di Cristiano Dan
La premier britannica Theresa May procede come una locomotiva spinta a tutto vapore verso l’agognata Brexit, ma non è detto che riesca a raggiungere l’obiettivo con tutti i vagoni al seguito. Se infatti da una parte ha incassato lo scontato assenso al suo programma di una Hard Brexit da parte della Camera dei comuni, nella quale dispone di una solida maggioranza, dall’altra l’esito delle elezioni anticipate in Irlanda del Nord e l’intenzione espressa da Nicola Sturgeon, la premier del governo scozzese, di indire un referendum sull’indipendenza (e quindi la secessione dal Regno Unito) sono altrettanti seri ostacoli posti sui binari. Il rischio di un deragliamento è concreto.

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La doccia irlandese… Il 3 marzo scorso si è votato per rinnovare l’Assemblea dell’Irlanda del Nord, il parlamento locale con poteri limitati istituito dopo gli accordi di Belfast del 1998 [1]. Si trattava di elezioni anticipate, provocate dalla rottura della coalizione governativa formatasi in seguito alle elezioni del maggio 2016 e che comprendeva il Partito unionista democratico (DUP, Democratic Unionist Party) e i nazionalisti del Sinn Féin. Se la rottura della coalizione governativa veniva giustificata, da parte del Sinn Féin, con la scoperta di uno scandalo (Cash for Ash) che coinvolgeva la direzione del DUP, era però del tutto evidente che la crisi era stata dettata, per non dire imposta, dall’inarrestabile marcia del governo di Londra verso la Brexit, le cui ricadute sulla situazione nordirlandese sono e saranno sempre più pesanti. La Brexit, infatti, comporterà, a scadenza più o meno ravvicinata, il “risigillamento” della frontiera con la Repubblica d’Irlanda, che resta nell’Unione europea, con ripercussioni molto negative non solo sul piano economico, ma anche e soprattutto su quello politico. L’obiettivo della riunificazione pacifica delle due Irlande, già di per sé difficile da raggiungere in condizioni normali, si allontanerà sempre più, e gli stessi accordi di Belfast probabilmente dovranno essere rimessi in discussione. E il rischio di una ripresa dei Troubles non può essere del tutto escluso…

La posta in gioco era dunque del tutto chiara, e non a caso in occasione del referendum sulla Brexit la maggioranza (56 %) dei nordirlandesi s’era espressa nettamente contro, prefigurando in quella occasione l’attuale risultato elettorale. Con una forte diminuzione dell’astensionismo (meno 10 %), i nordirlandesi hanno infatti premiato (più 4 %) il Sinn Féin, da una parte, e l’Alliance (formazione europeista di centro: più 2 %), dall’altra, mentre l’insieme delle formazioni unioniste ha perso circa il 5 %. Gli spostamenti di voti possono sembrare tutto sommato modesti, ma riflettono un vero e proprio capovolgimento della situazione: nel 1998, infatti, i partiti unionisti nel loro complesso raccoglievano oltre il 50 % dei voti mentre oggi sono al di sotto del 44-45 %. In termini di seggi, poi, gli unionisti si trovano, per la prima volta dal 1998, a non disporre più della maggioranza assoluta: hanno infatti ottenuto in tutto 40 seggi su 90 (28 al DUP, 10 all’Ulster Unionist Party, uno alla Traditional Ulster Voice e un indipendente), a fronte dei 39 seggi dei nazionalisti (27 del Sinn Féin e 12 del Socialist and Democratic Labour Party). Gli altri 11 seggi sono andati all’Alliance (otto), al Green Party (due) e all’anticapitalista People Before Profit (uno). Inoltre, DUP e Sinn Féin risultano oggi quasi alla pari, separati da poco più di un migliaio di voti e da un seggio.

