Intervista a Gilbert Achcar

Il referendum nel Kurdistan iracheno nuoce alla stessa causa curda

di Jules Crétois

Gilbert Achcar, intellettuale di sinistra, libanese, parla del referendum per l’indipendenza nel Kurdistan iracheno (vinto dai sì con il 92,73%), del suo impatto nel mondo arabo e delle domande che esso pone tanto alla sinistra araba quanto al movimento amazigh.

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Il «sì» ha vinto con il 92,73% il referendum per l’indipendenza organizzato il 25 settembre nel Kurdistan iracheno. I governi iracheno, iraniano e turco si son fatti minacciosi verso il presidente della regione, già autonoma, Massoud Barzani che ha preso l’iniziativa di fare questa consultazione. Quest’ultimo non ha ricevuto importanti manifestazioni di solidarietà da parte degli altri movimenti curdi della Turchia, della Siria o dell’Iran. Gilbert Achcar, professore di scienze politiche al SOAS dell’Università di Londra, intellettuale franco-libanese, marxista, ci offre un punto di vista originale su questo referendum. Mentre numerosi intellettuali sembrano ostili alla creazione di uno o più Stati curdi, Gilbert Achcar non è dello stesso avviso.

Jeune Afrique. Qual è il suo punto di vista sul referendum per l’indipendenza organizzato nel Kurdistan iracheno?

Gilbert Achcar. Innanzitutto voglio precisare che io sostengo il diritto dei popoli all’autodeterminazione e che capisco la lotta del popolo curdo. Ora, il referendum viene presentato dagli stessi organizzatori come consultivo. E in fondo era ovvio che che moltissimi curdi avrebbero sostenuto i principi dell’autonomia o dell’indipendenza. Nei fatti, si tratta di un’operazione politica di un leader, Massoud Barzani, che deve fronteggiare un’opposizione sempre più esplicita. Qui abbiamo un primo paradosso – solo apparentemente tale –: Barzani, che per alcuni incarna la lotta del popolo curdo, assomiglia sempre più ai dirigenti arabi abituati a sfruttare il sentimento nazionale per far tacere l’opposizione assumendo una sorta di postura demagogica.

Tuttavia l’operazione sembra politicamente pericolosa, visto che i suoi stessi alleati lo hanno sconfessato. La Turchia, che fin qui lo ha sostenuto, si mostra aggressiva nei suoi riguardi. Gli Stati Uniti non lo seguono su questa strada. Le Nazioni Unite, anche se proteggono il diritto all’autodeterminazione dei popoli sono  imbarazzate. Questo referendum appare come controproducente per gli interessi dei curdi, anche nel loro insieme.

J.A. Perché gli altri movimenti curdi, come quelli vicini al Partito del Lavoratori del Kurdistan (PKK), non si pronunciano su questo referendum?

G.A. Fino a poco tempo fa Barzani era vicino al governo turco. Basta fare un rapido giro nel Kurdistan iracheno per vedere quanto sia presente il capitale turco. I curdi che si oppongono ad Ankara per forza sono cauti. Barzani è lungi dall’avere il monopolio della lotta curda. In passato, in combutta con Jalal Talabani (dirigente curdo ed ex presidente della Repubblica dell’Iraq, ndr), ha anche concluso accordi con Saddam Hussein. Infine, riguardo ai quadri del suo partito, il Partito democratico del Kurdistan (PDK) e più in generale riguardo alle forze dominanti nel Kurdistan iracheno, per esempio, non si può parlare di un campo progressista. Al contrario, è una forza arcaica e afflitta dalla corruzione. Il PKK e i suoi alleati e i suoi satelliti, come il Partito  di unità democratica (PYD) in Siria, invece, rappresentano un polo politico progressista, addirittura molto progressista per la regione.

J.A. Il punto di vista arabo su questo referendum sembra diverso da quello occidentale. Come lo spiega?

G.A. Sarebbe troppo lungo spiegare il punto di vista dell’opinione pubblica araba, ma si può sottolineare che questo è in parte determinato dal fatto che l’unico sostegno esplicito al referendum sia stato quello di Israele. Si capisce, quindi, che alcuni siano scettici. In Libano, per esempio, negli ambienti favorevoli o vicini a Hezbollah, tutti o quasi denunciano il referendum. Si può capire che gli arabi siano spaventati da quello che percepiscono come un indebolimento dei Paesi arabi in preda a forme di neocolonialismo o di imperialismo. Tuttavia, occorre fare attenzione a questa lettura. I curdi non sono responsabili dell’indebolimento degli Stati arabi. Al contrario, sono spesso vittime degli autocrati corrotti che sono esattamente quelle persone che indeboliscono gli Stati che dirigono. A puro titolo orientativo, ricordo che la sinistra curda, anche in Turchia, quindi nonostante le barriere linguistiche, sostiene la lotta del popolo palestinese.

J.A. Secondo lei questo punto di vista è un errore?

G.A. Oggi gli analisti arabi che giustamente ricordano la violenza degli accordi Sykes-Picot per spiegare la situazione terribile della regione, ignorano o fanno finta di ignorare che anche i curdi sono stati vittime degli imperialisti occidentali e che la loro volontà è stata ignorata ed il loro popolo frammentato. Un mondo arabo forte è un mondo arabo unito e questo non lo impedisce il popolo curdo. Si può invocare l’unità di un mondo arabo forte, ma rispettoso dei diritti delle minoranze.

J.A. Perché la sinistra araba non sostiene il movimento curdo, anche se spesso questo è molto progressista?

G.A. Per iniziare, non bisogna fare troppo i romantici: descrivere, come alcuni fanno in Occidente, il PKK o il PYD come puri libertari è di un’ingenuità sconcertante. I movimenti della sinistra araba, come dicevo a proposito degli ambienti vicini a Hezbollah, basano spesso ogni loro analisi politica sulla questione israeliana. Al punto da non riuscire ad articolarla con altre pesanti tendenze. Allo stesso tempo, si lasciano irretire da una cultura sciovinista. Ma si possono comunque immaginare dei dialoghi tra movimenti progressisti. In Turchia il Partito Democratico dei Popoli, di sinistra e proveniente dal movimento curdo, ha tracciato una strada: ha teso la mano ai settori turchi più progressisti. La scommessa è quindi questa: militare per democratizzazione della Turchia, che permetterebbe di sbloccare una maggioranza disposta a parlare con serenità della questione curda. Questo è un esempio interessante da analizzare nel mondo arabo.

J.A. Ci sono forme di sostegno o di solidarietà a questo referendum nel Maghreb, nel movimento amazigh. Queste vicende sono legate?

G.A.: La situazione è molto differente perché sono rare le forze politiche degli amazigh separatiste che rivendicano indipendenze formali, totali. Comunque, la questione curda e quella amazigh sono collegate su un punto: fanno emergere l’esistenza di uno sciovinismo arabo che non dimostra di essere rispettoso delle specificità culturali, linguistiche e anche religiose. Nel mondo arabo come altrove, la democrazia è ancora intesa in modo restrittivo solo nel senso del diritto di voto o del non accumulare le cariche a favore della rotazione.

Traduzione dal francese di Cinzia Nachira

(1) Movimento berbero che rivendica il riconoscimento della lingua e della cultura amazigh come parte integrante dell’identità marocchina, reclamando contemporaneamente la fine dell’assolutismo reale e il passaggio ad una democrazia parlamentare che sancisca la piena sovranità popolare.

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