1. Il grande sconfitto delle elezioni regionali anticipate svoltesi in Catalogna il 21 dicembre 2017 è il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy. Ha destituito il governo catalano democraticamente eletto e sciolto il Parlamento, utilizzando l’articolo 155, poi convocato le elezioni allo scopo di spezzare la maggioranza favorevole all’indipendenza e di rafforzare la sua posizione. Ha fallito entrambi gli obiettivi.

I partiti indipendentisti mantengono (con la perdita di due seggi) una maggioranza assoluta e i sostenitori catalani del partito di Rajoy, il Partito Popolare (PP), si è schiantato, sopravvivendo solo come forza residuale quasi sul punto di perdere la sua rappresentanza parlamentare. Sembra che il declino del PP abbia come causa la concorrenza reale che subisce ormai all’interno del proprio campo politico.

2. Il campo indipendentista conosce una certa riorganizzazione, ma con poche differenze complessive in voti e seggi. Resta solido e non messo in difficoltà dall’’Art 155, il dispiegamento della polizia e le carcerazioni. Ma la destra di questo schieramento ha guadagnato terreno rispetto alla sinistra, in particolare rispetto alla CUP (Comitati di Unità Popolare) che ha perduto metà dei suoi voti e il 60% dei suoi seggi. La CUP è una organizzazione ammirevole per molti aspetti, ma praticamente nello sviluppo del processo ha svolto il ruolo del fratello minore, senza alcuna capacità di orientamento verso settori di sinistra che non sono favorevoli all’indipendenza. Questo lavoro di costruire un ponte di classe al di sopra dei campi (anche se il campo indipendentista è riconosciuto come egemone) è, secondo me, all’origine degli scarsi risultati della sinistra. L’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya) ha dimostrato una mancanza di audacia e, in generale, i suoi dirigenti sono apparsi persone di modesto livello politico. Al contrario, il partito nazionalista catalano di destra, la convergenza, oggi chiamato Junts Per Catalunya, che ha trovato in Puigdemont un abile politicante è riuscito a superare una situazione di partenza molto difficile per il PDeCAT (Partit Demòcrata Europeu Català). Il futuro del processo è incerto. Ma in prigione o meno, sembra chiaro che Puigdemont sarà ancora il Presidente della Catalogna: E’ un peccato che la destra abbia conservato la direzione di questo campo, ma in ogni caso, non è comparabile in alcun modo con l’altra destra, quella del campo unionista.

3. Ciutadans ha sbaragliato le altre forze nel campo unionista, recuperando quasi completamente il voto del PP, ma facendo presa anche nell’elettorato di sinistra, soprattutto nella cintura industriale di Barcellona. E’ inquietante che un partito neoliberale al 100%, più a destra del PP su alcune questioni, possa attirare tanti voti dei lavoratori. L’assenza della sinistra in numerosi quartieri popolari ne è una causa, ma anche il movimento indipendentista, in particolare la sua componente più di sinistra non è stata capace di dialogare con quelle e quelli che canalizzano la loro rabbia sul terreno nazionale spagnolo piuttosto che sul terreno sociale. Il suo capo, Alberto Rivera, può avere un trampolino privilegiato per conquistarsi un ruolo a livello dello Stato spagnolo… Il PSC (Partit dels Socialistes de Catalunya) è rimasto quasi allo stesso livello, ridimensionando le speranze infondate del suo candidato, Miguel Iceta. Pedro Sanchez, il leader del PSOE non ha guadagnato molto ad oggi, ma neanche ha perso qualcosa.
4. Per quel che riguarda En Comù et Podem, il risultato è negativo, anche se non c’erano grandi attese. Ma le cifre brute indicano che Catalunya en Comù (CeC) ha ottenuto l’84% dei suoi voti nella provincia di Barcellona, ma solo il 9,5% nella capitale, Barcellona, dove la sindaca, Ada Colau appartiene a questa coalizione. CQSP (Catalunya Sì que es Pot – la coalizione apparentata a Podemos nelle ultime elezioni regionali) che già aveva avuto un risultato deludente, ha fatto anche peggio anche se il candidato e la campagna svolta sono stati migliori. Gli errori di mantenersi permanentemente in una posizione di equidistanza tra i due campi e la mancanza di preparazione per l’organizzazione del referendum del 1° ottobre e le manifestazioni che ne sono seguite, hanno pesato fortemente. Per una forza di sinistra, restare spettatrice del più importante processo di mobilitazione popolare dopo molti anni, non è sembrata una buona scelta per ottenere maggiori sostegni. Ora CeC dovrebbe riflettere su come costruire un punto di riferimento organico che sia realmente radicato. Ma il rischio di finire come semplice appendice d’ICV (Iniciativa per Catalunya Verds) resta alto. A livello dello Stato Spagnolo speriamo che non ci sia una marcia indietro rispetto alla difesa dell’organizzazione di un referendum per l’indipendenza della Catalogna, che, dopo questo 21-D, continua ad apparire come la sola soluzione possibile alla questione catalana.

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