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Quel che è avvenuto è evidente. Una parte dell’elettorato unionista, contrario alla Brexit, ha votato questa volta per la Alliance o si è astenuto. Da parte sua, la polarizzazione sul problema della Brexit ha grandemente favorito il Sinn Féin (in passato “antieuropeista”), che ha fatto il pieno dei voti, rosicchiando anche alcune frange dell’elettorato dei verdi e di People Before Profit (sul risultato deludente di questo partito rimandiamo all’appendice più sotto).

Cosa succederà ora? La formazione di un governo di coalizione fra i due partiti maggiormente votati (questa la regola imposta dagli accordi del 1998) è resa estremamente difficile dal rifiuto del Sinn Féin di accettare la riconferma della premier uscente, ritenuta coinvolta nello scandalo, condizione che, ovviamente, il DUP non è disposto ad accettare. Ma i tempi stringono: se entro breve (fine di marzo) non si arriverà a un accordo, a un compromesso, la parola tornerà a Londra: c’è cioè la possibilità che l’amministrazione della regione venga ripresa in mano direttamente dal governo britannico. E se ciò accadesse, il ventaglio delle possibili conseguenze è molto ampio, ma tutte vanno in direzione di un approfondimento drammatico della crisi.

… e la doccia scozzese. Nel giorno stesso in cui la Camera dei comuni dava il via libera a Theresa May, la “prima ministra” del governo scozzese Nicola Sturgeon ha lanciato il siluro del referendum per decidere se la Scozia resterà nel Regno Unito, visto che gli scozzesi nel 2016 avevano votato contro la Brexit al 62 %. Un referendum sull’indipendenza s’era già tenuto nel settembre 2014, e s’era conclusa con un 55 % di voti contrari alla proposta. Ma, dice Sturgeon, ora la situazione è completamente diversa, c’è stato il rifiuto della Brexit e il sentimento indipendentista è in crescita. Pertanto c’è la necessità di convocare un nuovo referendum, con l’accordo del governo e del parlamento britannici. E qui la May si è trovata in difficoltà: se da una parte ha giustificato la Brexit con l’argomento del rispetto della volontà di quel 52 % scarso degli elettori che l’hanno voluta, non le è facile negare la possibilità di esprimersi agli scozzesi, che l’hanno rifiutata al 62 %. In suo soccorso è arrivata però l’Europa, e in particolare il premier spagnolo Mariano Rajoy, che ha detto a chiare lettere che di un’eventuale adesione della Scozia all’Unione Europea non se ne parla nemmeno. E si capisce perché: Rajoy non vuole che si crei un precedente che potrebbe valere poi per la Catalogna. [2]

La situazione è molto complessa. Nicola Sturgeon ha anche ventilato la possibilità, se la Scozia indipendente non verrà ammessa subito nell’Unione Europea, di entrare a far parte dell’EFTA (Svizzera, Norvegia, Islanda, Liechtenstein), in modo da mantenere uno stretto rapporto economico e commerciale con la UE. Ma per ora si tratta solo di ballon d’essai: il governo britannico non ha ancora deciso di accettare il referendum, e non è detto che questo abbia un esito positivo per gli indipendentisti. Quel che invece è certo è che le prossime settimane e mesi si preannunciano burrascosi per il Regno Unito, che rischia non solo uno scontro frontale con lo Scottish National Party di Nicola Sturgeon, ma anche il riaprirsi della questione irlandese.
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Note
[1] Gli accordi hanno posto fine ai cosiddetti Troubles, gli scontri sanguinosi fra nazionalisti irlandesi (IRA e diversi altri gruppi armati), da una parte, ed esercito britannico e gruppi paramilitari unionisti, dall’altra, con un bilancio, nel corso di oltre un trentennio, di circa 3500 morti e varie decine di migliaia di feriti. Il termine “unionista” sta a indicare i partiti favorevoli al mantenimento dell’“unione” fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, e la cui base è quasi esclusivamente composta da persone che si identificano come di religione protestante, in contrapposizione alla componente cattolica, in prevalenza d’orientamento nazionalista, e cioè favorevole all’unificazione con la Repubblica d’Irlanda. Una delle clausole degli accordi comporta l’obbligo, nella formazione dei governi nordirlandesi, di formare coalizioni fra i due partiti che hanno ottenuto i migliori risultati: in pratica fra un partito unionista e uno nazionalista, cui spettano il premier e il vice premier. Un’altra clausola prevede la possibilità di indire un referendum sull’unificazione con la Repubblica d’Irlanda se una maggioranza dei nordirlandesi si pronuncia in questo senso.

