Victor Serge è uno dei rivoluzionari che non si è mai piegato, che ha cercato una strada nuova, coniugando il meglio del marxismo rivoluzionario e il maglio del movimento anarchico. Cerchiamo di riprendere la sua riflessione come quella di Berneri che andava nella stessa direzione. Il nostro Centro studi non a caso si chiama Maita-Berneri.

Pubblichiamo la recensione di un primo testo sulla Russia post rivoluzionaria. Una periodo che riteniamo sia indispensabile conoscere o rileggere proprio in occasione dell’anniversario del 1917, non solo per individuare gli elementi degenerativi che probabilmente erano presenti anche nella fase iniziale della rivoluzione, ma soprattutto per contrastare le dominanti e agiografiche rievocazioni degli avvenimenti prevalentemente tese a sottolineare una presunta continuità tra l’URSS di Lenin e la successiva degenerazione stalinista del regime.

Victor Serge, Da Lenin a Stalin. 1917-1937 Cronaca di una rivoluzione tradita, Prefazione di David Bidussa, Bollati Boringhieri 2017, pp.185, € 15,00

Tutto deve essere rimesso in questione: Victor Serge e la Russia post-rivoluzionaria

di Sandro Moiso

Con la ripubblicazione, a ottant’anni di distanza dalla sua prima edizione e a quarantaquattro anni dalla prima edizione italiana, dell’efficace sintesi di Victor Serge della storia della rivoluzione bolscevica, dai suoi esordi alle grandi purghe degli anni Trenta, la casa editrice Bollati Boringhieri sembra essersi accollata il merito di inaugurare un anno che molto probabilmente sarà, nel bene e nel male, ricco di rievocazioni di un evento fondamentale per la storia del Novecento.

Anno che correrà il rischio di vedere schierate da un lato le rievocazioni tardo-nostalgiche e acritiche e dall’altro le interpretazioni più distruttive e liquidatorie di un avvenimento rivelatosi determinante sia per la storia del movimento operaio che per quella del XX secolo.
Un avvenimento che nel suo catastrofico decorso, dall’avvento di una speranza concreta in una rivoluzione internazionale al suo volgersi in elemento fondamentale della controrivoluzione, ha meritato, merita e meriterà ancora per lungo tempo un’analisi attenta e complessa del suo svolgimento, delle sue intime contraddizioni e dei motivi del capovolgimento finale dei suoi presupposti.

Il testo di Serge, scritto e pubblicato all’estero, mentre quella orrenda trasformazione da faro della rivoluzione proletaria internazionale a mostruosa macchina dittatoriale e controrivoluzionaria era nel pieno della sua attuazione, può ancora costituire un primo, illuminante esempio di tentativo di analisi critica dei fatti che avrebbero coinvolto non solo il destino di centinaia di migliaia di militanti rivoluzionari e di milioni di proletari e contadini russi, ma anche di milioni di operai e militanti e tutti i partiti comunisti del resto del mondo.

L’autore (il cui vero nome era Viktor L’vovič Kibal’čič) era nato a Bruxelles nel 1890 da un esule rifugiato in Belgio. Dopo aver militato nell’anarchismo più combattivo avrebbe raggiunto la Russia dopo lo scoppio della Rivoluzione, dove avrebbe partecipato attivamente alla vita politica della neonata Unione Sovietica e ricoperto incarichi di prestigio sia lì che all’estero. Dopo la morte di Lenin, nel 1924, si sarebbe avvicinato a Trockij e all’opposizione di sinistra e per questo motivo, nel 1933, venne arrestato ed esiliato in Siberia.

Per sua fortuna una mobilitazione internazionale a suo favore gli permise di tornare in libertà nel 1936, proprio prima dell’inizio dei grandi processi di Mosca, e di riparare a Parigi. Da cui dovette emigrare successivamente in Messico nel 1940, a seguito dell’occupazione nazista del suolo francese. Dopo la rottura con Trockij, la cui teoria dello stato operaio degenerato sembrava a Serge ancora troppo riduttiva per descrivere il regime ormai instauratosi nell’URSS, continuò la sua attività politica e culturale di pubblicista e scrittore fino alla sua morte. Avvenuta, mentre si trovava in condizioni di estrema povertà, a Città del Messico nel 1947.

Il testo riproposto da Bollati Boringhieri ripercorre le principali tappe sociali e politiche dei venti anni che intercorrono tra il 1917 e il 1937, dalle iniziative dal basso di soldati e operai che diedero avvio alla rivoluzione fino alle scelte politiche, ideologiche e repressive che la trasformarono in uno dei più mostruosi strumenti della controrivoluzione.

