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di Franco Turigliatto

Verso il G7 di Torino e la mobilitazione contro i potenti della terra 

Alla fine di settembre si svolgerà a Torino l’incontro del G7, cioè dei ministri dei paesi più potenti del mondo per discutere dell’industria, della scienza e del lavoro. In realtà non è Torino, ma la vicina Reggia di Venaria che sarà il teatro di questa ennesima e logora rappresentazione che il governo italiano ha infine voluto lontano dalla città, oltre la grande tangenziale e il fiume Dora, timoroso di quanto avrebbe potuto avvenire in termini di manifestazioni e contestazioni nel centro cittadino, rinnovato e tirato a lucido per la nuova vocazione turistica dell’ex capitale dell’auto, dopo i grandi sconvolgimenti produttivi ed industriali che hanno interessato un intero territorio. La reggia di Venaria sarà dunque il nuovo castello in cui si rinchiudono i rappresentanti dei potenti del mondo per vendere la loro idea e i loro progetti del futuro. Conosciamo da tempo quali siano gli interessi delle classi dominanti che questi governanti rappresentano e che gestiscono attraverso le politiche dell’austerità.

Parleranno di lavoro, ma sono proprio questi che hanno utilizzato e gestito la grande crisi del loro sistema economico, il capitalismo, per distruggere milioni di posti di lavoro, per creare un enorme esercito industriale di riserva da ricattare ed utilizzare a loro piacimento, che hanno precarizzato il lavoro, distrutto gran parte dei diritti conquistati dopo il secondo dopoguerra (dal “Jobs Act” di Renzi al nuovo “code de travail” di Macron), dato piena libertà di licenziamento ai padroni e tolto il futuro ai giovani. Sono gli strumenti tutti con cui hanno realizzato un sempre maggior sfruttamento delle classi lavoratrici al fine di garantire i profitti delle imprese e le rendite finanziarie.

La dimensione della crisi

La classe operaia e i giovani della nostra città e regione sanno molto bene cosa significhino le politiche liberiste e le ristrutturazioni industriali in termini di disoccupazione, cassa integrazione, precarietà, riduzioni salariali, condizioni di lavoro. Per questo la scelta di Torino, per “discutere di lavoro e industria” in una città che ha visto la fuga verso altri lidi, oltre oceano della Fiat, della più grande industria del paese per garantire gli interessi degli Agnelli, senza che istituzioni locali e nazionali muovessero un dito, risulta una vera provocazione nei confronti di una classe lavoratrice e di una intera popolazione che ha pagato e sta pagando duramente le conseguenze di queste scelte e delle politiche di austerità.

Nel 2014 la Fiom denunciava che nella sola provincia di Torino 130 aziende metalmeccaniche avevano chiuso e 15.000 lavoratori avevano perso il lavoro. Ma la chiusura di fabbriche è continuata anche negli anni successivi.

Oggi circa 200.000 lavoratrici e lavoratori in Piemonte sono senza lavoro, (il tasso di disoccupazione viaggia intorno tra il 9 e il 10%); circa 50.000 non ne hanno mai avuto uno; secondo i dati dell’INPS nei primi mesi di quest’anno ci sono state 140.000 nuove assunzioni, ma di queste più di 100.000 sono lavori a termine, solo 24.500 lavoratori hanno avuto un posto fisso. La maggior parte dei disoccupati (119 mila persone), sono ex operai, impiegati o comunque ex lavoratori che stanno cercando un nuovo posto.

Secondo Bankitalia tra coloro che hanno perso il posto di lavoro nei tre anni di maggiore crisi (2009-2012), solo 5 su dieci hanno ritrovato un posto negli ultimi tempi per effetto della leggera ripresa economica, uno su dieci lo ha ritrovato andando in altre regioni. Ma come spiega sempre l’Istituto nazionale questi nuovi impieghi sono in genere a più bassi livelli e peggio pagati: “Aumenta la percentuale di diplomati e laureati assunti per mansioni meno qualificate e che richiedono un titolo di studio inferiore a quello posseduto”.

La Caritas nel frattempo informa che in dieci anni i poveri a Torino e cintura sono raddoppiati, circa100.000, e che “adesso i poveri hanno il volto dei cassaintegrati, dei padri separati o di chi, stabilizzata la crisi, ha finito i propri risparmi e ora non sa più come tirare avanti”. In realtà bisognerebbe opportunamente usare anche il femminile perché, ancora una volta, chi si trova in maggiore difficoltà sono le donne sole.

Siamo di fronte a una cifra enorme, che non ha prodotto un’esplosione sociale solo perché gli interventi caritatevoli sono molteplici e articolati a partire dalla Chiesa cattolica. Si tratta di una società e di un modello capitalistico del tutto inaccettabili: mano libera ai padroni a ristrutturare e licenziare per un accresciuto sfruttamento del lavoro combinato a una rete di carità, di elemosina, per “garantire” la minima sopravvivenza dei diseredati ed evitare nuove rivolte dei poveri. La Chiesa storicamente si è data questa funzione ambivalente.

