In occasione del centenario della rivoluzione russa, la rivista «Viento Sur» mi ha chiesto un articolo su «la questione del partito» (Rousset 2017). Questa che segue ne è una versione molto ampliata. Più che sul passato, esso si occupa prevalentemente del nostro presente: con la speranza che costituisca un contributo a un dibattito internazionale, e non solo francese. Correzioni o precisazioni vi verranno probabilmente apportate in seguito.(p.r.)
La questione di un partito militante rinvia, secondo noi, a elementi d’analisi molto generali (la teoria della rivoluzione sociale sotto il dominio del capitalismo: l’oggetto stesso del marxismo), ma anche a una moltitudine di situazioni concrete, molto diverse tra loro, delle quali sarebbe alquanto difficile tentare una sintesi. Ci si limiterà dunque, ora, ad alcuni spunti di riflessione.

Partiti, periodi, coscienze

Evidentemente ci occupiamo qui della questione del partito dal punto di vista della sinistra radicale, anticapitalista. Negli anni Sessanta-Settanta avremmo invece detto dal punto di vista della sinistra rivoluzionaria. Ma l’aggettivo «radicale» prende atto, a mio avviso, d’una situazione: in numerosi Paesi – a partire da quelli che compongono l’Europa – non ci sono un livello e una qualità delle lotte sociali tali da permettere di alimentare un’organizzazione rivoluzionaria. L’aggettivo «rivoluzionario», infatti, non rimanda solamente a un programma. Negli anni Sessanta-Settanta, la vita quotidiana dei militanti dell’estrema sinistra differiva da quella degli aderenti ai partiti riformisti socialdemocratici o staliniani. Molte attività venivano svolte clandestinamente, o semiclandestinamente. La prospettiva era quella d’un inasprimento della lotta di classe, e ci si doveva attrezzare. Gli Stati d’altro canto, ed è il caso della Francia, vi si preparavano, e la repressione colpiva innanzi tutto la militanza politica.

In Europa la situazione è mutata dopo l’esaurirsi della dinamica della rivoluzione portoghese e dopo la fuoriuscita regolata dal franchismo nello Stato spagnolo. Più o meno rapidamente ha fatto seguito una «normalizzazione» della “sinistra della sinistra”. La transizione non è stata facile, e in Europa gran parte delle organizzazioni d’estrema sinistra è scomparsa cammin facendo. Da allora, la vita quotidiana d’un appartenente alla sinistra radicale non è più così diversa da quella d’un aderente a un partito riformista. La prospettiva d’uno scontro di classe decisivo s’è allontanata, relegata in un nebbioso orizzonte. E sintomaticamente la repressione ha progressivamente preso di mira i movimenti sociali (e le «classi pericolose»: classi anagrafiche e sociali), e non più quelli politici in quanto tali.

Beninteso, questa periodizzazione varia a seconda dei Paesi del sud, del centro o del nord dell’Europa. Alcune resistenze armate si sono protratte a lungo, in collegamento con l’oppressione nazionale (Euskadi, Irlanda del Nord, Corsica): ma queste lotte hanno smesso di inserirsi in una prospettiva rivoluzionaria internazionale, ciò che ha sollevato la questione della loro funzionalità e ha modificato il quadro dei processi di pace. Nonostante le differenze di contesto, ciò è vero anche per i Paesi del Sud del mondo, ove continuavano a esistere guerriglie significative, dalla Colombia alle Filippine.

In un primo tempo il mutamento di periodo ha condotto l’estrema sinistra “superstite” a ripensare i ritmi e le modalità della sua costruzione. La corsa dei “cento metri” mirava ad approfittare – prima della sua chiusura – della finestra aperta dalla crisi del dominio imperialista degli anni Sessanta. Essa ha ceduto il posto a una “gara di fondo” per radicarsi meglio e poter durare sino alla crisi successiva. Tuttavia, questa non s’è verificata che tre decenni dopo (una generazione!). Quanto al mutamento di periodo, è stato molto più profondo di quanto ci si aspettasse.

