Il sito HK01 ha ottenuto alcuni documenti desecretati della diplomazia britannica sui fatti di piazza Tian’anmen del 1989. Si tratta di una nota dell’allora ambasciatore Alan Donald cui una fonte riferì alcune informazioni date da un anonimo componente del consiglio di Stato, l’esecutivo cinese. Secondo questo alto papavero di Pechino i morti nella repressione furono circa 10mila. Per l’allora sindaco della capitale furono 200. Mentre secondo la Croce rossa le vittime furono almeno 2.700. Il dato che emerge dai documenti britannici è in linea con quello di alcuni file statunitensi pubblicati dal Next Magazine nel 2014. Amnesty International ha sempre sostenuto che ai morti del 4 e 5  giugno vanno aggiunti i fucilati e spariti nei giorni successivi che fa ammontare a oltre un migliaio.

Il 23 maggio 1989, 200.000 truppe delle Forze di Terra dell’Esercito Popolare (costituite principalmente da soldati e carri armati) si avviarono verso Pechino per sgombrare la piazza. In seguito, secondo i rapporti dell’Intelligence, la 27ª e 28ª unità erano state allontanate dalla capitale perché i soldati avevano cominciato a simpatizzare per i manifestanti. Altri rapporti rivelano che alcuni elementi della 27° unità avevano preso una posizione difensiva nella città, al fine di potersi potenzialmente difendere da attacchi di altri gruppi militari. Circolavano varie voci secondo cui alcuni militari di alto grado avevano cominciato a supportare i manifestanti democratici e che c’erano state ribellioni tra le truppe.

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Il generale Xu Qinxian aveva rifiutato l’ordine verbale del generale Li Laizhu di inviare la 38ª unità nella piazza. Xu insistette per un ordine scritto. Xu venne immediatamente deposto dal suo comando e in seguito incarcerato per 5 anni ed espulso dal Partito.

La notte tra il 3 e 4 giugno l’Esercito Popolare iniziò a muoversi dalla periferia verso piazza Tienanmen. Prima dell’irruzione, il governo ordinò a tutti i cittadini di rimanere nelle loro case tramite annunci in televisione e al megafono, che rimasero inascoltati. Dopo esser venuti a conoscenza del fatto che decine di migliaia di soldati e centinaia di carri armati si stavano avviando verso Tienanmen, gli abitanti si riversarono nelle strade di Pechino, in modo da bloccarne l’avanzata. Come aveva già fatto 2 settimane prima, la gente costruì barricate e ostacoli.

Beijing residents inspect the interior of some of

Alle 10:30 del mattino, vicino alla stazione Muxidi (dove risiedono ufficiali di alto grado del PCC con le loro famiglie), l’esercito cominciò a sparare sulla folla, facendo moltissime vittime. Molti manifestanti pacifici vennero massacrati dai soldati; la violenza esercitata dai militari sarebbe stata provocata dalla morte di alcuni di essi, ma secondo altri fu il governo a ordinare ai soldati di sgombrare la piazza con ogni mezzo.

Tuttavia la gente decise di rimanere nelle strade e di resistere. Come le truppe si mossero verso la piazza, iniziò a infuriare una battaglia tra le strade che la circondavano. L’esercito tentò di liberare le strade usando gas lacrimogeni e colpi d’arma da fuoco. I manifestanti bloccarono lentamente l’avanzata nemica con barricate formate da veicoli, l’esercito distrusse le barricate e continuò a sparare sui civili.

Immagini mostrano mucchi di corpi ammassati ai lati delle strade sgomberate.

Solo alle 4 del mattino del 5 giugno i carri armati riescono a penetrare in piazza e a sgomberarla.

Ancora oggi gli avvenimenti di piazza Tienanmen sono ancora un argomento sensibile per il governo comunista cinese, che non fornisce versioni ufficiali dell’accaduto ed esercita forme di censura a riguardo.

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