Di Igor Zecchini

L’assemblea di ritorno del Brancaccio milanese, svoltasi ieri sera (7 novembre) in camera del lavoro, può essere tranquillamente definita surreale o, meglio, autistica.

Lo scopo dell’assemblea doveva essere quello di affinare le proposte di programma elettorale da sottoporre, come delegazione milanese, a quella nazionale che si svolgerà il prossimo 18 novembre a Roma e veniva dopo alcune riunioni tematiche di preparazione tenutesi nei giorni precedenti.

Così i centottanta partecipanti (il 30% della prima assemblea di luglio e in gran parte ascrivibili al PRC) hanno pazientemente ascoltato alcuni lunghi interventi di coordinatori dei gruppi di lavoro (volti utra conosciuti come Antonio Lareno, Marco Daltoso, Giansandro Barzaghi, Anna Camposampiero, Vittorio Agnoletto) che sciorinavano obiettivi, molti dei quali condivisibili, su temi come lavoro, casa, immigrazione, scuola e salute. Tutti rigorosamente nell’alveo del dettato costituzionale e tenendo conto del fatto che, come citato da Daltoso, la costituzione riconosce come elemento fondate delllo stato italiano la proprietà privata.

Se questa assemblea, anche se il termine assemblea è veramente forzato, si fosse svolta una settimana prima, avrebbe perlomeno avuto un senso. Ieri però era una giornata particolare. Il giorno prima erano usciti i risultati delle elezioni siciliane con tutti i ragionamenti che sono suggeriti da quell’esito (vedi articolo sul sito nazionale) e questo avrebbe richiesto almeno una discussione politica collettiva.

Più ancora  pesava come un macigno sulla testa degli aderenti al percorso di “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza”, il documento comparso il pomeriggio precedente a firma di MDP, SI, Possibile e, appunto, l’Alleanza rappresentata da Montanari e Falcone. Una firma apposta in barba proprio alla ”democrazia” e al percorso dal basso citati alcune milioni di volte nel corso di questi quattro mesi di discussioni e assemblee. Falcone e Montanari non hanno avuto neanche la buona creanza di aspettare l’assemblea nazionale del 18 novembre mettendo così tutti e tutte  (il PRC in particolare) di fronte al fatto compiuto.

Non voglio però entrare nel merito del documento citato (rimando per questo ai commenti che usciranno sul nostro sito nazionale).

Quello che è incredibile è che tutto ciò non sia stato al centro delle discussione della assemblea milanese. La presidenza tenuta, per volontà divina, da Alessandro Brambilla Pisoni (Milano in Comune) e Nadia Chiesa (PRC), si è ben guardata, come sarebbe invece stato naturale, dal modificare l’ordine del giorno e porre alla discussione collettiva due fatti che in ogni caso modificano in senso drammaticamente negativo il quadro in cui si opera.

Drammatico poi che nessuno dei partecipanti, al di là dei mugugni che si coglievano nei dialoghi tra le persone, abbia neanche posto il problema. Segno di un evidente senso di impotenza e di scoraggiamento che porta ad una passivizzazione anche di compagne e compagni che in altri momenti avrebbero fatto il diavolo a quattro in una situazione analaloga.

Il tutto è poi divenuto paradossale nell’ultima mezz’ora quando, alla fine della elencazione dei buoni propositi, la presidenza ha deciso di trasmettere su grande schermo un intervento video di Tomaso Montanari che confermava in modo inequivocabile la firma al documento di cui sopra invitando tutti e tutte a prendere atto che non esisteva altra strada che non quella. Un intervento che era a loro disposizione già dall’inizio della serata, diffuso solo alla fine per evitare il dibattito.

La serata si è poi chiusa con l’approvazione di una mozione, anche questa ovviamente senza discussione alcuna, che, in modo soft, caldeggiava l’assemblea nazionale a mantenere la decisionalità dal basso (sich!).

Chi vada a Roma, su quale mandato e con quale finanziamento non è dato a sapere.

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