Edwy Plenel

Il conferimento del premio Nobel per la pace alla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN), coalizione di centinaia di ONG di decine di paesi, mette in evidenza l’irresponsabilità degli Stati, che si arroccano alla dissuasione per mezzo del terrore. Lungi dal garantire la pace, questa accresce il rischio di una mostruosa catastrofe, come dimostra la crisi coreana.
[Pubblico volentieri questo articolo, segnalato e tradotto da Gigi Viglino, di cui condivido totalmente la denuncia, pur con qualche riserva sull’impostazione dell’ICAN, basata sulla fiducia in trattati che fanno appello alla “buona fede” di governi imperialisti]. (a.m.)
«Il mondo è ciò che è, vale a dire poca cosa. È ciò che tutti sanno da ieri…» Comincia così l’editoriale del quotidiano Combat,[1] scritto dal suo caporedattore Albert Camus, nell’edizione dell’8 agosto 1945. Due giorni prima, il 6 agosto, una bomba atomica sganciata da un aereo dell’US Air Force, aveva distrutto la città giapponese di Hiroshima sterminando come minimo 70.000 persone, prima che una seconda bomba, sganciata il 9 agosto, facesse lo stesso per la città di Nagasaki e 40.000 dei suoi abitanti, secondo la stima più bassa. Ma lo storico americano Howard Zinn, stima il numero totale delle vittime a 250.000.
In una solitudine abissale, Camus fu uno dei pochissimi a non applaudire, anche se, dirigendo un giornale nato dalla Résistance, auspicava evidentemente la capitolazione del Giappone, alleato della Germania nazista. Ma egli vedeva al di là dell’avvenimento immediato e del cieco compiacimento per un progresso distruttore che, nei media dell’epoca, prevaleva su ogni altra considerazione. «Ci riassumeremo in un frase – scriverà – : la civiltà meccanica è arrivata al suo ultimo grado di barbarie. In un futuro più o meno prossimo, bisognerà scegliere tra il suicidio collettivo o l’utilizzo intelligente delle conquiste scientifiche».
Per contrasto, per avere la misura dell’audacia di Camus di fronte al clima allora dominante, basta ricordare l’edizione di Le Monde dello stesso 8 agosto1945, freddamente fattuale nel suo titolo di prima pagina, arricchito da un commento nell’occhiello che riassume l’incoscienza collettiva di fronte alle tecniche assassine: «Una rivoluzione scientifica».
Settantadue anni ci separano dall’editoriale di Combat, e tuttavia la sua conclusione sembra una profezia più attuale che mai: «Ci rifiutiamo di trarre da una notizia tanto grave niente altro che la decisione di batterci ancora più energicamente per una vera società internazionale, dove le grandi potenze non avranno diritti superiori alle nazioni piccole e medie, dove la guerra, un flagello diventato definitivo per il solo effetto dell’intelligenza umana, non dipenderà più dagli appetiti o dalle dottrine di questo o quello Stato. Davanti alle prospettive terrificanti che si aprono per l’umanità, ci rendiamo conto ancora meglio che la pace è la sola lotta che meriti di essere condotta. Non è più una preghiera, ma un ordine che deve salire dai popoli verso i governi, l’ordine di scegliere definitivamente tra l’inferno e la ragione».
È l’ordine che il Comitato Nobel ha appena rinnovato, onorando l’ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) con il premio per la pace del 2017. «Viviamo in un mondo in cui il rischio che le armi nucleari siano utilizzate è più grande di quanto sia stato da molto tempo – ha commentato la presidente del comitato norvegese, Berit Reiss-Andersen – Alcuni paesi modernizzano i loro arsenali nucleari, e il pericolo che altri paesi si procurino armi nucleari è reale, come mostra la Corea del Nord». Poi ha fatto appello alle potenze nucleari ad aprire «negoziati seri» per eliminare il loro arsenale. [2]
Mettendo in primo piano una campagna internazionale venuta dalla società civile, il Nobel interpella l’accecamento collettivo di un mondo in cui la potenza reale ha come sinonimo la distruzione potenziale. Questo accecamento è anche di ciascuno di noi, incapaci di immaginare che il peggio possa nascere dalla modernità scientifica più avanzata e allo stesso tempo più pervertita, dal momento che l’intelligenza umana è riuscita a inventare l’arma capace di sterminare la nostra propria specie e distruggere tutta la vita sul pianeta.
