L’Associazione Guido Puletti esprime il proprio sconcerto e rammarico per la recente sentenza di condanna a vent’anni del Comandante Hanefjia Prijc, detto “Paraga”, per l’eccidio dei volontari italiani sulle montagne di Gonij Vakuf il 29 maggio del 1993.

Sconcerto perchè questo esito ha vanificato i possibili positivi sviluppi e chiarimenti che potevano scaturire dall’estradizione, una azione giudiziaria da tutti condivisa e plaudita.

Le aspettative più che legittime scaturivano dalla disponibilità per la giustizia italiana, protrattasi per più di due anni, del personaggio chiave di tutta la vicenda, che avrebbe potuto portarci a dare una risposta alla domanda che sin dal momento della esecuzione è stata sulla bocca e nella mente di tutti in primis delle vittime. Perchè?

Il rammarico profondo nasce dal fatto che anzichè approfondire la ricerca con la fonte prima ed essenziale per la sua posizione nella gerarchia militare e nella posizione di comando del reparto che si è macchiato dell’eccidio, si è preferito rincorrere le rimasticate e rinnovate suggestioni seminate dalle tante ‘manine’ che hanno, loro sì, sempre attentamente seguito la tragica vicenda di quel convoglio.

La pur evidentissima illogicità di questi ‘falsi scopi’ non ha impedito che potessero proficuamente depistare la inchiesta ed influenzare le interpretazioni e le dietrologie più disparate.

Al centro di tutto sta Hanefija Prijc comandante gerarchicamente inquadrato che si fa tramite ed esecutore di un crimine infamante e codardo uccidendo dei civili inermi e spogliati di tutto e che accetta in silenzio il marchio del brigante di strada, del capo bastone criminale che sottrae ai suoi stessi connazionali e correligionari ciò che è a loro destinato.

Il disagio cresce quando un caso giudiziario come questo non solo finisce nelle algebriche computazioni degli anni di condanna senza dare nessuna sia pur esile spiegazione della strage ma si rappresenta nel dibattimento con anni di inchiesta alle spalle pieni di vuoti ed incertezze.

La vicenda tutta appare così come un fatto inevitabile e senza vere responsabilità, un fatto di guerra in un contesto incontrollato confuso e non governabile.

Eppure questo fatto che si è svolto in un territorio come quello della Bosnia esiguo e alle porte dell’Italia viene rappresentato come avvenuto in lande sconfinate e lontanissime.

Le inchieste degli organismi internazionali degli anni successivi ed ancora oggi in corso ci restituiscono un quadro ben diverso. Oltre agli attori diretti del conflitto serbi, bosniaci, croati c’era una moltitudine di osservatori ed operatori internazionali inglesi, americani, italiani, olandesi ecc. che puntualmente seguivano, descrivevano, riferivano ai loro referenti gerarchici ed intervenivano negli avvenimenti in corso direttamente o attraverso le loro appendici di sicurezza ufficiali e non.

Il quadro di un vero e proprio laboratorio dove tutte le forme di guerra anche le più barbare sono state messe in atto e dove si sono coltivati i rami verdi che ancora oggi producono i loro tragici frutti.

L’esito giudiziario ci consegna un quadro di impotenza della giustizia italiana a fronte di eventi internazionali di una certa complessità che si rassegna a copiare un esito già raggiunto dalla giustizia bosniaca, sicuramente dotata di mezzi più modesti e meno strutturata ed organizzata della nostra, cui allora paradossalmente andrebbe dato atto di avere avuto il coraggio di condannare un suo eroe nazionale.

A meno che dopo 24 anni non ci si rassegni ad aspettarne 43 per avere alcune delle risposte dovute.

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