In effetti, abbiamo a che fare con un mutamento epocale (Sabado 2015b), contraddistinto dall’implosione dell’URSS e dalla fine della geopolitica dei blocchi; dall’esaurimento, anche nel Terzo mondo, della dinamica rivoluzionaria del XX secolo; dalla mondializzazione capitalista; da una egemonia ideologica del neoliberalismo che, benché temporanea, è penetrata profondamente nelle coscienze; da veri e propri sconvolgimenti nelle strutture sociali tanto al Nord quanto al Sud e all’Est…

In questo quadro, la frattura generazionale fra gli eredi dell’esperienza degli anni Sessanta-Settanta e i figli dell’epoca attuale si rivela spesso particolarmente profonda (Rousset, 2005). Come regola generale, i giovani sono poco interessati a imparare dal passato, contrariamente all’ala politica della “generazione sessantottina”, che si vedeva in continuità con la rivoluzione russa dell’Ottobre 1917, con la rivoluzione cinese dell’Ottobre 1949 o con quella cubana del gennaio 1959, con la Guerra di Spagna e con la resistenza antifascista…

Questa frattura generazionale assume inoltre forme acute nei Paesi in cui i “vecchi” hanno vissuto l’esperienza della resistenza a dittature e regimi militari e in cui i “giovani” sono nati alla politica dopo il loro rovesciamento, come in America latina o nelle Filippine.

Ci troviamo qui di fronte a una questione fondamentale. Le concezioni militanti prevalenti non sono necessariamente adeguate a certi compiti del momento o alla natura delle prove che ci aspettano. Ora, l’azione politica si sviluppa a partire dai livelli di coscienza «realmente esistenti» e non a partire da imperativi categorici. Così, anche quando c’è un «desiderio di partito», può essere che vi sia un baratro fra il partito possibile (che tiene conto del livello di coscienza) e il partito necessario (che tiene conto delle necessità): una situazione abbastanza problematica, che dà luogo a non pochi confusi tentativi.

E tuttavia, dei partiti utili sono esistiti, e tuttora ne esistono.
Partiti utili, possibili e necessari

Oggi abbiamo a che fare con il rifiuto netto dell’idea stessa di partito da parte di un segmento importante dei giovani militanti, anche di quelli per cui l’impegno personale è dei più radicali. O quanto meno, è questo il caso di certi Paesi. Alla base di questo rifiuto vi sono solide ragioni che vanno prese attentamente in considerazione. Il deperimento della democrazia borghese ha finito con lo screditare il regime dei partiti, laddove questo aveva avuto un senso in passato. Un settore notevole dell’estrema sinistra s’è comportato in modo decisamente manipolatorio e autoritario, e a volte pesantemente demolitore.

Ma, va sottolineato, non è solo la «forma partito» a essere messa in causa. E infatti sono tutte le forme organizzative di ieri e di oggi che occorre rivisitare criticamente: sindacati profondamente burocratizzati; ONG che diventano «proprietà» d’una persona; associazioni che si istituzionalizzano al punto da adottare al loro interno una griglia salariale fortemente inegualitaria; reti informali manipolate da una direzione occulta; movimenti “virtuali” che sostituiscono con un “click” di Internet (senza alcun impegno militante) le procedure democratiche collettive; uomini della Provvidenza a palate…

