Da Spoleto Checchino Antonini da Popoffquotidiano

«Dalla relazione del segretario,abbiamo ascoltato solo la reiterazione della linea della mozione di maggioranza senza alcuna volontà di sintesi con l’esortazione, a noi che abbiamo proposto la seconda mozione, di gestire collegialmente una linea che non condividiamo senza chiedersi dove siano andate a finire le migliaia di persone che non sono più con noi». Eleonora Forenza, eurodeputata dell’Altra Europa e prima firmataria della mozione 2, parla con Popoff quotidiano mentre sono in corso le giornate conclusive della stagione congressuale del Prc. «La funzione di Rifondazione – aggiunge – sta nella ricostruzione del blocco sociale e non nell’ennesima aggregazione elettorale».

Quale discontinuità chiedete al congresso?

Discontinuità su due nodi politici: sull’Europa, un’Unione non riformabile, e sulla linea dell’unità della sinistra che ha proiettato tutto il partito su risultati fallimentari. Da 47mila iscritti nel 2008, ora siamo precipitati a 17mila.

Che vuol dire che non si può riformare l’Unione europea?

Questa Europa, secondo noi, è irriformabile sulla base dei Trattati di Maastricht e Lisbona e del Fiscal Compact.: la linea di una trattativa interna per tentare una sua democratizzazione non ci pare praticabile alla luce, soprattutto, dell’esperienza greca. Dunque, crediamo che serva, che vada costruita una “rottura costituente” che si basi sulla riattivazione dell’agenda dei movimenti sociali e dei conflitti. La maggioranza del partito, come dimostra l’evento costruito sull’arrivo in Italia del premier greco, non fa i conti con la capitolazione di Tsipras all’indomani del referendum che disse no al III memorandum della Troika. Il silenzio su quella vicenda, o l’appoggio critico al governo di Syriza, non aiuta a capire: occorre chiamare le cose con il loro nome. Occorre contrastare un governo che sta per ratificare il Ceta, che ha sottoscritto l’accordo per il rimpatrio forzato dei migranti in Turchia, la Turchia di Erdogan, e che ha imposto il memorandum a un popolo che, nella stragrande maggioranza, aveva detto che non si poteva sopportare.

Tutto ciò, immagino, ha delle ripercussioni serie sul Pse, il partito della sinistra europea.

Certo che ne ha! Le vicende greche dovrebbero indurre una riflessione seria su cosa significhi in questa fase una “sinistra di governo”, stiamo parlando del fallimento di una ipotesi di governo da sinistra delle politiche neoliberiste. Con gli attuali rapporti di forza non è possibile mettere in piedi un governo di liberazione. Per questo il tema non è quello dell’unità della sinistra ma quello della ricostruzione del blocco sociale. Nel Pse, invece, esiste una sorta di asse Linke-Syriza che tende a riprodurre ovunque il “modello Berlino”, quello di un governo “rosso-rosso-verde”, Spd, Linke e Grunen.

Anche il congresso nazionale di Rifondazione è attraversato da questa linea di tensione?

Rifondazione si è spaccata su questo: la maggioranza del partito vuole riaprire alla logica di quel tipo di alleanza secondo una linea che è stata chiara anche a Bruxelles, nel Gue, quando s’è dovuto votare sul presidente del parlamento europeo. Alcuni compagni greci e tedeschi mi hanno chiesto di votare per Pittella, candidato dei socialdemocratici, anche se aveva già perso contro Tajani e i voti del Gue non sarebbero stati determinanti a colmare il gap. Il loro schema sulla rottura della grande coalizione non funziona già dalla prima assemblea plenaria dopo l’elezione di Tajani quando Pittella e quasi tutti i socialdemocratici europei hanno votato a favore del Ceta. Resta il fatto che il Partito della sinistra europea non abbia ancora sviluppato tutte le proprie potenzialità di luogo della politica che contiene tutte le realtà, dalla Grecia alla Germania, e provi a costruire un’alternativa alla socialdemocrazia in piena crisi, e che sia utile all’attivazione dei movimenti sociali. In questa fase appare più efficace il Gue, il gruppo parlamentare che raccoglie all’Europarlamento, sia il Pse, sia pezzi della sinistra radicale che non sono dentro quel partito.