[2] Il governo spagnolo è attento non solo alla situazione della Catalogna, ma anche a quella di Gibilterra. Questo minuscolo residuato dell’impero britannico aveva votato quasi all’unanimità (95 %) contro la Brexit, perché il ripristino della frontiera con la Spagna avrebbe conseguenze catastrofiche sulla vita dei suoi circa 40.000 abitanti. La Spagna ha già proposto al Regno Unito di arrivare a una sorta di sovranità condivisa su Gibilterra, cosa che però è vista come una sciagura dai diretti interessati. Altra grana per May.
Appendice | Il risultato di People Before Profit
Come abbiamo detto, il risultato di People Before Profit (PBP) è stato deludente, ma non del tutto inaspettato. Complessivamente, infatti, pur registrando qualche centinaio di voti in più, il PBP arretra leggermente in percentuale (dal 2 all’1,8 %) e perde uno dei due seggi che deteneva. La spiegazione di questo risultato va cercata in una ragione politica e in una tecnica.

Cominciamo da quest’ultima. L’anno scorso il PBP aveva ottenuto due deputati, uno nella circoscrizione di Belfast West (con il 22,9 % dei voti nella circoscrizione) e l’altro in quella di Foyle (10,5 %). Successivamente, però, è stata introdotta una modifica nella legge elettorale che, per “risparmiare sui costi della politica”, ha ridotto il numero dei parlamentari da 108 a 90. Ciò si è tradotto in una diminuzione da 6 a 5 dei parlamentari eletti da ciascuna delle 18 circoscrizioni. Ora, paradossalmente, mentre a Belfast West il PBP subiva una sensibile perdita di voti (presumibilmente a favore del Sinn Féin), ma confermava comunque il suo seggio, a Foyle, nonostante un non trascurabile aumento, il PBP si piazzava sesto, e il suo candidato risultava pertanto il primo dei non eletti. In sostanza, senza la modifica della legge elettorale, sarebbe stato riconfermato.

Spiegazione tecnica a parte, il PBP si è trovato in gran parte spiazzato dalla polarizzazione dello scontro sulla questione della Brexit, che ha fatto passare in secondo piano i problemi di ordine sociale ed economico e quelli dei diritti civili (aborto, eccetera) che costituivano l’asse della sua proposta politica. Per molti elettori di sinistra, infatti, il problema principale è diventato quello del “voto utile”, utile ad allontanare la prospettiva di una nuova separazione fra le due Irlande, dato che la Brexit comporterà necessariamente il ripristino della frontiera di Stato fra l’Irlanda del Nord (fuori dall’Unione europea assieme al Regno Unito) e la Repubblica d’Irlanda (rimasta nella UE). Di qui il massiccio voto riversatosi sul Sinn Féin, apparso come il più solido bastione contro una simile prospettiva. Di questo spostamento il PBP ha risentito però direttamente solo nella circoscrizione di Belfast West, da sempre la più nazionalista (il Sinn Féin vi elegge ben quattro deputati), mentre nelle altre circoscrizioni in cui s’era ripresentato o presentato per la prima volta ha registrato un incremento sia in voti sia in percentuale: non di grossa entità, ma pur sempre incoraggianti.

Sul PBP, che come il Sinn Féin è un partito che opera sia nell’Irlanda del Nord che nella Repubblica d’Irlanda, rimandiamo, in questo sito, a Irlanda | Alcuni successi della sinistra anticapitalista e a Irlanda – Affondato il governo dell’austerità.

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