Nessun partito è perfetto. E tuttavia, vi sono stati partiti che hanno avuto un ruolo chiave, nel XX secolo, in tutte le lotte di liberazione, nelle rivoluzioni che si sono spinte più lontano nella rottura con il capitalismo. Certo, queste rivoluzioni si sono sclerotizzate; hanno dato vita a regimi burocratici prima, per poi fare spazio a un nuovo sviluppo capitalista. A tutto ciò ha concorso una molteplicità di cause sulle quali però non possiamo soffermarci qui.
I critici “senza se e senza ma” dei partiti rivoluzionari dovrebbero meditare su ciò che avvenne delle rivoluzioni senza partiti. E su ciò che ne avviene ancor oggi. Raramente s’era vista una sollevazione popolare così ampia e con un’estensione geografica così vasta come quella definita, un po’ impropriamente, la «Primavera araba». L’irruzione delle «masse» nell’arena politica è stata spettacolare; la lotta condotta contro una coorte di forze controrivoluzionarie è stata assolutamente ammirevole. Essa merita il nostro appoggio. Ma l’iniziativa è passata dall’altra parte. E la lotta continua a volte in condizioni spaventosamente difficili, come nel teatro d’operazioni siro-iracheno.

I popoli della regione stanno pagando a caro prezzo i tradimenti dei grandi partiti nazionalisti di sinistra del mondo arabo-persiano e l’isolamento internazionale nel quale la loro lotta è stata confinata da parte delle potenze (ma anche da settori della sinistra radicale che appoggiano Putin e Assad o che ostentatamente guardano altrove). Certo, in Iraq o in Siria ci sono ancora organizzazioni rivoluzionarie rimaste fedeli ai loro impegni iniziali (e che pertanto meritano tutto il nostro rispetto, poiché perseverano in una lotta molto difficile), ma oggi queste sono molto indebolite. Una debolezza della quale non ci si può che rammaricare, a meno che qualcuno abbia il coraggio di rallegrarsene in nome di una denuncia tutta teorica della «forma partito»…

Attualmente solo nel Kurdistan vi sono partiti con un radicamento sufficiente per avere un ruolo importante nel teatro d’operazione siro-iracheno. Chi potrebbe negare che l’esistenza del Partito dell’unione democratica (PYD) nel Kurdistan siriano sia stato un fattore chiave della capacità di resistenza curda, simbolizzata dalla battaglia di Kobane?

Oggi dei partiti radicali, anche di modeste dimensioni, possono dunque rivelarsi utili. Per dimostrarlo, farò due esempi, che riguardano Paesi asiatici fra i più violenti, il Pakistan e le Filippine. Nel primo caso, il Partito popolare dei lavoratori (AWP, Awami Workers Party) agisce del tutto legalmente; nel secondo, il Partito rivoluzionario dei lavoratori – Mindanao (RPM-M) è ancora clandestino. poiché la forma assunta dai partiti non riflette solamente la realtà delle società (contraddistinte da una violenza multiforme), ma anche la storia delle loro lotte precedenti e delle loro sinistre.

Il Pakistan e il Sud filippino hanno anche in comune la varietà e l’asprezza dei conflitti religiosi, settari, identitari. È su questo terreno (ma se ne potrebbero scegliere anche altri) che la questione dell’utilità d’un partito viene qui esaminata. Come valutarla? Studiando ciò che fa (più che ciò che dice), ma anche ponendosi questo interrogativo: cambierebbe qualcosa se non ci fosse?

Lo Stato pakistano è una costruzione artificiale, fragile. La sua unità, la sua stabilità, sono messe in discussione da questioni nazionali irrisolte; da regionalismi e comunitarismi vitali; dall’impatto della guerra d’Afghanistan e dal gioco delle potenze; dal sistema clanico delle famiglie possidenti; dall’estrema differenziazione del mosaico della sua struttura sociale; dalla violenza estrema dei fondamentalismi religiosi (nel caso specifico, musulmani); dal frazionismo dei suoi servizi di sicurezza…