Al di là della passione messa in campo dal “vecchio” militante rivoluzionario nel narrare e ricostruire gli eventi, non vi può essere dubbio che una riflessione su quegli stessi e sulle condizioni e le scelte che li determinarono sia ancora oggi indispensabile per misurare con piena coscienza di causa ciò che ancora sta avvenendo a livello politico, economico e sociale. Sia a livello nazionale che internazionale.

Quale fu l’abilità principale di Lenin nel 1917? Quella di avere un partito ben organizzato ed un’organizzazione, anche militare, ben disciplinata? Oppure quella di saper cogliere ciò che le masse stavano esprimendo, con le azioni più che con le parole? Serge opta decisamente per quest’ultima spiegazione e ci presenta un Lenin quasi isolato, se non per l’appoggio fornitogli da Trockij, dall’opportunismo e dai timori che sembravano ancora dominare all’interno dello stesso partito bolscevico.

“Una logica inesorabile spingeva migliaia di uomini all’azione, ma questi uomini avevano bisogno di una chiara concezione dei metodi e dei fini. Ci sarebbero riusciti ad ottenerla? Questo era il punto. Al momento decisivo le masse non sempre trovano uomini capaci di esprimere senza ripensamenti i loro interessi, le loro aspirazioni e la loro vocazione al potere”.1

Oppure, potremmo aggiungere oggi, li trovano ma soltanto fittiziamente schierati al loro fianco e in realtà ben determinati ad ottenere risultati contrari all’interesse dei più. Dalle varie forme di fascismo e populismo fino a Trump, passando, e lo vedremo tra poco, dallo stesso Stalin e i suoi mefitici derivati.

“All’inizio la rivoluzione russa fu grandiosa per le sue necessità interiori e nello stesso tempo misera per la sua incapacità di soddisfarle. Il giorno stesso in cui gli operai tessili di Pietrogrado lanciarono lo sciopero che meno di un mese dopo avrebbe portato alla caduta dell’assolutismo, il Comitato bolscevico di un quartiere della capitale si pronunciò contro lo sciopero. Mentre le truppe stavano per ammutinarsi – e fu proprio questo ammutinamento che provocò la caduta dell’Impero – quegli stessi rivoluzionari consideravano, timorosi, se non si dovesse consigliare il ritorno al lavoro. I rivoluzionari di ogni partito, che avevano passato tutta la vita a prepararsi per la rivoluzione, non si resero conto che essa era a portata di mano e che la via verso la vittoria era già aperta”.2

Viltà, opportunismo, volontà di salvaguardia del Partito avanti tutto? Forse tutte e tre le cose insieme che, unite ad una eccessiva rigidità ideologica, avrebbero poi ancora accompagnato alla tomba l’esperienza rivoluzionaria e migliaia di rivoluzionari nell’era successiva alla morte di Lenin. Il quale, come afferma l’autore nel suo libro, ebbe il merito di “essere un rivoluzionario in un periodo di rivoluzione”.3

“Egli vedeva chiaramente i limiti del possibile, ma intendeva superarli. In Russia non proclamò il socialismo,4 bensì l’espropriazione delle grandi aziende a beneficio dei contadini; il controllo operaio sulla produzione; una dittatura democratica dei lavoratori con l’egemonia della classe operaia . Era appena sceso dal treno quando chiese ai suoi compagni di partito: «Perché non avete preso il potere?» […] Tutto il suo genio consisteva nella sua capacità di dire ciò che il popolo voleva dire e che non sapeva dire, con la sua capacità di dire ciò che nessun uomo politico e nessun rivoluzionario era ancora riuscito a dire”.5

“Così la rivoluzione russa ebbe carattere spontaneo: all’inizio sembrava che non avesse nessuno capace di aiutarla a svilupparsi; si può ricavare una grande lezione da questa constatazione: avvenimenti del genere non possono né essere anticipati né fatti precipitare. E’ cieco chi immagina di poter essere a favore o contrario alle necessità storiche, ma se coloro che sono capaci di distinguere le caratteristiche di queste necessità si mettono al loro servizio, allora da questo atto possono raccogliere grandi frutti e più sono capaci di integrarsi nel corso inesorabile degli avvenimenti e ricavarne le leggi che sono in essi contenute, più riescono ad aumentarne i frutti. Solo uomini del genere possono essere dei rivoluzionari”.6

Valeva la pena di soffermarsi sui fatti e le lezioni che caratterizzarono la Rivoluzione del ’17 e gli anni immediatamente successivi fino alla morte di Lenin, cui vengono dedicate complessivamente le prime sessanta pagine del testo. Prima di entrare in quello che potremmo tranquillamente definire come un autentico abisso politico, sociale, economico, ideologico e morale. Un girone infernale di sviluppo forzato e gulag che nel giro di quindici anni riuscì a divorare e ad ingoiare tutte le conquiste e le speranze messe in moto in quei primi gloriosi anni.

