Gornji Vakuf (Bosnia), 29 maggio 199

Il piccolo convoglio italiano parte da Spalato verso le 10.00 / 11.00 del 29 maggio. È molto in ritardo: sarebbe dovuto partire la mattina molto presto, al più tardi alle sei, ma una serie di problemi meccanici alla macchina di Moreni e al camion fanno sì che Moreni e Lana arrivino a Spalato alle quattro di mattina del 29, anziché la sera del giorno prima. La destinazione è Vitez, dove sarebbe stato scaricato il contenuto del rimorchio, e poi a Zavidovići, a cui era destinato quanto era stato caricato sulla motrice, e da dove sarebbero ripartiti con un gruppo di vedove e orfani di guerra alla volta dell’Italia, con un autobus. Il convoglio italiano è coperto da più sigle della Caritas (Ghedi, Brescia, Spalato), e da una ong bosniaca di Spalato che certifica che parte degli aiuti sono destinati alla popolazione musulmana di Zavidovići.

Poco dopo la loro partenza da Spalato, tra le 11.00 e le 12.00, arriva una comunicazione a Mašete, la base militare di Paraga, con le informazioni sul camion. Paraga organizza lo spostamento dei suoi uomini, una ventina, a Guser e sulla Diamond route, dove arrivano attorno alle 14.001. Circa un’ora dopo sulla Diamond route passa con la sua automobile un mercenario italiano che combatte nelle fila dell’HVO, e successivamente dirà di non essersi accorto di nulla. Gli italiani percorrono la lunga strada che si snoda tra Spalato, Metković, Tomislavgrad, Prozor e Gornji Vakuf, impiegando cinque, sei ore per arrivare a Guser. Probabilmente hanno messo in conto di pernottare a Vitez, per evitare di fare la strada per Zavidovići quando ormai è buio.

Alle 16.00 il convoglio italiano è bloccato sulla Diamond route dagli uomini di Paraga. Da qui viene fatto spostare nella località Querceto, dove gli italiani vengono caricati sul rimorchio di un trattore guidato da Nijaz Kurbegović. Insieme a loro salgono due soldati di cui uno è membro del PDO: di quest’ultimo è agli atti una fotografia, ma la loro identità ci è sconosciuta. Davanti a loro, sul fuoristrada, ci sono Hanefija “Paraga” Prijić e Rasema Oručević. La destinazione è Radovan. Alle 18.30 si consuma l’eccidio. Non sappiamo se a sparare sono solo i due soldati, o se si aggregano anche Paraga e “Rasema”. Ma il piano fallisce: due italiani riescono a scappare; vengono cercati, ma inutilmente. Il cadavere di Moreni viene spostato in un luogo più appartato e vengono asportati tutti gli effetti personali ai morti, inclusi i documenti che erano loro rimasti. Paraga e i suoi non riescono però a trovare il portafoglio di Lana; verrà ritrovato del tutto casualmente dai militari inglesi a 40 metri dal suo corpo, il 2 giugno. L’eccessiva sicurezza dei militari bosniaci, rafforzata dall’atteggiamento fin troppo remissivo mantenuto dagli italiani, il buio incombente, concorrono al fallimento dell’operazione.

Non c’è nessuna informazione su quanto sia avvenuto tra i militari bosniaci tra le 20.00 e le 23.00. È plausibile pensare che Paraga abbia fatto rapporto ai suoi superiori, ovviamente non quelli di Gornji Vakuf, ma quelli che gli avevano ordinato l’operazione.

