di Eliana Como

Da secoli a questa a parte, i testimoni in tribunale giurano davanti a Dio e agli uomini; i ministri sulla Costituzione; i militari sul Re; i medici su Ippocrate. Mai nessuno ha ancora preteso che i delegati sindacali giurino sul loro contratto nazionale.

È quanto vorrebbe invece la FIOM, ora che il contratto nazionale firmato con FIM, UILM e Federmeccanica è stato approvato dai lavoratori. Secondo il gruppo dirigente della FIOM, ogni ipotesi di contrasto al ccnl mancherebbe di rispetto al voto della maggioranza dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche, anche se fosse indirizzata a limitarne gli effetti più negativi (premi variabili, assorbilità dei minimi, flessibilità e straordinario obbligatorio sono soltanto degli esempi).

Se questa linea passasse, si sarebbe arrivati al paradosso (non soltanto sindacale ma giuridico) che il CCNL può essere modificabile in peggio con le deroghe, ma non può essere migliorato con la contrattazione aziendale, nemmeno laddove si determinino le condizioni di forza necessarie. Sarebbe di fatto la fine della contrattazione acquisitiva, già messa a dura prova dal contesto e
dalle riforme degli ultimi anni. Il CCNL non sarebbe più la base minima dei diritti garantiti a tutti, ma la gabbia entro cui limitare anche i rapporti di forza nelle fabbriche più sindacalizzate.

È difficile capire come possa essere pretesa una simile interpretazione, che supera persino le peggiori intenzioni del TU sulla rappresentanza. Testo che comunque FIM FIOM e UILM si stanno impegnando a rendere operativo prima di qualunque altra categoria. La pretesa di applicazione pedissequa del contratto nazionale paventata dal segretario generale della FIOM si baserebbe
sul fatto che esso è stato approvato con l’80% dei voti a favore. Il voto cancellerebbe insomma il diritto al dissenso.

Per fortuna, non tutti si rassegnano a questa logica e a questa distorsione della democrazia. E’ il messaggio che arriva dalla assemblea nazionale del 24 gennaio a Firenze, organizzata dai delegati e dalle delegate metalmeccaniche dell’opposizione Cgil. È un dato di fatto che il contratto nazionale sia stato approvato, certo. Non poteva essere altrimenti, con una consultazione fatta in fretta a ridosso di Natale e senza alcuna agibilità formale per la posizione del NO. Resta il fatto che il risultato politico della consultazione è andato ben oltre le aspettative. Ovunque sono arrivate anche le ragioni del NO, queste hanno prevalso o comunque il SI ha vinto di misura. La percentuale del NO è stata alta soprattutto nelle grandi fabbriche e in tanti grandi gruppi industriali, cioè proprio tra la base più militante e radicale del mondo metalmeccanico. Il 40% dei lavoratori delle fabbriche con più di mille dipendenti hanno bocciato il contratto.

Chissà, quale sarebbe stato il risultato reale se ci fosse stata pari agibilità, soprattutto nella miriade di piccole e medie imprese dove invece ha stravinto il SI (oltre il 90%), con tassi di partecipazione incredibilmente più alti della media.

L’affermazione del NO in tanti grandi gruppi industriali, in tante fabbriche del paese e in molti territori è quindi un dato politico importante, che fa il paio con quello della consultazione del contratto nazionale dell’igiene ambientale e con quello di altre importante vertenze aziendali, prime tra tutte Fincatieri la scorsa estate e più recentemente Almaviva. È un risultato che lancia un segnale inequivocabile, che parla anche della crisi di autorevolezza e di strategia del sindacato. Un segnale che dovrebbe sfondare le porte del sindacato, in particolare della FIOM, e indurre a una riflessione profonda sulle sue cause. Invece il gruppo dirigente reagisce arrocandosi, lanciando editti per obbligare i delegati a dare applicazione al contratto nazionale.

Resta il fatto che tanti lavoratori e lavoratrici non sono stati d’accordo con questo contratto e non ne possono più di accordi a perdere, che non pagano soldi né tutelano diritti. A questo segnale e ai 69mila NO è importante dare continuità, non soltanto per raccogliere un messaggio di insoddisfazione e dissenso (forse anche protesta), ma soprattutto per dargli una prospettiva e una maggiore consapevolezza. Magari trasformarlo in militanza attiva.

Così ha provato a fare l’assemblea di Firenze. Un’assemblea tutt’altro che rassegnata o intimorita, a cui hanno partecipato territori e fabbriche importanti, in particolare di GKN, Same, Fincantieri di Palermo e di Marghera, Piaggio, Continental, Motovario, Bonfiglioli, Ducati, IBM, Electrolux, Magneti Marelli di Napoli e Corbetta, FCA di Mirafiori, Motori Minarelli, Brembo, Danieli, Piombino, INNSE e tanti altri di realtà più piccole tra Pisa, Lucca, Firenze, Venezia, Padova, Modena, Bologna, Parma, Bergamo, Brescia. Partendo dall’analisi del risultato della consultazione, l’assemblea si è interrogata sulle prospettive per andare avanti, rifiutando il giuramento di fedeltà al CCNL e lanciando una campagna di lunga durata per informare i lavoratori e le lavoratrici sugli effetti del CCNL e proseguire una contrattazione acquisitiva, attraverso la contrattazione di secondo livello e una azione sindacale quotidiana.

L’assemblea ha condiviso la necessità di praticare e riempire di contenuti il risultato della consultazione, elaborando una sorta di piattaforma contrattuale comune per impedire in particolare la richiesta di flessibilità e di straordinario da parte delle aziende; la programmazione della legge 104; la totale variabilità dei premi, l’assorbibilità dei minimi e la sostituzione del salario con il welfare aziendale; la derogabilità a qualsiasi livello del contratto nazionale. Con la consapevolezza certo che le condizioni di ciascuno sono diverse e soprattutto i rapporti di forza non sono gli stessi ovunque. Non è possibile astrarsi candidamente dal contesto generale né pensabile invertire i rapporti di forza soltanto in una o due fabbriche. Di certo è possibile invece valorizzare e socializzare le esperienze positive, dare reciproco sostegno alle diverse vertenze e esperienze di resistenza, intensificare i rapporti e il confronto tra delegati per rompere l’isolamento e rafforzare le singole esperienze.

Non sarà facile, soprattutto se la linea contrattuale della FIOM dovesse essere quella che si sta profilando in queste settimane: centralità del welfare contrattuale e piena applicazione del contratto nazionale, su tutti gli aspetti, compreso la flessibilità dell’orario di lavoro e il salario. Quest’ultimo tutto rigorosamente variabile, a meno che non sia legato alla prestazione o alle maggiorazioni (turni, straordinario, festivo). Un errore strategico che aumenterebbe le differenziazioni salariali (prima tra tutte quelle tra uomini e donne) e riaprirebbe pericolosamente a logiche legate alla qualità, alla professionalità e addirittura al cottimo. Altro che contratto nazionale innovativo!

Così la contrattazione tornerebbe indietro al secolo scorso.

Di fronte a questo quadro, è particolarmente importante la risposta lanciata dall’assemblea del 24 gennaio a Firenze, sia rispetto alla linea contrattuale e alla pratica sindacale che alla rivendicazione del diritto alla democrazia e al dissenso all’interno della CGIL e della FIOM che da essa provengono.

Nessuno pensa che sarà facile, ma lo spazio c’è e di certo ci sono 69mila buone ragioni per provarci e rifiutare di giurare fedeltà al contratto nazionale appena firmato.

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