Conviene lasciare alla lettura diretta del testo la ricostruzione dei drammi e delle violenze che videro coinvolti ed eliminati i più oscuri militanti operai e i più celebri rappresentanti del Partito bolscevico e della rivoluzione. Quello che vale la pena qui sottolineare è come, da un lato, Serge riesca a ricollegare la crescita della potenza sovietica alla miseria e all’autentica espropriazione politica di milioni di operai e contadini russi e allo stesso tempo, dall’altro, cercare di spiegare come e perchè i migliori esponenti del comunismo sovietico abbiano finito col piegarsi e, talvolta, allearsi con Stalin e il suo progetto. Pur finendo sempre con l’essere eliminati fisicamente, oltre che politicamente.

Sono pagine più che drammatiche in cui l’autore mette al servizio della verità storica e politica le sue memorie, i documenti raccolti e la sua abilissima penna di scrittore.
Tutto deve essere rimesso in questione e le verità di regime devono essere severamente smontate e ricondotte alla realtà dei fatti. Molto distanti dalla narrazione fattane dai servitori, sempre fedeli e spesso destinati anch’essi all’eliminazione fisica, di Josef Vissarionovic Džugašvili, georgiano nato a Tiflis nel 1879, in arte Stalin.

Già nel novembre del 1929,

“lo scarso livello nutritivo degli operai fece diminuire la produttività del lavoro. […] L’operaio abbandonava la fabbrica o vi restava solamente formalmente e si guadagnava la vita mediante piccoli furti. Rivendendo un paio di calze guadagnava di più che con tre giorni di lavoro. Egli doveva essere costretto a lavorare con una legislazione draconiana. Per legarlo ai centri industriali, venivano istituiti passaporti interni, che privavano la popolazione del diritto di muoversi liberamente per il paese e che rendevano possibile la deportazione di chiunque senza alcuna formalità. […] Furono anni di incubo. La carestia arrivò in Ucraina, nelle terre nere, in Siberia e in tutti i granai della Russia”.7

Ma, tenendo anche conto della gravissima crisi che nel ’29 iniziò a colpire tutto il mondo a partire dagli Stati Uniti, se ci spostiamo qualche anno più avanti, quando il regime iniziò a celebrare i suoi trionfi, le cose non cambiano di molto. Anzi.

“Kharkov si è ingrandita sensibilmente. Ci sono molte fabbriche e cooperative nuove. Tuttavia migliaia di persone passano la sera senza luce e quasi senza riscaldamento; a interi settori della città manca l’elettricità.. I cinema sono chiusi, le abitazioni sono nell’oscurità e tutto ciò va avanti per intere settimane. Niente olio, niente candele, completa oscurità. Solo i burocrati, i maledetti fortunati, posseggono brutte lampade a petrolio […] la gente vive instupidita, in uno stato di bestiale disperazione. Il contrasto tra produzione e consumo è incredibile”.8

E più avanti ancora:

“I pidocchi, a cui una volta Lenin aveva dichiarato guerra, sono tornati a frotte, Folle sporche e cenciose riempiono le stazioni, uomini, donne e bambini aspettano a gruppi Dio sa che treni. Vengono cacciati via, ma ritornano senza denaro e senza biglietti. Si arrampicano su tutti i treni su cui possono salire e ci rimangono finché non vengono cacciati via. Sono silenziosi e passivi. Dove vanno? Vanno in cerca di pane, di patate o di lavoro nelle fabbriche dove gli operai sono nutriti un po’ meno peggio…Il pane è il grande stimolo di questa folla. E che dire dei furti? La gente ruba dappertutto, dappertutto”.9

L’industria pesante era stata favorita come base per lo sviluppo della potenza sovietica e con essa in particolare quella degli armamenti. Fame in casa e immagine muscolare verso l’esterno mentre Stalin scenderà a compromessi vergognosi con la Francia, l’Inghilterra e, dal ’39, anche con la Germania nazista. In contemporanea andranno avanti le epurazioni: nel Partito, nel Politburo e tra la popolazione:

“L’epurazione della popolazione di Leningrado10 mediante la la prigione e la deportazione arrivò a comprendere da ottantamila a centomila vittime. E tutto ciò accadeva nel 1935“.11

Ma il dramma ancora maggiore fu proprio quello costituito dal fatto che i più importanti artefici della Rivoluzione accettassero prima di firmare le infamanti accuse costruite su di loro dalla GPU e dagli apparati di informazione e poi di subire, spesso quasi passivamente, i processi e poi le esecuzioni. Senza contare le decine o forse centinaia di migliaia di membri e funzionari di partito scomparsi senza lasciar traccia nelle prigioni e nei campi di lavoro siberiani.