Zanotti e Penocchio si salvano, e si ritrovano insieme a Bugojno la mattina del 31 maggio. Alle 11.00 vengono interrogati dagli Osservatori della Comunità europea, che concludono individuando in Paraga il responsabile di quanto avvenuto. Alle 11.45 viene informato il comandante della Brigata di Gornji Vakuf dell’Esercito bosniaco, Enver Zejnilagić, il superiore, nella gerarchia formale, di Paraga. Secondo la testimonianza rilasciata il 3 giugno da Božidar Blažević e da Petar Anđelović, testimoni oculari, “è entrato [nell’ufficio] un militare armato, che dava l’impressione di avere qualcosa di importante da comunicare… ha dato un foglietto che aveva in mano al comandante Enver che ha cambiato immediatamente espressione. Il militare ha detto ‘questi sono loro. Gli italiani che ci hanno fotografato’, senza aggiungere altro. Dando l’impressione che già sapesse qualcosa, il comandante ha dato un ordine che ha lasciato la delegazione perplessa: ‘chiamate la polizia, legate i responsabili dell’accaduto e portateli in prigione. Non dovevano fare questo’”. A evidenza si era creato un equivoco. Il militare che dice ‘questi sono loro. Gli italiani che ci hanno fotografato’ non può riferirsi al gruppo di italiani fermati e uccisi da Paraga, in quanto nessuno di loro aveva mai fotografato qualsiasi unità dell’Esercito bosniaco2. Pensavano che altri italiani, di cui avevano notizia, fossero stati uccisi da Paraga; questo è comprovato dal fatto che nell’ultimo incontro tra i sopravvissuti, l’Esercito bosniaco, i militari inglesi dell’Unprofor e gli osservatori della Comunità europea, il 1° giugno, gli esponenti dell’Esercito bosniaco chiedono insistentemente ai sopravvissuti la conferma di una loro convinzione, che Puletti conoscesse Paraga.

I militari inglesi, grazie al loro sistema di intercettazioni di Gornji Vakuf, riescono, a differenza dell’Esercito bosniaco, a capire e ad avere le prove di quanto fosse successo. Creando imbarazzo a livello internazionale, la sera del 31 maggio, dichiarano al giornalista della Reuter presente in zona che “un ufficiale delle forze armate bosniache in quell’area, Hanfija Priajic [sic], conosciuto anche come Paraga” è il responsabile dell’eccidio. Questo pochi minuti prima del comunicato delle autorità italiane (in specifico la Farnesina), che condanna il “grave atto di banditismo”. I militari inglesi non si limitano a rendere pubblico, senza attendere la presa di posizione italiana, quello che tutte le cancellerie già conoscono in via riservata, grazie al rapporto degli osservatori della Comunità europa, inviato a livello internazionale nel pomeriggio. Il 1° giugno le autorità italiane dichiarano pubblicamente che le operazioni di ricerca dei corpi avverranno il 2 giugno sotto la supervisione dell’Unità di crisi della Farnesina, e fonti anonime a Sarajevo fanno sapere al corrispondente del Corriere della Sera che “è praticamente impossibile ricostruire il percorso [per arrivare al luogo dell’eccidio]… interromperanno le ricerche”. In questa situazione i militari inglesi, il pomeriggio del 1° giugno, partono alla ricerca dei corpi senza attendere l’inviato della Farnesina, e si dirigono sicuri a Radovan, dove i corpi vengono ritrovati. A evidenza, grazie alle loro intercettazioni, conoscono la località esatta dell’eccidio, che i sopravvissuti effettivamente non erano in grado di ricostruire. L’ultimo atto da parte inglese è la consegna alle autorità italiane della videocassetta che ritrae Paraga, che in questo contesto appare non tanto un segno di collaborazione, quanto un avvertimento della possibilità di renderla pubblica.

Che qualcosa di molto strano fosse dietro la vicenda del 29 maggio arriva anche alle orecchie della stampa. Nel gennaio 1994 un corrispondente di Famiglia cristiana fa sapere alla magistratura italiana che “una persona [bosniaca, della zona di Gornji Vakuf] da lui ritenuta fidata… ha riferito di essere certa che, all’interno della banda artefice dell’imboscata, fosse presente un componente di nazionalità italiana”. In senso stretto l’informazione era errata, ma rinviava agli italiani conosciuti da Paraga che l’Esercito bosniaco confondeva con le effettive vittime.