E la classe operaia?

Qualche giorno fa un militante e dirigente del sindacalismo di classe osservava che di fronte alla “provocazione” del G7, la classe operaia torinese avrebbe dovuto “accogliere” l’incontro dei tirapiedi dei capitalisti con uno sciopero generale, con la lotta, ma che questo oggi è solo un pio desiderio.

Già dov’è quella Torino, quella città che è stata la capitale della classe operaia italiana e dov’è la classe operaia? Oggi se pur massacrata, disarticolata e ridotta quella classe ancora esiste, (nella stessa Mirafiori circa 14.000 lavoratrici e lavoratori sono iscritte/i) ma non è in alcun modo né un soggetto sindacale dinamico ed attivo e tanto meno un soggetto politico capace di far sentire la sua voce e di difendere i propri interessi. Per altro in Piemonte i lavoratori dipendenti sono 1.340.000 di cui 450.000 impiegati nell’industria.

Esprime in forma simbolica questo drammatico impasse della classe proprio la stessa festa della FIOM che si svolge nei prossimi giorni in uno dei reparti dismessi della Fiat Mirafiori ed “acquistato” dal Comune di Torino nei primi anni 2000 per circa 300 milioni. La direzione Fiom che per anni si è battuta duramente contro i processi di ristrutturazione e contro il rullo compressore di Marchionne, rimasta isolata ed emarginata, ha infine conosciuto una deriva sindacale e politica ripiegando sulle posizioni della Confederazione e firmando recentemente su scala nazionale un pessimo contratto dei metalmeccanici. Questo contratto sarà presentato nel dibattito iniziale della festa dalla nuova segretaria Francesca Re David insieme al Presidente della Federmeccanica, Alberto Dal Poz. Una volta si sarebbe detto:” Scusa, ma quello che c’è alla tribuna non è il padrone?”

Verso una mobilitazione nazionale

Tuttavia il G7 dei capitalisti non resterà senza risposta; in fondo lo stesso spostamento dalla Città a Venaria esprime la consapevolezza e la paura dei governanti della disponibilità di diversi settori sociali a esprimere il proprio dissenso dalle loro scelte, a mobilitarsi contro di loro. Infatti pur nel difficile scenario descritto si è già messo in moto dall’inizio dell’estate un movimento assai largo composto da numerose forze sindacali, sociali, giovanili e politiche affinché in quelle giornate possano farsi sentire anche la voce, il protagonismo e i progetti alternativi delle lavoratrici e dei lavoratori e di tutti coloro che stanno in basso.

E’ questo il significato dell’Assemblea Cittadina che si è riunita e costituita alla Cavallerizza in luglio e che ha avuto in questa settimana una nuova riunione di rilancio e che, come espresso nel testo nel testo/appello ReSet G7, vuole “portare l’opposizione unitaria di una città che ha vissuto per anni le conseguenze della post industrializzazione e delle politiche sul lavoro”.

Questa assemblea diventerà una vera e propria assemblea nazionale il giorno 10 settembre allo scopo di costruire una ampia mobilitazione contro il G7 dei padroni che interessi tutto quanto il paese.

In cantiere non c’è solo la manifestazione finale del sabato 30 settembre, ma una vasta rete di iniziative a partire dal martedì 26 settembre che interesserà diverse tematiche e diversi soggetti: dall’università ai ricercatori, dalla vivibilità della città e dalla condizione dei giovani, alla precarietà del lavoro fino allo sciopero degli studenti medi il venerdì con assemblee e manifestazioni e street parade. Risulta quindi che le giornate di fine settembre saranno dense di iniziative, manifestazioni dibattiti, ecc., in forme plurali e pluraliste che ricordano le modalità con cui all’inizio del secolo si caratterizzò l’attività e il successo dei Forum sociali.

In questo contesto le forze sindacali di classe lavorano per costruire una forte presenza e visibilità di iniziativa delle lavoratrici e dei lavoratori, di rafforzamento della loro organizzazione pur nelle difficoltà del presente, di incontro tra le lavoratrici e i lavoratori che più di tutti hanno subito gli effetti delle ristrutturazioni capitaliste e che sono stati e sono i protagonisti delle lotte di resistenza e delle battaglie per difendere i posti di lavoro. Si tratta di confrontarsi e di discutere per individuare i migliori obbiettivi e strumenti per difendere il lavoro e i suoi diritti.

Anche perché la posta in gioco è proprio la costruzione di un programma di lotta e di un percorso di mobilitazione che parta dalla scadenza del G7, ma vada oltre costruendo una campagna nell’autunno per l’occupazione: contro e in alternativa alle politiche del governo e alla sua legge finanziaria.

La nostra organizzazione è pienamente partecipe ed impegnata in tutte queste giornate di lotta e lavora per ricostruire il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori.

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