Il mantenimento della bomba nucleare, della sua produzione e diffusione esprime fino all’assurdo lo stato di un mondo in cui l’ordine apparente altro non è che un disordine permanente. I cinque Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – con diritto di veto – Stati Uniti, Russia (dopo l’URSS), Regno Unito, Francia, Cina, così come sono i primi cinque mercanti di armi del mondo, che alimentano con il loro commercio le guerre che l’ONU, in teoria, ha il compito di scongiurare, sono le prime nazioni ad aver posseduto quest’arma definitiva di distruzione di massa.
In seguito si sono aggiunte altre quattro potenze nucleari: India, Pakistan, Israele e Corea del Nord, tutte inserite in zone geopolitiche di conflitti di lunga durata, tanto incerti nei loro sviluppi, quanto i loro attori possono diventare, un giorno, incontrollabili. E altre verranno inevitabilmente domani, in un mondo definitivamente transnazionale, di connessioni e di reti, come ha dimostrato il ruolo attivo di uno scienziato pakistano, Abdul Qadeer Khan [3], eroe nazionale del suo paese dove è considerato il padre della bomba atomica, nella diffusione internazionale, in particolare verso la Corea del Nord.
Ieri preteso argomento di equilibrio durante una guerra fredda a due poli, americano e sovietico – «La dissuasione blocca la violenza estrema», riassumeva Raymond Aron – l’arma nucleare è ormai lasciata andare in un mondo multipolare, nel quale gli attori hanno le proprie logiche di sopravvivenza e protezione, al di fuori del gioco delle vecchie grandi potenze. Il suo possesso è diventato il jolly delle dittature delle nazioni povere, piccole o fragili, di fronte all’arroganza dominatrice e predatrice delle democrazie dei paesi ricchi.
Per quanto sia pericoloso per la pace mondiale, soprattutto avendo di fronte degli Stati Uniti con a capo l’imprevedibile Donald Trump, l’atteggiamento del nordcoreano Kim Jong-un è razionale dal punto di vista del proprio potere totalitario e della propria sopravvivenza. [4] Le cadute violente di Saddam Hussein in Iraq, poi di Muhammar Gheddafi in Libia, provocate dagli interventi militari stranieri che hanno piombato quei paesi nel caos, lo hanno evidentemente convinto, così come convinceranno domani altri tiranni oppressori dei loro popoli, che il possesso dell’arma nucleare è la sola assicurazione vita tanto del loro regime quanto della loro persona.
L’imprevidenza e l’irresponsabilità sono dunque dal lato delle vecchie potenze che si arroccano a una strategia di dissuasione che non padroneggiano più, tanto il suo corollario, la non proliferazione delle armi nucleari, è sempre più aleatorio. All’opposto, il realismo e la lucidità sono dal lato dell’ICAN, una coalizione di circa 500 ONG attive in più di 100 paesi. [5].Nata nel 2007, in dieci anni ha saputo portare all’ONU un trattato di interdizione delle armi nucleari, approvato nel luglio scorso da 122 paesi e aperto alla ratifica dal 20 settembre.[6] Come le altre grandi potenze del vecchio mondo, la Francia vi si è ferocemente opposta con la voce di governanti senza immaginazione né visione, definitivamente sordi all’appello di Camus a scegliere tra l’inferno e la ragione.
Il trattato di interdizione: una vittoria di Günther Anders
Come spesso, le società sono più intelligenti degli Stati che pretendono di governarle. Come per le mine antiuomo o le bombe a grappolo – grazie alle campagne di opinione, delle convenzioni internazionali le proibiscono dal 1997 e 2008 – è la mobilitazione cittadina che ha permesso di ovviare all’impotenza delle potenze a concretizzare i propri impegni. Il Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari (TNP), concluso nel 1968, stipulava all’articolo 6 che gli Stati firmatari si impegnavano «a proseguire in buona fede negoziati sulle misure efficaci relative alla cessazione della corsa agli armamenti nucleari a una data ravvicinata e al disarmo nucleare, e su un trattato di disarmo generale e completo sotto un controllo internazionale stretto ed efficace».