Conclusioni

Chi ha avuto la pazienza di leggere queste pagine ha trovato le molteplici ragioni per cui l’eccidio del 29 maggio 1993 non potè essere una “azione estemporanea senza logica”, qualsiasi cosa questa locuzione possa significare. Ha trovato le intricate dinamiche del processo di Travnik, la cui “serietà” mortale fu nell’esser stato un campo di battaglia in cui molteplici interessi, attori, strategie e tattiche erano all’opera. Ha scoperto che Paraga oltre ad avere una gerarchia sotto di sé ne aveva una anche sopra di sé: considerazione in fin dei conti banale allorquando si considera un esercito; solo poco meno se si considera una gerarchia diversa da quella ufficiale, che nel suo caso portava a Enver Zejnilagić. “Poco meno”: basta allontanare lo sguardo da Gornji Vakuf, e volgerlo ad Ahmići, Grabovica, e così via. Ha seguito molteplici e complessi percorsi, che hanno allontanato da spiegazioni semplici e consolatorie3, per arrivare alla fine a spiegazioni anch’esse semplici, ma sorte dalle specificità dei fattori all’opera, delle profonde dinamiche sociali che hanno plasmato quel mondo, specificità sia in senso temporale che in senso territoriale, in Bosnia, nell’ex Jugoslavia, in Europa, con tutte le loro interrelazioni; spiegazioni alla fine anch’esse semplici, ma per nulla consolatorie. E infine, chi ha avuto la pazienza di arrivare a questo punto, ha avuto modo di leggere una mia intuizione, basata su tutto quanto precede: che l’eccidio del 29 maggio 1993 fu un episodio, fallito, della strategia stragista e della tensione che attanagliava l’Italia. L’eccidio di Gornji Vakuf del 29 maggio 1993 fu un atto di terrorismo così come la strage di Piazza Loggia, che aveva colpito Brescia diciannove anni prima, il 28 maggio 1974. Intuizione dovuta non a particolari mie qualità, del tutto insussistenti, derivanti dall’esser intellettuale, o letterato, saggista, giornalista o che altro, e di ciascuna di queste categorie appartenente potenziale di relative sottocategorie: buoni o cattivi intellettuali, ecc., improvvisati o certificati, moderni o sorpassati. Non sono nulla di tutto ciò. La mia intuizione deriva semplicemente dalla volontà di capire4, volontà che tante persone, che non scrivono neppure una riga, condividono.

Ritrovare la Gornji Vakuf di venticinque anni fa non è un solo un omaggio di memoria; è anche un modo per leggere l’infrastruttura dell’oggi. Da allora non vi sono state rotture traumatiche; il nostro mondo è lo stesso di allora, semplicemente più brutto, più cattivo e più inquietante. Ma non vi è mai “una fine della storia”. Le classi lavoratrici sono vive, fanno esperienze, sbagliano e ritentano. Hanno la volontà di capire, perché ne va della loro vita. In mezzo a mille difficoltà lottano, si organizzano e iniziano a capire. Hanno un mondo da vincere.

Appendice

Rasema Handanović e Rasema Oručević

Il 23 giugno 1993 i due superstiti vengono convocati per effettuare l’identikit di Paraga, dei due soldati che spararono, e della donna che era insieme a Paraga. Quest’ultima viene descritta come una donna di circa 25 anni, alta un metro e 65, con carnagione rosea, occhi chiari, capelli castani, mento arrotondato e guance rosse. Dall’identikit realizzato con i due superstiti risultano occhi chiarissimi e capelli castano chiari.

Di seguito due versioni dell’identikit realizzato.

Nell’ottobre 1993 i due superstiti riconoscono la donna che accompagnava Paraga in alcuni fotogrammi, tratti dalla videocassetta che ritraeva anche Paraga e che risaliva al giugno 1992.