Nel testo Serge dedica a questo argomento pagine terribili e sconvolgenti che vale la pena di leggere, mentre le riflessioni profonde che ne derivarono avrebbero accompagnato le sue opere letterarie migliori12 fino alla fine dei suoi giorni.

Bene ha fatto dunque la casa editrice a riproporre il testo qui esaminato, seppur nella stessa traduzione del 1973 di Sirio Di Giuliomaria che in qualche punto avrebbe potuto essere rivista, non soltanto al fine di una riflessione sull’esperienza sovietica condotta non da un conservatore o da qualcuno che abbia fatto, già all’epoca, il salto della barricata, ma anche per la riscoperta di un autore e militante rivoluzionaria che David Bidussa, in una breve ma significativa e netta Prefazione, contribuisce ad inquadrare e a differenziare da altri autori più celebri, come Koestler o Silone, individuando i motivi della sua rimozione dalla memoria “democratica” proprio nella radicalità del suo operato e della sua testimonianza.

Note

pag. 4

pag. 6

pag.15

Come poi avrebbe fatto Stalin con la teoria, nazionalista e negatrice della rivoluzione internazionale, del socialismo in un solo paese – Nota del recensore

pp. 13-14

pag. 9

pag. 94

pag. 106

pag. 107

Città mai particolarmente cara a Stalin, tanto che nei libri di storia è più celebre l’assedio di Stalingrado che quello di Leningrado che pur durò 900 giorni e vide lo stesso una severa sconfitta delle truppe dell’Asse – Nota del recensore

pag. 129

E’ mezzanotte del secolo, Il caso Tulaev e Anni Spietati. I primi due ristampati in Italia in anni recenti

Il sogno infranto del 1917
di David Bidussa

Victor Serge, o meglio la memoria di Victor Serge, è la prova più bruciante della nostra ipocrisia. Chi di noi non sostiene infatti che la prova della propria fermezza stia nel «non venire a patti»? Se fosse così Victor Serge dovrebbe essere una figura essenziale nel Pantheon di immagini del Novecento. Ma non c’è.
Eppure non è vero che sia solo per questo che alla fine Victor Serge – una figura che non si può non citare come esempio di ciò che significa indisponibilità «a venire a patti» – è collocato «di lato» nella galleria degli intellettuali del Novecento. In molti, se devono pensare a un intellettuale che non si adegua, inquieto, citerebbero George Orwell, Arthur Koestler, Albert Camus o Ignazio Silone. Serge non compare in quella galleria. Perché? Certo, si dirà, non è stato facile nemmeno per loro entrare nella memoria pubblica. E tuttavia, pur con difficoltà, alla fine Orwell, Koestler, Camus e Silone sono diventati parte di un sapere condiviso. In breve, «non si può non averli letti». Per Serge non è così. Significa che non basta «non venire a patti», o forse che «non venire a patti» non è la categoria appropriata per capire come si costruisce un Pantheon e che quindi altre questioni vanno proposte.