Il AWP è stato fondato nel 2013 in seguito alla fusione di tre organizzazioni (Rousset 2013b), di una delle quali, il Labour Party Pakistan (LPP) (Rousset 2010b), prenderemo qui in considerazione l’attività precedente. Il partito, molto reattivo, prende le difese dei contadini (torturati) dell’azienda agricola militare di Okara; dei sindacalisti (incarcerati) del settore tessile di Faisalabad; dei blogger antimilitaristi (sequestrati); degli hindu o dei cristiani i cui villaggi vengono incendiati dagli islamisti; delle vittime, sciite o sunnite, degli attentati fondamentalisti; delle donne sepolte vive per aver sfidato l’autorità patriarcale e “infangato l’onore” della famiglia; dei transgender violentati; dei nazionalisti baluci sommariamente liquidati; delle popolazioni colpite da catastrofi naturali, come le inondazioni (nel Punjab) o i terremoti (nel Kashmir); dei sostenitori dei diritti umani condannati all’ergastolo per il loro impegno (nel Gilgit-Balistan). All’esterno delle frontiere, ci sono gli inviti ai comunisti afghani, il rafforzamento dei rapporti con gli internazionalisti indiani, l’assunzione di responsabilità nello sviluppo delle reti regionali e mondiali…

Dunque, il AWP (e, prima della sua fondazione, il LPP) lotta contro ogni forma d’oppressione, ogni forma di sfruttamento, in difesa di ogni vittima. Riconosce la diversità e afferma, simultaneamente, l’unicità, la comunanza, della lotta progressista. E questo non è un fatto scontato. L’espressione della diversità può portare a un ripiegamento particolarista, identitario: “produrre” diversità non significa necessariamente “produrre” comunanza (Johsua 2017). Inversamente, in nome dell’unità troppo spesso vengono sacrificati i diritti delle minoranze, delle donne.

Le iniziative solidali hanno ciascuna un valore in sé: prese assieme, contribuiscono a formare una cultura della solidarietà “dal basso”, senza frontiere. E in questi tempi di divisioni non si tratta di poca cosa! Il LPP prima, poi il AWP, mettono a disposizione di questa lotta lo strumento di un partito radicato in un ampio spettro di settori sociali e di regioni. Se questo partito non ci fosse, le cose andrebbero peggio.

Il RPM-M (Rousset 2010a, RPM-M 2006), da parte sua, è radicato nell’isola meridionale di Mindanao, la regione più militarizzata dell’arcipelago filippino. Vi opera ogni possibile tipo di gruppo armato. Vi coabitano “tre popoli”: i Moro (musulmani), i Lumad (tribù delle montagne) e i cristiani, discendenti da immigrati in seguito alla colonizzazione “interna” del Sud filippino. In questo contesto, i conflitti sociali (in particolare per la terra) assumono spesso la forma di violenze intercomunitarie. Le rivalità fra clan politici (moro in particolare) possono diventare mortali. Lo stato di guerra fra movimenti musulmani e governo e la presenza di guerriglie di sinistra pongono il problema delle condizioni d’una pace giusta e duratura. Operazioni militari e calamità naturali generano regolarmente delle catastrofi umanitarie.

Il RPM-M reagisce a questa situazione assumendo anch’esso la difesa di ogni vittima. Lotta contro l’oppressione dei musulmani, ma non per questo accetta che un commando islamico fuori controllo massacri dei cristiani in un villaggio; riconosce il diritto all’autodeterminazione per i Moro, ma rifiuta che questo stesso diritto venga negato ai Lumad nel loro territorio ancestrale; organizza persone dei “tre popoli” per soccorrere coloro che sono vittime di catastrofi umanitarie; si batte perché i “tre popoli” siano rappresentati assieme nei movimenti per la pace; esige che gli interessi degli strati popolari e i diritti democratici, ambientalistici e sociali “trasversali” vengano effettivamente presi in considerazione nelle trattative di pace…