Visionando la videocassetta in questione, che ritraggono questa donna mentre si sta addestrando con un gruppo di uomini, appare chiaro che è abbastanza bassa, di certo sotto il metro e 65.

Riferendosi al maggio 1993 una serie di testimoni al processo di Travnik descrivono questa donna con capelli rossicci / castani, tagliati corti; piccola, bassina, con i capelli rossi, e di circa 30 anni; piccola, paffuta, sempre con i capelli corti.

Nel novembre 1992 un gruppo di turchi va a portare la propria solidarietà ai musulmani della Bosnia centrale. Passano anche da Gornji Vakuf, e conoscono Paraga, sempre accompagnato da una donna, di cui fanno il nome, Rasema Oručević, proveniente dalla città di Hadžići. Scattano anche delle fotografie.

Rasema Handanović è una donna che nel 1993 aveva 20 anni, ed è alta un metro e 70, con gli occhi scuri. È originaria di Sanski Most. Ha capelli neri, portati sempre lunghi, e un difetto alla bocca intuibile dalle fotografie e che colpisce molto appena la si vede parlare (su internet vi sono diversi filmati delle sue testimonianze al processo in Bosnia per i fatti di Trusine). Esiste solo una sua fotografia risalente al periodo di guerra, con gli occhi oscurati.

Nel 1996 Rasema Handanović si trasferisce negli Stati Uniti. La fotografia che segue è di quel periodo, e vi appare con i capelli raccolti.

Infine Rasema Handanović viene estradata in Bosnia nel dicembre 2011, dove è imputata per la strage di Trusine. L’immagine che segue la ritrae nell’aula del Tribunale.

Le due donne non possono essere confuse tra di loro per età, altezza, colore degli occhi, colore dei capelli, caratteri particolari.

Ostacoli all’inchiesta bresciana e depistaggi

L’inchiesta sull’eccidio degli italiani sarebbe potuta essere molto semplice. Il 31 maggio gli Osservatori della Comunità europea comunicarono alle ore 14.00 che “la descrizione dell’accaduto coinvolge pesantemente un comandante locale dell’Esercito bosniaco chiamato Hanefija Prijić soprannominato ‘Paraga’”. Il giorno dopo, alle sei e mezza del mattino, elencavano in un altro rapporto una serie di incidenti avvenuti prima del 29 maggio nella stessa zona, e anche per questi scrivevano che “l’evidenza di quanto presentato coinvolge pesantemente elementi delle forze dell’Esercito bosniaco situate nel villaggio di Bojska. Queste sono comandate da Hanefija Prijić (soprannominato ‘Paraga’)”, e aggiungevano che “i comandanti dell’Esercito bosniaco non hanno mai cercato di negare che gli incidenti siano stati causati da elementi musulmani”. Riferendosi all’eccidio del 29 maggio e in generale alle attività di natura criminale specificavano che “gli attacchi armati nei confronti del personale civile sono condotti da forze dell’Esercito bosniaco”, e “i comandanti delle brigate locali… sembrano irritati dagli episodi ma impotenti nel bloccare gli stessi”. Questi rapporti arrivarono alle cancellerie di tutta Europa, ma rimasero riservati. Il primo rapporto citato venne consegnato dal Ministero degli affari esteri alla magistratura bresciana il 1° ottobre 1993; il secondo emerse solo otto anni dopo.

