risultato della contraddizione tra le identità basilari dello Stato, ebraico e democratico. Quello che vediamo attualmente, è che l’identità ebraica invade sempre di più la vita sociale e politica dei cittadini d’Israele, dunque degli Arabi israeliani, mentre l’identità “democratica” dello Stato conosce una regressione.

(intervista pubblicata sul sito +972 il 19 luglio 2018

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