di Mirna Cortese/Popoff

“I suoi compagni la sollevano, la portano al riparo, la sentono mormorare ‘Oddio che male’. Credono abbia inciampato. Non si vede sangue. Quando la mettono a terra ha gli occhi sbarrati, il corpo rigido. Una crisi epilettica, pensano. Interviene un medico ma in mezzo al putiferio non sa che fare. Caricata su una macchina, Giorgiana arriva in ospedale già morta. Centrata alla schiena da un proiettile”.

Così la scrittrice Paola Staccioli racconta l’uccisione della studentessa diciottenne Giorgiana Masi su “101 donne che hanno fatto grande Roma” (Ed. Newton Compton, 2011), avvenuta il 12 maggio del 1977 sul Lungotevere romano all’altezza di Ponte Garibaldi. Era in corso una manifestazione per festeggiare il terzo anniversario della vittoria del referendum sul divorzio, manifestazione vietata dalla questura in quell’anno di grande rivolta che festeggiava un diritto conquistato e tanti altri rivendicava con determinazione. Quel 12 maggio di 38 anni fa la sinistra antagonista e il partito radicale decisero comunque di effettuare un presidio a Ponte Garibaldi e arrivarono a migliaia: militanti, studenti, studentesse, femministe, lavoratori e lavoratrici, ma lo Stato rispose con la repressione, con lo stato di polizia. Diverse foto e filmati dimostreranno poi che tra i manifestanti si infiltrarono agenti in borghese armati. Decine di persone furono fermate, identificate e picchiate: anche fotografi, giornalisti e alcuni deputati. Intanto sulle strade si alzavano improvvisate barricate, si lanciano molotov, mentre da parte della polizia si risponde con manganelli, lacrimogeni e colpi di pistola.

Masi 12 magio 1977Nel tardo pomeriggio di quel giorno a Ponte Garibaldi, dove si trovavano i reparti di polizia, partono numerosi colpi di arma da fuoco mentre dal cielo cadevano i candelotti di gas lacrimogeno. Giorgiana, come molte altre e altri, tentano di trovare un rifugio ma colpita alla schiena da un proiettile arriverà morta in ospedale.

Il giorno dopo, riferendo in Parlamento, l’allora ministro dell’interno Cossiga, usò parole di elogio per il comportamento delle forze dell’ordine, che a suo dire avevano dimostrato “grande senso di prudenza e di moderazione”. I numerosi filmati e una quantità di foto, raccolte dal Partito Radicale in una inchiesta per la ricostruzione dei fatti dimostrarono però il contrario, in particolare gli agenti che, sia borghese che in divisa, puntavano le armi contro i manifestanti in molti casi sparando. Cossiga fu costretto così ad ammettere che all’interno della manifestazione erano state infiltrate squadre speciali, ciò nonostante per l’omicidio di Giorgiana Masi, come avvenuto in anche occasioni, non furono mai trovati i responsabili e l’inchiesta per la sua morte fu archiviata nel 1981.

Nel 1998, riferendosi alle ammissioni di Cossiga sulla presenza di squadre speciali infiltrate nella manifestazione, l’ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino dichiarò che proprie quelle ammissioni confermerebbero come “quel giorno ci possa essere stato un atto di strategia della tensione, un omicidio deliberato per far precipitare una situazione e determinare una soluzione involutiva dell’ordine democratico”.

Tre anni prima di morire, nel 2007, il già ministro dell’interno, presidente del consiglio, presidente del senato nonché presidente della repubblica Francesco Cossiga, dichiarò in una intervista di essere tra le uniche cinque persone a sapere chi uccise Giorgiana Masi. Ma, insieme a tanti altri orrendi segreti d’Italia, si è portato anche questo nella tomba.

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