In generale da parte delle autorità italiane vi fu una rigorosa non collaborazione con la magistratura italiana. Certi comportamenti fecero addirittura sorgere il sospetto che qualcuno volesse intimidire i sopravvissuti, come quando funzionari del Ministero degli affari esteri consegnarono, poco dopo l’eccidio, la videocassetta che ritraeva Paraga a uno di loro, a livello personale e in modo informale, lasciando ai sopravvissuti il compito di trarne significato e conseguenze (fortunatamente, dopo un periodo di comprensibile agitazione, la consegnarono alla magistratura bresciana). Non collaborazione e talvolta ostacoli: il primo PM a occuparsi del caso se ne lamentò pubblicamente più volte, riferendosi esplicitamente al Ministero degli affari esteri, al Ministero dell’interno e al Ministero di grazia e giustizia. E questo in un contesto in cui una sorta di “congiura del silenzio” era caduta sul caso. I primi segnali risalgono al 1° giugno 1993: gli Osservatori della Comunità europea a Gornji Vakuf scrivevano nei loro primi rapporti che “l’accaduto va oltre i problemi locali”, e che “l’interesse che il caso degli italiani… susciterà a livello internazionale” doveva essere sfruttato ai fini dell’indagine su Paraga. Ma furono i superiori della loro stessa organizzazione a smentirli. Il rapporto giornaliero (datato 1° giugno, ore 7.51) relativo al complesso della Bosnia non faceva parola dei morti, e si limitava ad affermare che “un convoglio di un’organizzazione non governativa ha subito un’imboscata”. A livello locale, in Bosnia, quanto avvenne non costituì mai un “problema”. In Italia, dopo i primi tre, quattro giorni (in cui comunque una serie di lanci della Reuter – che aveva un corrispondente in zona – su questo caso non vennero mai diffusi), l’eccidio di Gornji Vakuf diventò un problema locale, esclusivamente bresciano, anche in occasione dei processi a Paraga.

Non ci si limitò al silenzio pubblico e all’ostilità nei confronti di chi indagava. Vennero messi in atto anche una serie di depistaggi.

Autopsia. In modo del tutto anomalo le autorità croate trattennero i corpi dei deceduti, e procedettero alla loro autopsia il 3 giugno, concludendo che erano stati colpiti complessivamente da 16 colpi d’arma da fuoco. L’autopsia croata non fa parola di eventuali proiettili ritrovati. A Brescia l’autopsia che venne effettuata il 4 giugno fu pesantemente ostacolata da quella precedente. La conclusione dell’esame bresciano fu che Puletti, Lana e Moreni furono colpiti complessivamente da 34 colpi d’arma da fuoco. Anche se non pochi di questi colpi furono ritenuti, senza corrispondenti fori d’uscita, non venne trovato alcun proiettile. Non si potè di conseguenza stabilire il numero di persone che sparò agli italiani il 29 maggio.

La “pista croata”. Questa pista venne preparata il 1° giugno. Smentendo quello che avevano scritto nei loro rapporti, uno degli Osservatori della Comunità europea a Gornji Vakuf dichiarò quella mattina al reporter della Reuter che l’area dove si era consumato l’eccidio non era controllata da nessuno, e che quindi non si poteva dire nulla a proposito dei responsabili. In Italia il Ministro della difesa lo stesso giorno fece un passo avanti e chiese “non… sembra strano che degli italiani che vanno a portare aiuti ai musulmani vengano massacrati proprio da gente che veste la divisa dei soldati musulmani?”. Il pomeriggio la versione definitiva, del Ministro degli affari esteri: “gli elementi che abbiamo… ci [fanno] pensare che si tratti di forze ustascia”, cioè che i responsabili sarebbero stati croati. Per dare sostanza a questa pista venne confezionata una falsa intervista a uno dei sopravvissuti, pubblicata dal Corriere della Sera. Dal 2 giugno i giornali nazionali italiani, per i pochi giorni in cui si occuparono dell’eccidio, titolarono a tutta pagina con questa versione. Sorprendentemente le autorità croate non protestarono, e anzi all’intera vicenda i mass media croati diedero pochissimo rilievo, tacendo sulla responsabilità musulmana. La versione ufficiale bosniaca per tutta la guerra fu quella che l’eccidio venne commesso da forze croate.