Il RPM-M è, peraltro, un’organizzazione territoriale. È il prodotto della scissione d’una struttura regionale (Mindanao Centro) del Partito comunista delle Filippine, maoista. Ritiene che la lotta armata non sia la forma di lotta adeguata nelle Filippine, ma ciò non implica automaticamente il suo disarmo. Un’organizzazione territoriale ha una particolare responsabilità nei confronti della popolazione nella quale è radicata. Il RPM-M ha imparato a rispettare le forme autoctone di governo dei Lumad, che dispongono di proprie forze d’autodifesa per far fronte ai potenti gruppi d’interessi minerari e forestali. Le unità militari del RPM-M sono sulla difensiva (la sua guerriglia non è attiva), ma pronte ad andare in aiuto dei villaggi minacciati. Se disarmasse, non fosse più in grado di proteggersi, il RPM-M dovrebbe ripiegare, lasciando campo libero a gruppi armati ostili: e la situazione dei Lumad e dei villaggi minacciati ne uscirebbe gravemente compromessa.

Stiamo parlando, qui, di partiti di modeste dimensioni (qualche migliaio di aderenti), ma che dispongono d’un radicamento multisettoriale. Un’organizzazione politica che concentrasse la sua attività in un solo settore sociale (per esempio, le fabbriche) non potrebbe svolgere lo stesso ruolo. E lo stesso accadrebbe per una formazione essenzialmente parlamentare. La questione dell’articolazione delle forme e dei terreni di lotta sta in effetti al centro del problema dell’azione partitica.
L’articolazione delle forme e dei terreni di lotta

Se ho alimentato questa riflessione con esempi concreti è perché occorre guardarsi dagli schemi troppo astratti. In effetti, non si possono cancellare con un tratto di penna le caratteristiche storiche nazionali e regionali. In Europa, i rapporti fra i grandi partiti e i sindacati variano considerevolmente da un Paese all’altro. In India, ogni partito (parlamentare), compresi quelli di destra, è affiancato da un ventaglio di “organizzazioni di massa”: sindacato, associazione contadina, delle donne, dei giovani… Dei “movimenti sociali antipartiti” fanno loro concorrenza e delle organizzazioni indipendenti, ma non necessariamente ostili ai partiti, hanno ultimamente assunto un maggior peso. Ogni azione d’una certa importanza pone il problema della loro collaborazione.

Un partito non ha il monopolio dell’elaborazione teorica e programmatica, contrariamente a ciò che molti hanno preteso. Negli anni Settanta militanti d’estrema sinistra hanno attivamente partecipato alle elaborazioni femministe: ma il loro contributo è stato apportato dall’esterno delle organizzazioni di cui facevano parte, per poi penetrarvi con forza (suscitandovi non pochi riflessi difensivi e conservatori). Lo stesso si può dire per la questione delle sessualità e dell’omosessualità, per quanto riguarda l’ecologia nel decennio successivo, o ancora per quanto riguarda l’evoluzione dei rapporti sociali e di lavoro o la portata strategica delle esperienze di lotta innovative…

In compenso, i partiti militanti offrono (o meglio possono, dovrebbero offrire), nella misura del possibile, degli orientamenti globali alternativi: e cioè, come articolare fra loro in un determinato periodo forme e terreni di lotta. In questo modo essi contribuiscono a preservare l’unità dei movimenti sociali, perché le scelte politiche eterogenee dei componenti di questi ultimi possono esprimersi altrove (nei partiti, appunto) senza rappresentare un elemento di divisione. Se tuttavia una divisione si manifesta, essa si ha sul terreno proprio a ciascun movimento sociale: sindacalismo di classe o concertativo, ecosocialismo o ecologismo spinto, produzione contadina o agroindustria, femminismo classista (socialist feminism) (Trat 2010 & 2013, Duggan 2010) o istituzionale…

Tutto ciò presuppone, evidentemente, che questi partiti militanti rispettino il peculiare funzionamento, la vita, dei movimenti sociali: cosa che non è garantita in partenza. Una soluzione alternativa è sostenuta da correnti, che si rifanno generalmente all’anarchismo: la costituzione di movimenti sociopolitici del tipo dei “sindacati rivoluzionari” (in periodo non rivoluzionario…). Significa costruire delle avanguardie concorrenti per forza di cose, in seno al salariato, introducendo delle divisioni di natura partitica.