Si è prodotto il contrario. Il numero di potenze nucleari è quasi raddoppiato, e il privilegio del terrore che si arrogano le prime tra loro è sempre più contestato. Secondo un recente rapporto del Senato francese, all’inizio del 2016 nove Stati possedevano circa 15.395 armi nucleari. La diffusione di tali armi di distruzione di massa è una realtà tangibile: oltre alla Francia, cinque nazioni europee ospitano, secondo l’ICAN, delle bombe atomiche nel quadro degli accordi della NATO. E sempre secondo la coalizione internazionale, i paesi che posseggono l’arma nucleare spendono ogni anno almeno 105 miliardi di dollari per la manutenzione e l’ammodernamento dei loro arsenali, una somma astronomica che potrebbe essere utilmente spesa al servizio del bene comune dei popoli coinvolti, in sanità, educazione, attrezzature, ecc. Infine, l’audace discorso di Barak Obama, nel 2009 a Praga, che faceva appello a «un mondo senza armi nucleari» è rimasto lettera morta. [7]
Munita di questi argomenti tanto concreti quanto pertinenti, l’ICAN è dunque riuscita a imporre un trattato di interdizione delle armi nucleari, così come ne esistono per le armi biologiche e chimiche. In altri termini, a proibire ogni arma di distruzione di massa il cui utilizzo minaccia il genere umano ed è un crimine contro l’umanità. L’articolo 1 del trattato stabilisce che sarà proibito «in ogni circostanza sviluppare, sperimentare, produrre, fabbricare, possedere o stoccare armi nucleari o altri dispositivi nucleari esplosivi». Inoltre, proibisce anche la politica della dissuasione, ricordando che è una disastrosa pedagogia del terrore, poiché: «conformemente alla Carta delle Nazioni Unite, gli Stati devono astenersi nelle loro relazioni internazionali, dal ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza» i firmatari dell’accordo dovranno impegnarsi «a non impiegare, né minacciare di impiegare, in nessuna circostanza, armi nucleari»
Günther Anders non è più di questo mondo per vedere il compimento dell’impegno della sua vita. Günther Stern, il suo vero nome, (1902-1992) [8], primo marito di un’altra grande figura intellettuale del secolo scorso, Hannah Arendt, [9], sarà stato il primo filosofo dell’era atomica e, più essenzialmente, un pensatore della catastrofe. Fu conosciuto dal grande pubblico, agli inizi degli anni 1960, per il suo dialogo con Claude Eatherly, presentato come «il pilota di Hiroshima», in realtà l’uomo che trasmise all’equipaggio del bombardiere il via libera («Go ahead»[Andate avanti]) del presidente americano e che viveva tormentato dai rimorsi. Ripresa di recente in Hiroshima est partout (Le Seuil, 2008 [10]), [Günther Anders,L’ultima vittima di Hiroshima. Il carteggio con Claude Eatherly, il pilota della bomba atomica, a cura di Micaela Latini, Mimesis, Milano-Udine 2016] questa corrispondenza era un’illustrazione pedagogica – come lo sarà nel 1988 il suo formidabile Nous, fils d’Eichmann (Rivages, 2003[11]) [Noi figli di Eichmann – Giuntina, Firenze, 1995], lettera aperta al figlio non pentito dell’organizzatore dello sterminio degli ebrei d’Europa – della sua riflessione decisiva sul significato della bomba atomica, anche al di là della sua mostruosità.
Per Anders, questa opprime un mondo prigioniero della tecnica, della sua efficacia a breve termine e della sua più essenziale irresponsabilità, un mondo disumanizzato che non sa più immaginare, in particolare la possibilità della catastrofe, né sentire, in particolare il crescere dei pericoli. La nostra alienazione, non ha cessato di ripetere, è di non arrivare a pensare la ripetizione, di non riuscire a intravedere «che ciò che si è prodotto una volta poteva prodursi una seconda volta, e anche con meno inibizione». Quella che chiamava «la sindrome di Nagasaki», questa ripetizione spesso eclissata, «disinvolta, irriflessa, immotivata», insisteva, dell’annientamento di Hiroshima. Basta leggere le reazioni ufficiali francesi alla riuscita campagna dell’ICAN – «Il contesto internazionale non autorizza alcuna debolezza» si è riempito la bocca il Quai d’Orsay – per capire quanto il pensiero di Anders risuona ancora come una salutare provocazione.