La “pista italiana”. I depistaggi a volte indirizzano su false piste investigative, altre volte cercano di discreditare quelle buone; questo è il caso della “pista italiana”. Quest’ultima ha inizio il 1° giugno 1993, quando Roberto Delle Fave scrisse da Rijeka ai genitori di Lana dicendo di conoscere i responsabili dell’eccidio e di essere in grado di assicurarli alla giustizia. A fine giugno Delle Fave effettuò una deposizione, sostenendo che i responsabili erano croati (una pista ancora attiva, quindi) e comandati da un italiano. Il suo racconto era talmente delirante da discreditare qualsiasi possibile “pista italiana”, subito associata al suo nome. Tuttavia un mese dopo la sua deposizione apparve sulla stampa bresciana che “Delle Fave avrebbe dimostrato di conoscere con inspiegabile esattezza alcuni particolari della vicenda dei volontari italiani che erano stati tenuti segreti”. Dalla sua deposizione scritta e firmata questo non risulta; agli atti vi è anche una cassetta che contiene la registrazione della prima ora della sua lunghissima deposizione, ma poco dopo la metà la registrazione si interrompe. Delle Fave era un mercenario che combattè con i croati nel 1991 nella guerra croato-serba, e con i musulmani nel 1993 nella guerra bosniaca; residente in Croazia, venne qui arrestato nel settembre 1994 per spionaggio per conto dei servizi segreti di un paese non specificato, e per traffico d’armi a favore di gruppi europei di estrema destra. Dal 1993 si costruì un’immagine pubblica di persona (quasi) psicopatica. È morto nel 2014. Nel 2010 venne realizzato un documentario sulla sua vita, e in uno spezzone d’epoca sembra comparire Paraga; nella seconda edizione di questo documentario, del 2017, il frammento video con forse presente Paraga non compare più.

La “pista serba”. Questa pista è la più sorprendente. Poco prima della partenza del convoglio italiano da Brescia, forse il giorno stesso, un maresciallo dei carabinieri, membro dei servizi segreti italiani, “assunse” come informatore un giovane bosniaco che viveva in provincia di Brescia, particolarmente ricattabile per la sua situazione lavorativa e di immigrato. Questo giovane bosniaco era membro dell’organizzazione non governativa che aveva organizzato il convoglio per Zavidovići. Il maresciallo convinse il giovane bosniaco che dietro l’eccidio vi sarebbe stata una trama dei servizi segreti serbi, e il giovane informò i membri dell’organizzazione non governativa di questi sospetti. Questo provocò confusione, agitazione e ulteriori sospetti. Questa “pista” alla fine si concretizzò solo in una interrogazione parlamentare, nell’agosto 1993.

La “pista Kadić”. Questa “pista” è stata la più longeva. Era riferita a Enes Kadić, il referente di Zavidovići per gli aiuti umanitari dall’Italia. Ebbe questo ruolo per il semplice motivo che conosceva bene la nostra lingua. Fu quindi il referente dell’organizzazione non governativa bresciana anche per la spedizione, lungamente organizzata, del 29 maggio. Già da prima del 29 maggio il suo nome era stato collegato a oscure trame (non specificate) che coinvolgevano i più alti vertici di Sarajevo. La fonte era il solito maresciallo dei carabinieri, che nel suo primo incontro con il giovane bosniaco, il 26 o il 27 maggio 1993, gli propinò questa storia. Una successiva metamorfosi di questa pista fu la fantasiosa ipotesi per cui l’eccidio sarebbe stato ordinato da Zavidovići. Questa pista venne suggellata da una falsa deposizione di uno dei sopravvissuti nel luglio 1993: falsa in senso proprio, perché non era una deposizione sottoscritta, ma un appunto di polizia (del settembre 1993) che riferiva di un presunto colloquio con questo sopravvissuto. E falsa nei contenuti, smentita nei fatti dal diretto interessato anni dopo. Il primo PM a occuparsi dell’eccidio non diede alcun peso a quell’appunto; il secondo PM ne tenne conto, sottolineandone le anomalie; il terzo PM credette fermamente al contenuto di quell’appunto. La “pista Kadić” è un contenitore vuoto, fatto solo di vaghissime allusioni a traffici ovviamente misteriosi che avrebbero coinvolto Kadić insieme agli italiani del convoglio. Proprio per questo suo carattere aperto, sostanziabile con qualsiasi cosa si desideri, è stato uno dei cavalli di battaglia della difesa di Paraga al processo bresciano.