Due terreni di lotta meritano qui una menzione speciale: la lotta armata e l’attività parlamentare. Accostarli così può sembrare strano: tuttavia, entrambi hanno pesanti conseguenze sugli equilibri d’una organizzazione ed entrambi comportano gravi pericoli se questi equilibri non vengono conservati.

Lotta armata. A volte la lotta armata s’impone come l’unica via per proseguire la lotta per l’emancipazione. La decisione di intraprenderla ha tuttavia pesantissime conseguenze, come per esempio sul rapporto fra clandestinità e attività “aperte” (above ground). Per limitare i rischi di derive, limitiamoci per ora a ricordare semplicemente la necessità che gli altri terreni d’azione non vengano strettamente subordinati alla lotta armata; che la politica continui a comandare il fucile; che l’esigenza di sicurezza non debba giustificare il soffocamento d’ogni forma di dibattito, di democrazia, di presa di decisioni collettiva; che l’impegno su questo terreno non si trasformi in un modo di vita dal quale non si riesca più a separarsi. Un buon partito della lotta armata deve saperla sospendere o interrompere quando l’evoluzione della situazione politica lo richiede.

Il rischio di degenerazione dei gruppi militari aumenta se questi si perpetuano quando la situazione non giustifica più il proseguimento della lotta armata. Questo vale anche per le organizzazioni che comprendono questa situazione, ma non potendo ancora abbandonare le armi passano a un atteggiamento puramente difensivo. Così, il RPM-M ha adottato il criterio della rotazione, affinché i componenti della sua RPA (Revolutionary People’s Army, Esercito rivoluzionario del popolo) possano periodicamente lasciare gli accampamenti in montagna per inserirsi nella vita civile.

L’uscita dalla lotta armata non è affatto una cosa semplice, come si può vedere dai casi del RPM-M a Mindanao, del Partito comunista delle Filippine o dei Moro, per non parlare della Colombia. Altri movimenti (in particolare quelli espressione di minoranze etniche: Birmania, eccetera) devono affrontare il problema dei processi di pace. Un certo numero di essi si incontra regolarmente per uno scambio di esperienze in proposito: una collettivizzazione della riflessione che dovrebbe incontrare più attenzione a livello internazionale data la posta in gioco.

Attività parlamentari e istituzionali. L’attività parlamentare (e, più in generale, istituzionale) risponde a esigenze del tutto reali: difendere in tutte le arene possibili i diritti dei dominati; assicurare loro una rappresentanza politica; combattere l’egemonia dell’ideologia dominante; servirsi del gruppo parlamentare per sostenere le lotte qui e altrove, per ottenere la liberazione dei prigionieri politici, per contribuire al coordinamento internazionale dei movimenti…

Queste attività, evidentemente, non possono essere sviluppate ovunque e in ogni periodo. Le loro modalità e potenzialità dipendono molto dalla natura del regime politico e dalla legislazione elettorale specifica di ogni Paese (legislazioni che, come regola generale, tendono oggi a farsi più restrittive).

È su questo terreno che la sinistra radicale ha recentemente ottenuto i suoi maggiori successi in Europa: ma anche dove ha subito una delle sconfitte più cocenti. La prima ondata di successi elettorali ha riguardato in particolare la Danimarca, lo Stato spagnolo, la Grecia, il Portogallo, raggiungendo il suo massimo con la conquista del governo da parte di Syriza, con un massiccio sostegno popolare affinché si ponesse fine alle politiche austeritarie (Ntavanellos 2015, Thornett 2015, Toussaint 2015, Udry 2015). La prima lezione da ricavare, evidentemente, è che un tale successo è stato possibile. La seconda, malauguratamente, sta nel tradimento del mandato da parte della direzione Tsipras e nella sua subordinazione al modo di governare autoritario dell’Unione europea. Dopo la speranza, la delusione: e un punto di svolta negativo per la sinistra radicale in Europa. L’avvenire dell’Alleanza rosso-verde danese (Voss 2011), quello del Bloco de Esquerda portoghese (Louça & Romero Baeza 2010), quello di Podemos (Antentas & Souvlis 2016, Camargo 2016, Sabado 2015a) sono tutti fatti importanti: ma è il contesto generale che presenta oggi per loro più difficoltà.