Nella sua opera principale, iniziata negli anni 1950, L’Obsolescence de l’homme (Éditions Ivrea, 2002 [12]), (Ed. it. L’uomo è antiquato, 2 volumi, Bollati Boringhieri, Torino (2003) (prima edizione, Milano 1963), non esita ad affermare che «i signori della bomba sono dei nichilisti attivi». Poiché chi ammette che l’effetto del suo atto possa essere l’annientamento dell’umanità dovrà essere considerato colpevole di nichilismo distruttore su scala planetaria. «Ognuno ha i principi della cosa che possiede», enuncia ancora Anders: di conseguenza, possedere l’arma atomica è accettare la possibilità della distruzione dell’umanità e della vita da parte dell’uomo. Nell’era atomica, conclude, «noi ormai esistiamo come morti in sospeso. Ed è veramente la prima volta».
Mentre Donald Trump, all’ultima assemblea generale delle Nazioni Unite, minaccia di «distruggere totalmente» la Corea del Nord, [13], prima di evocare di recente un’enigmatica «calma prima dell’uragano», seguita da un misterioso «una sola cosa funzionerà», la Francia, associata agli Stati Uniti e al Regno Unito, ha liquidato il trattato di interdizione della bomba atomica, affermando che questo « disprezza chiaramente le realtà dell’ambiente securitario mondiale». Come se l’arma nucleare ci fosse di qualche aiuto di fronte alle instabilità del mondo, nutrite da ingiustizie economiche, negazioni di democrazia, disordini guerreschi e sconvolgimenti climatici!
Come se, soprattutto, la Francia non dovesse meditare sull’ostinazione nucleare che, sotto la presidenza di François Mitterrand che ha ordinato il più grande numero di test nucleari nel Pacifico, l’ha resa cieca al nuovo mondo multipolare che si stava profilando. Non è un caso se Paul Quilès, il ministro socialista della difesa che nel 1985 fu testimone del disastro del caso Greenpeace, quell’attentato in Nuova Zelanda prodotto dall’arroganza nucleare francese[14], è oggi l’uomo politico più impegnato per il disarmo nucleare. [15]. Allo stesso modo del pilota di Hiroshima, medita sull’accecamento disumano di uno status di potenza fondato sulla padronanza dell’assassinio di massa. È gran tempo di scegliere tra l’inferno e la ragione.
Edwy Plenel
* Mediapart. 8 octobre 2017 :
https://www.mediapart.fr/journal/international/081017/pour-l-abolition-de-l-arme-nucleaire?onglet=full
Traduzione di Gigi Viglino
Note
[1] Leggere qui l’integralità:
http://pm22100.net/docs/pdf/textes/121105_CAMUS_APRES_HIROSHIMA_NAGASAKI.pdf
[2] Leggere qui in inglese sul sito del Nobel:
https://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2017/press.html
[3 ]..https://fr.wikipedia.org/wiki/Abdul_Qadeer_Khan
[4] Leggere qui l’articolo di François Bonnet:
https://www.mediapart.fr/journal/international/040917/coree-du-nord-le-nucleaire-place-kim-jong-un-en-position-de-force
[5] Il suo sito francese è qui:
http://icanfrance.org
[6] Il testo del trattato è qui:
https://www.un.org/disarmament/ptnw/
e la sua presentazione da parte dell’ICAN là:
ESSF (articolo 41871), ONU : Traité sur l’interdiction des armes nucléaires.
[7] Ritrovare il suo discorso qui:
https://secure.lemonde.fr/sfuser/connexion?url_zop=http%3a%2f%2fabonnes.lemonde.fr%2fidees%2farticle%2f2009%2f04%2f06%2fbarack-obama-un-monde-sans-armes-nucleaires_1177289_3232.html
[8] https://fr.wikipedia.org/wiki/Günther_Anders
[9] https://fr.wikipedia.org/wiki/Hannah_Arendt
[10] http://www.seuil.com/ouvrage/hiroshima-est-partout-g-nther-anders/9782020611220
[11] http://www.payot-rivages.fr/rivages/livre/nous-fils-deichmann-9782743605292
[12] http://www.editions-ivrea.fr/fr/2-catalogue.html
[13] Leggere qui su Mediapart:
https://www.mediapart.fr/journal/international/200917/coree-du-nord-iran-trump-et-macron-etalent-leurs-divergences
[14] Leggere https://www.mediapart.fr/journal/international/060915/le-dernier-secret-de-l-affaire-greenpeace?page_article=1
https://blogs.mediapart.fr/edwy-plenel/blog/100615/l-affaire-greenpeace-trente-ans-apres-le-present-du-passe
[15] Vedere qui il sito del suo movimento, IDN :
http://www.idn-france.org
e il suo blog:
http://paul.quiles.over-blog.com

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