La domanda intorno alla «questione Serge» non è mia, è di Susan Sontag (in un saggio scritto nel 2004, alla vigilia della sua morte e che forse ci resta come suo testamento),e mi sembra non solo pertinente ma anche ineludibile.
Sontag si chiede perché Victor Serge sia stato dimenticato, o comunque abbia avuto meno fortuna di altri. E prova a darsi delle risposte: Perché è un esule e dunque nessuno può rivendicarlo appieno? Perché non fu uno scrittore impegnato in modo discontinuo nella militanza, «bensì un attivista e un agitatore tutta la vita»? Perché ha scritto tantissimo e la maggior parte della sua scrittura non è letteraria? Perché nessuna letteratura nazionale può rivendicarlo?
Persino la sua morte fu triste scrive Sontag. «Trasandato, malnutrito, sempre più afflitto dall’angina – aggravata dall’altitudine di Città del Messico – una notte ebbe un infarto mentre era per strada, riuscì a fermare un taxi, e morì sul sedile posteriore. Il tassista lo depositò in un posto di polizia: ci vollero due giorni prima che la sua famiglia venisse a sapere quello che gli era successo e potesse recuperare la salma».
E poi scrive: «Sarà perché nella sua vita ci furono troppe dicotomie? Fu un militante, in lotta per un mondo migliore, fino alla fine dei suoi giorni, cosa che lo rese esecrabile alla destra (…) Ma fu un anticomunista abbastanza perspicace da preoccuparsi che il governo inglese e quello americano non avessero compreso come dopo il 1945 Stalin mirasse a impadronirsi dell’intera Europa (a costo di una terza guerra mondiale).
E ciò, in un’epoca in cui tra gli intellettuali dell’Europa occidentale erano diffusi i preconcetti filosovietici e la diffidenza per gli anticomunisti, fece di Serge un rinnegato, un reazionario, un guerrafondaio.
Come recita un vecchio adagio, Serge seppe «scegliersi i giusti nemici». Questo è il punto della questione, insieme a un altro, che Aldo Garosci – presentando nel 1956 la prima edizione italiana di un altro grande libro di Serge – Memorie di un rivoluzionario (La nuova Italia) – ha intuito e proposto e che poi a lungo è rimasto inevaso. La sua premessa parte dalle ultime righe de Il caso Tulaev (Fazi 2005) il romanzo uscito postumo nel 1948, per molti aspetti un vero capolavoro, insieme a Buio a Mezzogiorno di Koestler, ma appunto meno fortunato di questo. Lì, uno dei protagonisti sfoglia gli appunti di Kiril Rublev, il rivoluzionario che non ha «confessato», e che per questo è stato ucciso, in cui rivendica allo stesso tempo la propria lucidità nell’aver sfidato il mondo con la rivoluzione e di non essersi piegato, pur comprendendo la logica schiacciante del potere che lo vuole morto.

«Ci fu impossibile – scrive Rublev – adattarci alla fase della reazione, dato che eravamo al potere circondati da una leggenda veridica nata dalle nostre imprese, eravamo tanto pericolosi che è stato necessario distruggerci, non soltanto fisicamente, creando attorno ai nostri cadaveri la leggenda del tradimento». (Ivi, p. 415)

È una logica, secondo Aldo Garosci, che rende gli oppositori prigionieri di se stessi, perché si fermano sulla soglia. Limitandosi a «giocare il gioco assurdo della democrazia in un ambiente e in un clima che democratico non poteva restare; il gioco assurdo della fedeltà al partito che ogni giorno di più si rivelava come un nemico della libertà operaia». In questa logica, se il partito rimaneva l’unica ancora di salvezza, allora ne discendeva che l’analisi non poteva che fermarsi sulla soglia della categoria di «degenerazione», ovvero evitando di mettere in discussione il carattere «proletario» dell’Urss, come avviene infatti nella struttura logica e teoretica della critica di Trockij allo stalinismo. Serge, osserva Garosci, si salvò in parte proprio perché in lui «la parte dell’Occidente, la parte libertaria e liberale era assai più profondamente radicata che nei suoi compagni di lotta, e costituiva assieme un non indifferente appoggio esterno e una tavola di salvezza ideale a cui aggrapparsi». È un processo che diventa evidente negli anni dell’esilio messicano, tra 1941 e 1947, soprattutto a contatto con quel vasto mondo di esuli dell’antifascismo internazionale che non si sentono a casa né a Mosca, né in Gran Bretagna, né negli Stati Uniti e che prima di tutto sono alla ricerca appassionata di un ordine da dare alle loro molte sconfitte.
Quel processo inizia nel 1933, alla vigilia del suo secondo arresto in Unione Sovietica, quando in una lettera agli amici francesi scrive: «Nel momento attuale ci troviamo sempre di più di fronte a uno Stato totalitario, castocratico, assoluto, ubriacato dalla sua potenza, per il quale l’uomo non conta. Questa macchina formidabile si fonda su una duplice base: una “pubblica sicurezza” onnipotente che ha ripreso le tradizioni delle cancellerie segrete del diciottesimo secolo e un “ordine”, nel senso clericale del termine, burocratico di esecutori privilegiati».
Quella lettera è il testo che indica il primo momento da cui si origina la traiettoria che lo porta verso la sua riflessione antitotalitaria. Quel processo ha il suo primo punto di bilancio con Da Lenin a Stalin, che esce per la prima volta nel 1937 e che segna un prima e un dopo.

– David Bidussa – Pubblicato su Il Sole/Cultura del 14 gennaio 2017 –

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