VIA ZAMBONI 36 di Viola
Dopo oltre un anno dal mio trasferimento a Bologna, come studentessa universitaria fuori sede, posso dire di essere delusa dai movimenti politici studenteschi presenti nella città, estremamente settari e autoreferenziali, sempre pronti a farsi la guerra tra loro, chiusi in una mentalità “o sei con noi o contro di noi” che certamente non favorisce il dialogo e il pensiero costruttivo.
Una riflessione va inoltre svolta sulla realtà sociale di Piazza Verdi, quasi incredibile agli occhi di chi non la vive quotidianamente: si trova nel cuore della città, a due passi dalle famose Torri, di fronte al Teatro Comunale e accanto alle principali facoltà universitarie. Tutto farebbe pensare, come la tipica ipocrisia delle Amministrazioni italiane insegna, ad una piazza pulita, ordinata, una sorta di “piazza della cultura”, dove quello che viene definito il “degrado urbano” non entra e non deve entrare, restando confinato nelle periferie. Non è affatto così perché essa è anche un luogo di spaccio, di rivendita di bici rubate, è la casa di chi non ha un tetto sulla testa perché un affitto non può permetterselo. Tutti questi elementi rendono la piazza un luogo multiforme, dove realtà diverse e talvolta opposte si incontrano, un luogo dove tu, studente universitario che non solo hai una casa dove sei nato, ma anche un’altra casa che i tuoi genitori ti pagano per studiare, ti trovi a condividere il tuo panino mangiato velocemente, tra una lezione e l’altra, con chi di case non ne ha nemmeno una, vive per strada e magari è anche tossicodipendente. Questi sono i motivi per i quali ho sempre amato Piazza Verdi, l’aria di libertà che si respira quando la si attraversa, la sensazione, forse solo illusoria, che almeno lì, in quei pochi metri quadrati, una società diversa, accogliente, paritaria sia davvero possibile.
In questo luogo si trova la tristemente nota Biblioteca di Via Zamboni 36, che al suo interno ripropone la stessa realtà presente all’esterno. Essa è un luogo di studio, di aggregazione, di discussione politica. Proprio per questi motivi sono assolutamente contraria ai tornelli perché fanno venir meno la sua funzione non solo scolastica ma anche sociale, chiudono l’unico luogo in cui gli studenti hanno la possibilità di alzare gli occhi dai libri e di osservare la realtà attorno a loro e chissà, forse, di crearsi una coscienza politica. Tuttavia, quando è iniziata la protesta, pur condannando con rabbia l’intervento della polizia, dimostrazione dello Stato sempre più fascista in cui viviamo, non ho sentito l’entusiasmo di partecipare alle diverse iniziative perché ho avuto la sensazione che quella stessa coscienza politica, che credevo che quello spazio potesse far nascere negli studenti, mancasse anche nelle menti a capo della protesta. Ho avuto la stessa sensazione che ormai da qualche anno spegne la mia voglia di fare militanza: la mancanza di un pensiero critico globale, in grado di cogliere la società in tutte le sue sfaccettature e di costruire un progetto condiviso per il futuro. Questo non vuol dire che si debba restare nella teoria e non agire, tutt’altro, ben vengano gli studenti che, giustamente, si battono per il luogo in cui vivono, l’università. Tuttavia credo che, come precedenti proteste hanno dimostrato (vedi quella sull’autoriduzione in mensa),finché non si troverà il coraggio di uscire dal proprio piccolo mondo e non ci si renderà conto che i problemi che affliggono noi studenti provengono da un piano imposto dall’alto che non colpisce soltanto noi, ma ogni singola fascia della società, ogni protesta fallirà. A meno che l’unico scopo non sia proprio lo scontro con la polizia, altra volontà che ho percepito in questi giorni e che mi ha fatto passare la voglia di scendere in piazza. Lo scontro con la polizia può essere una conseguenza, non deve essere il fine. Tutto questo ragionamento vale a maggior ragione in una realtà come quella di Piazza Verdi: non è sufficiente battersi per il diritto allo studio, perché i benpensanti saranno sempre pronti a controbattere che in realtà gli studenti che protestano sono proprio quelli che il diritto allo studio lo ledono, permettendo l’ingresso alla biblioteca di chi studente non è, rendendo questo spazio anche un luogo di aggregazione e confronto. Per questo è necessario che chi si batte affinché la biblioteca di via Zamboni 36 rimanga un luogo aperto faccia un passo avanti, smetta di concentrarsi sul particolare, sull’obiettivo a breve termine e inizi a denunciare il fatto che i tornelli non sono il problema principale, perché se vivessimo in uno stato in cui l’assistenza sociale, la protezione dei più deboli, un reddito minimo pro capite fossero garantiti, il problema dei tornelli nemmeno si porrebbe. Lo smontaggio dei tornelli da parte degli studenti avrebbe dovuto essere un’azione di forza scaturita da una riflessione precedente, in cui si sarebbe dovuto decidere non solo il modo in cui esteriorizzare la protesta, ma anche un nuovo programma che rendesse palese, agli occhi di tutti, il fatto che i tornelli non erano affatto necessari, che “i cattivi” non erano gli studenti che quei tornelli li avevano smontati, ma chi quei tornelli li aveva messi cercando di nascondere un’enorme responsabilità di cui si era macchiato. Lo Stato Italiano è responsabile di quei tornelli e anche del loro smontaggio, seppur non materialmente, ed è giunta l’ora che gli studenti individuino con certezza chi è il nemico: lo Stato Italiano, l’Unione Europea, il sistema globale in cui viviamo, basato sulla produttività, sulla meritocrazia, sulla legge del più forte. Finché non si sarà raggiunta questa consapevolezza, nessuna protesta porterà ad una vera rivoluzione, fine ultimo, credo e spero, di ogni studente militante.
Viola

Annunci