«Lavoro per mantenermi in forma» confessava Teruo Sugiura, 86 anni, ex commesso in un grande magazzino e ora riparatore di porte a scorrimento tradizionali — gli shoji — ai giornalisti dell’Afp nel 2016. «Non c’è ragione per cui debba stare a casa a girarmi i pollici».

Il signor Sugiura è il perfetto ritratto della futura società giapponese: una società senza età, per sempre giovane e attiva, abile al lavoro anche dopo quell’età un tempo considerata il limite ultimo per il ritiro a vita privata, il riposo e la contemplazione.

La scorsa settimana, il governo ha reso pubblico una bozza di revisione delle politiche governative a tutela delle fasce più anziane della popolazione. Punti fondamentali del documento sono le misure a favore della permanenza degli over-65 nel mondo del lavoro e l’innalzamento dell’età pensionabile — la soglia cioè a cui un cittadino giapponese ha diritto agli emolumenti statali — a più di 70 anni. La bozza è già stata approvata dal partito liberaldemocratico, il primo partito nazionale, e la sua discussione in consiglio dei ministri è prevista entro il mese. “Non è più credibile considerare le persone di 65 anni in modo uniforme anziane” si legge in un passo del documento citato dall’agenzia di stampa Kyodo. Secondo gli ultimi dati della Banca mondiale, infatti, il Giappone è il Paese al mondo con la più alta aspettativa media di vita — 84 anni — davanti solo all’Italia — 83.

Attualmente, la gran parte dei lavoratori dipendenti inizia a percepire una pensione statale a 60 anni. L’età verrà gradualmente innalzata a 65 entro il 2025. Sia il governo che le grandi aziende spingono però per trattenere i propri dipendenti più a lungo possibile: già oggi in molte grandi aziende giapponesi, i dipendenti che raggiungono i 60 anni di età rimangono in azienda con un regime salariale ridotto. Un sondaggio Reuters di quest’anno su oltre 500 aziende ha rivelato che il 60% di loro ha già preso provvedimenti simili o intende prenderne nei prossimi anni.

Tra queste, aziende come Suntory, leader nel settore delle bevande alcoliche e dei soft drink, e Aeon, proprietaria di una delle più importanti catene di supermercati del Giappone, hanno già innalzato la soglia della pensione per i propri dipendenti a 65 anni.

In linea con la recente proposta di modifica del governo, il 6% delle aziende raggiunte dal sondaggio ha inoltre ammesso di considerare un possibile ulteriore aumento a 66–70 anni. Alcune compagnie assicurative già oggi permettono ad alcuni loro dipendenti di lavorare fino a 70 anni con contratti a termine. Il motivo per cui le aziende vedono positivamente l’aumento dell’età pensionabile è uno su tutti: la crisi demografica — alcune stime parlano di un calo della popolazione a 88 milioni entro il 2060, rispetto agli attuali 127 milioni.
Questo trend negativo ha naturalmente un impatto sulla disponibilità di manodopera under-60 nel paese, mai così bassa dal dopoguerra: la percentuale di lavoratori di età compresa tra i 60 e i 65 anni attualmente è di circa il 30%.

Prolungare l’età lavorativa ha naturalmente alcuni vantaggi per i lavoratori, soprattutto in termini di stipendio e benefit, ma ha costi più alti per le aziende e, sostengono alcuni manager interpellati ancora da Reuters, rischiano di ostacolare la formazione dei nuovi assunti. Nonostante l’attuale difficoltà del sistema del welfare nazionale, il governo potrebbe non forzare troppo la mano, lasciando l’applicazione dei provvedimenti all’arbitrio delle singole aziende.

Oltre ad adeguare il sistema pensionistico a quello di altre economie avanzate — come Germania e Gran Bretagna — il governo è alla ricerca di altre contromisure alla penuria di lavoratori. I Paesi in via di sviluppo della regione sono una miniera potenzialmente infinita di forza lavoro. Nel 2016 il numero di lavoratori stranieri ha toccato il milione di individui, un record storico, ma non abbastanza per far fronte alle voragini della terza economia del mondo.

Così il governo cerca di sopperire alle mancanze sfruttando alcune scappatoie del sistema legale. Aprire ufficialmente ai lavoratori stranieri potrebbe essere infatti pericoloso a livello politico per i conservatori al governo.

Il sistema degli apprendisti tecnici — kenshusei — è una parte dei sistemi paralleli di importazione di manodopera dall’estero. Attraverso questo programma, gestito a metà da governo e aziende, ogni anno entrano in Giappone migliaia di lavoratori — raccoglitori di frutta e verdura, operai edili ed operai tessili provenienti soprattutto da Vietnam e Cina — a bassa specializzazione e a basso costo.

Sono molti gli apprendisti ed ex apprendisti che hanno ammesso di non aver acquisito nessuna competenza professionale in più rispetto a quelle che avevano prima di partire per il Giappone e che hanno denunciato condizioni di sfruttamento. Al centro delle critiche è l’assenza di garanzie per questi lavoratori importati: dal 2014 sono stati oltre venti i casi di apprendisti morti sul lavoro, secondo i dati del governo di Tokyo. C’è poi il sistema di reclutamento, gestiti da intermediari che operano in collaborazione con scuole private di lingua giapponese e con i quali gli apprendisti finiscono per indebitarsi.

«Ciò che stiamo facendo è importare manodopera, solo sotto un altro nome», ha ammesso un parlamentare del Partito liberaldemocratico al New York Times. Il governo punta ad allungare il periodo di permanenza degli apprendisti — da tre a cinque anni — e di istituire una nuova agenzia incaricata di supervisionare gli standard lavorativi e ridurre i casi di sfruttamento. Oggi, a fronte del fatto che il loro visto è legato al loro datore di lavoro, gli apprendisti sono impossibilitati a licenziarsi senza essere automaticamente rimpatriati e ritrovarsi così coperti di debiti.

«Se vogliamo ancora crescere in futuro» ha specificato ancora il parlamentare conservatore «abbiamo bisogno degli stranieri».

di Marco Zappa

[Pubblicato su Eastwest]

2328-catena-di-montaggio-toyota

Annunci