Nell’elaborazione della seconda mozione è centrale anche la questione meridionale che tu evochi spesso con iniziative come quella della Carovana del Sud.

La questione meridionale come questione continentale, nel senso gramsciano di questione della rivoluzione in Occidente. Si potrebbe dire che la “grande disgregazione sociale” del Mezzogiorno, di cui parlava Gramsci a suo tempo, è divenuta oggi un mix micidiale, antropologico, sociale e culturale di omologazione e frammentazione e va al di là del nodo storico “sviluppo-sottosviluppo”. Dal Sud può partire una lotta sempre più organizzata contro il proprio ruolo attuale di appendice subalterna ai dettami politico-finanziari dell’Ue, in collegamento con i conflitti, i movimenti e le lotte di paesi quali Grecia, Portogallo e Spagna, anch’essi inchiodati in varia misura ai dettami dell’austerità. Le “città ribelli”, Napoli o la Barcellona in cui manifestano in 300mila per un’accoglienza dignitosa ai migranti, producono un modello che alla sinistra non chiede rappresentanza (ossia il modello inseguito da chi propugna ora l’unità della sinistra) ma connessione fra autogoverno, partecipazione, conflitto.

Si può dire, dunque, che l’antitesi all’unità delle sinistre sia l’unità dei conflitti, la dimensione sociale prima di quella politica?

La ricerca, in questi dieci anni, di aggregare le forze della sinistra (dalla Federazione con il Pdci fino ai tavoli proposti ora, passando per Cambiare si può, Rivoluzione civile e L’Altra Europa) è in netta contraddizione con lo spirito di Chianciano, quando il congresso impresse la svolta per un’opposizione costituente battendo proprio chi avrebbe poi dato vita alla scissione di Sel nel tentativo di liquidare Rifondazione. Il rilancio non passa per la centralità del momento elettorale ma per la costruzione di punti di riferimento per i conflitti. A Napoli, nella recente tappa della Carovana per il Sud, abbiamo utilizzato la suggestione del film Pride che racconta come negli anni ’80, si saldò la lotta dei minatori contro la Thatcher con quella dei movimenti Lgbtq. Dobbiamo ripartire da un processo di ripoliticizzazione di massa non da risposte politiciste. E il punto vero del caso italiano è l’assenza di conflitto dalla stagione di Monti a seguire fino al referendum del 4 dicembre che ha aperto uno spazio che non dobbiamo recintare con la linea dell’unità a sinistra. Ecco: vanno ricomposti i conflitti che ci sono, quelli per la giustizia ambientale, contro le grandi opere, quelli del mondo della conoscenza, quelli del lavoro. Oggi la sinistra politica non vede la novità rappresentata dal movimento globale delle donne, al sua forza politica straordinaria, una dinamica in crescendo da quando è stata fatta la prima chiamata dalle donne argentine e polacche. Quel movimento è capace di nominare l’intreccio tra patriarcato e capitalismo e di costruire proposta (il piano nazionale antiviolenza, l’educazione alle differenze, il reddito di autodeterminazione). E’ un’utopia concreta.

Che tipo di reinsediamento avete in mente per il partito?

Pensiamo al partito sociale non più un settore del partito, come ora, ma traccia della rifondazione della forma partito: se il neoliberismo ha operato una scissione fra politico e sociale, grazie al sistema maggioritario e alla disgregazione della società, allora va ripensata la divisione dei compiti fra partito e sindacato. La parola d’ordine diventa “fare società”, ricostruire processi di soggettivazione, riconnettere condizione e coscienza. Il rilancio del partito deve vivere in un progetto di società.

Come giudichi il fatto che Paolo Ferrero abbia scelto un’intervista al manifesto, e non il plenum del Cpn, per annunciare la rinuncia a un quarto mandato da segretario?

Allucinante aver letto quella notizia su un giornale. M’è sembrato di rivivere la scena di quando scoprimmo da un dispaccio Ansa che il comunismo, nell’ambito dell’Arcobaleno, sarebbe stata solo una corrente culturale.

Se salta la proposta di direzione collegiale, sarete all’opposizione nel partito?

No, ed è una scelta importante di chi si riconosce nel nostro documento: lavoreremo alla costruzione di pratiche conflittuali e mutualismo, dentro e fuori dal partito.

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