Cristina Da Rold da InfoData

In questi giorni i media di stato cinesi hanno annunciato in pompa magna di aver superato per la prima volta nel 2016 gli Stati Uniti quanto ad aspettativa di vita in salute: 68,7 anni per i cinesi e 68,5 per gli americani . Questo a fronte di un’aspettativa di vita nel complesso, quindi considerati anche gli anni in cattiva salute, leggermente superiore negli Stati Uniti: 76 anni per gli uomini e 81 per le donne, contro rispettivamente i 75 e i 78 in Cina. Insomma, secondo la narrazione di regime, questo starebbe a significare che i cinesi stanno un pochino meglio degli americani.

Andando a vedere qualche dato però emergono alcuni aspetti che aiutano a inquadrare l’estrema complessità della questione provando a gettare lo sguardo in avanti. Il primo aspetto è che aver raggiunto e appena superato gli Stati Uniti è un ben magro trofeo dal punto di vista della salute, dal momento che gli USA non sono certo uno dei paesi con i migliori output sanitari al mondo.  In Italia per esempio l’aspettativa di vita media in salute è di 73,2 anni, in Francia di 73,4, in Giappone 74,8 e a Singapore – paese addirittura 76 anni. Secondo recenti studi, la probabilità che un 15 enne americano raggiunga il sessantesimo compleanno è inferiore a quella di altri 49 paesi al mondo. Questo nonostante negli Stati Uniti si spenda il 17,1% del PIL per la sanità (contro il 5,5% della Cina) e 9,4 mila dollari pro capita (dato 2014) di spesa sanitaria, contro i 731 dollari per persona della Cina.

Un secondo aspetto da sottolineare è che in realtà la cronicità impatta sulla popolazione cinese allo stesso modo di quanto impatta negli Stati Uniti: l’87% delle morti in Cina e l’88% di quelle in America sono causate da malattie croniche. C’è solo un unica differenza: le morti per malattie cardiovascolari in Cina sono il 45% sul totale delle morti per malattie croniche, negli Stati Uniti il 31%. In Italia – per fare un paragone – esse impattano sul 37% delle morti per cronicità. Inoltre, si muore di cancro esattamente tanto in Cina quanto negli Stati Uniti. In generale in Cina c’è il 19% di probabilità di morire per una delle quattro principali malattie croniche dai 30 ai 70 anni. In USA questa probabilità è del 14%, in Italia del 10%.

Dove la Cina ha risultati migliori rispetto agli americani (e anche agli europei) sono gli stili di vita, cioè abitudine al fumo, al consumo di alcol e tassi di obesità, anche se queste “buone pratiche” fanno il paio con il problema enorme dell’inquinamento dell’aria, il vero “elephant in the room” della Cina da qui al 2050. Una nota   del 2 maggio scorso dell’OMS, che raccoglie i dati di 300 città in Cina, mostra che nel 2016 l’esposizione mediana annuale al PM2,5  era di 48,8 μg / m3, il 17% in meno rispetto all’ultimo rapporto dell’OMS, ma ancora più di quattro volte superiore alle raccomandazioni, e soprattutto si tratta di percentuali molto più elevate di quelle degli Stati Uniti   . Non stupisce dunque la maggior incidenza di malattie respiratorie in Cina.
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Ma c’è anche un terzo aspetto da considerare: quanto ha senso focalizzarsi sull’indicatore dell’aspettativa di vita media di un paese, dal momento che anche in un paese “comunista” come la Cina, le disuguaglianze sociali in termini di quote di reddito posseduto dai vari quintili di popolazione sono andate crescendo più di quanto è accaduto negli Stati Uniti, che non sono certo da assumere come paese modello di equità sociale? Dati interessanti in questo senso li riporta il World Inequality Report 2018: la quota di reddito posseduta dal 10% più ricco è del 41% in Cina e del 47% negli Stati Uniti.

Negli ultimi decenni i paesi sono diventati più ricchi ma i governi sono diventati poveri. La combinazione di grandi privatizzazioni e l’aumento della disparità di reddito all’interno dei paesi ha alimentato l’aumento della disuguaglianza di ricchezza tra gli individui.

Tra il 1978 e il 2015 – scrive Thomas Piketty nel suo blog su Le Monde nel febbraio 2017   – è innegabile che la crescita in Cina ha permesso al paese di uscire dalla povertà. La quota del PIL globale del paese è passata da poco meno del 4% nel 1978 al 18% nel 2015. Espresso in termini di parità di potere d’acquisto nel 2015, in euro, significa che il reddito nazionale pro capite cinese è salito da appena 150 euro al mese nel 1978 ai quasi 1000 euro mensili del 2015. Mentre il reddito medio nel paese rimane tra tre e quattro volte inferiore a in Europa o nel Nord America, il 10% più ricco della popolazione cinese ha un reddito medio disponibile equivalente a quello dei paesi ricchi.

Il problema è che la crescita del reddito del 50% più povero della popolazione cinese è stata solo la metà della media nazionale. Secondo le stime di Piketty, la quota del 50% di reddito in mano al gruppo più povero in Cina è scesa dal 28% al 15% tra il 1978 e il 2015, mentre il reddito nazionale in mano al 10% più ricco è passato dal 26% del totale al 41%. La portata del fenomeno è impressionante: i livelli di disuguaglianza in Cina sono chiaramente più elevati che in Europa e si avvicinano rapidamente a quelli osservati negli Stati Uniti.

Troviamo la stessa evoluzione, ma ancora più drammatica, per la concentrazione della proprietà privata. Tra il 1995 e il 2015 la quota di ricchezza privata detenuta dal 10% più ricco è passata dal 41% al 67%. In 20 anni, la Cina è passata da un livello inferiore a quello osservato in Svezia ad un livello che si avvicina a quello degli Stati Uniti.

Un aspetto su cui la Cina sta senza dubbio puntando, e che potrebbe essere determinante per l’aspettativa di vita futura è invece l’istruzione universitaria, considerato dalla letteratura come un indicatore per una salute migliore, a patto che aver studiato si traduca in occupazione e in un reddito adeguato per vivere. Secondo quanto riportato dal World Economic Forum nel 2017 ci sono stati 7,9 milioni di laureati nelle università cinesi, il doppio rispetto ai laureati americani. Nel 2018 se ne stimano 8,2 milioni. Per contro, negli Stati Uniti (dato OCSE, Health at a Glance 2017) nel 2016 il 47,5% dei 25-34 enni era laureato.

Ma anche qui, pare che in Cina si proceda a più velocità. Il World Economic Forum  lo definisce “The big divide”: non solo sei mesi dopo la laurea, uno su quattro studenti universitari cinesi ha uno stipendio inferiore al salario medio di un lavoratore immigrato, ma nel paese si sta accentuando la polarizzazione fra gruppi di laureati a seconda della disciplina di laurea. “Sembra che il problema non sia il numero crescente di studenti che frequentano l’università, ma che la discrepanza tra la composizione delle competenze dei laureati e le competenze richieste dai datori di lavoro” si legge. La domanda di laureati con competenze tecniche o quantitative è infatti aumentata più rapidamente dell’offerta, con conseguenti opportunità di lavoro attraenti per i laureati con queste competenze. Ma per gli altri non è così, e la conseguenza – concludono gli esperti – è la sempre più massiccia presenza di giovani disoccupati o sottopagati.

E chi è più svantaggiato, vive di meno, e soprattutto vive in condizioni di salute peggiori.

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