La “pista norvegese”. In perfetta coincidenza con l’invio delle prime e poche carte dal Ministero degli affari esteri alla magistratura bresciana iniziò la “pista norvegese”: l’interpol segnalò che due profughi bosniaci rifugiatisi in Norvegia corrispondevano agli identikit. Gli ostacoli che successivamente sorsero per verificare questa segnalazione furono enormi, e assorbirono per mesi tempo ed energie del PM. Il tutto si chiarì finalmente solo sei mesi dopo, con la constatazione che non vi era la benché minima rassomiglianza tra i due rifugiati bosniaci e gli identikit. Nell’aprile 1994 i due sopravvissuti dichiararono di non aver mai visto in vita loro quelle due persone.

E naturalmente è da ricordare, last but not least, la “pista Rasema Handanović e Sabahuddin Prijić”.

Nel 1993 e nel 1994 si aveva una chiara percezione degli ostacoli frapposti all’inchiesta sull’eccidio del 29 maggio, anche se questa percezione era espressa sotto forma interrogativa. Il 2 dicembre si poteva leggere: “Si allunga l’ombra dei servizi segreti sulla vicenda dei tre italiani uccisi in Bosnia? La Procura di Brescia sta indagando su una possibile interferenza del Sismi”. L’11 gennaio: “cosa si nasconde dietro la strage di Gornji Vakuf? Quale scomoda verità si sta tentando di tenere nascosta sull’omicidio di Sergio Lana, Guido Puletti e Fabio Moreni, i tre volontari catturati e uccisi in Bosnia il 29 maggio dell’anno scorso? E in quale misura e perchè in questa vicenda compare l’ombra dei servizi segreti?”. Il 18 gennaio: “si [pensa] ad un coinvolgimento del Sismi, che non gradirebbe troppa pubblicità su un episodio tragico”. Il 30 marzo: “è inevitabile tornare a chiedersi chi e perchè ha interesse a tenere nascosta la verità sulla strage di Gornji Vakuf”.

1 Fahrija, l’addetto alla logistica, nella sua deposizione del 2008 anticipa l’ora della comunicazione a Mašete tra le 8.00 e le 10.00, ma questa ipotesi è implausibile in quanto la distanza tra Mašete e Guser è di una decina di km, e l’ora dell’arrivo a Guser è certa.

2 In sede di inchiesta e processo a Brescia si è sostenuto che il riferimento era a una fotografia che Penocchio aveva scattato a Prozor, lo stesso 29 maggio, prima di arrivare a Gornji Vakuf. Il riferimento è doppiamente errato: la fotografia che fece Penocchio non era a unità militari, ma a una casa in rovina, e soprattutto Prozor era in territorio croato, non musulmano.

3 Come il motivo passe-partout dei “traffici”, in primo luogo d’armi, applicabili ovunque e comunque, e che risparmiano tutta la fatica delle analisi specifiche. I “traffici” ci sono ovviamente, ma hanno questo di peculiare: che non spiegano alcunché. O come la fantomatica “guerra dei convogli”, che ci conferma nella nostra alterità, di “europei”, di membri di un mondo “moderno”, rispetto a un mondo arretrato e barbaro che giunge a tanto.

4 Si v. le pagine tranchantes di Leonardo Sciascia in polemica con Giorgio Bocca nel volume “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”.

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