Un altro processo s’è avviato con Momentum e Corbyn in Gran Bretagna, ma per quanto sia importante (Socialist Resistance 2016), non sembra che possa riprodursi altrove. In Germania, l’esperienza è già stata fatta (Die Linke). In Francia, ci sono state la costituzione del Parti de Gauche (abbandonato dal suo fondatore) e, con il Partito comunista francese, quella del Front de Gauche (clinicamente morto): resta Mélenchon. Nel frattempo, il Parti socialiste rischia l’implosione, senza alcun eco e dinamica di massa. Lo stesso vale, in Spagna, per il PSOE (Pastor, 2016), mentre in Italia non c’è niente di nuovo sotto il sole. In molti Paesi sono la destra estrema e l’estrema destra che sono in grado di polarizzare l’esasperazione popolare.

Certo, il futuro può nuovamente riservarci felici sorprese: ma occorre prendere atto della “logica egemonica” del piano elettorale e del potere di cooptazione delle istituzioni. La misura del successo d’un’organizzazione risiederebbe nei suoi risultati elettorali e non nell’allargamento e approfondimento del suo radicamento sociale: giacché il seguito elettorale non comporta automaticamente un progresso del suo radicamento. Il susseguirsi delle scadenze elettorali impone la priorità all’aspetto finanziario e accaparra l’attenzione delle direzioni. L’insuccesso lascia il re nudo (e le casse vuote). Il successo è pericoloso. Intere organizzazioni hanno smarrito la propria anima militante nelle istituzioni, nonostante l’ostinata resistenza delle minoranze interne: il partito filippino Akbayan, Syriza in Grecia… Altre hanno perso i propri deputati pur di non perdere l’anima (come il RPM-M nelle Filippine).

Un partito radicale deve poter intervenire secondo le possibilità e le necessità in tutti i campi, anche parlamentare e istituzionale, compresi quelli ostili. Il pericolo sta nell’adattare la concezione stessa del partito “realmente esistente” al gioco elettorale. La rotazione degli eletti e delle elette è una buona misura politica. Le regole finanziarie (versamento dell’indennità…) devono essere chiaramente stabilite e rispettate. L’ancoraggio sociale deve essere garantito, invece di indebolirsi col passare del tempo. C’è tutto da guadagnare nel riflettere su degli originali esempi in proposito. Il movimento popolare coreano ha stimolato la formazione del Partito democratico del lavoro (KDLP), con la confederazione sindacale KCTU e la Lega dei contadini (KPL) direttamente rappresentate nella sua direzione (KDLP 2005). Il KDLP ha avuto un autentico successo elettorale, ma è stato fortemente represso in nome della “sicurezza nazionale”. D’altro canto, in Corea la coabitazione fra una corrente di “liberazione nazionale”, che ritiene prioritaria la riunificazione del Paese, e una di “democrazia popolare”, che dà la priorità alle lotte sociali, non è facile. L’esempio del KDLP è troppo specifico, sudcoreano, e non replicabile? Certo, ma il problema di fondo del rapporto fra partiti radicali e base sociale resta.

Data l’assenza di partiti radicali con una base di massa, altre correnti sindacali classiste si sono poste il problema di fondarli loro. È in particolare il caso, in Sudafrica, della NUMSA (National Union of Metalworkers of South Africa) (Irvin 2016).

Altra esperienza recente, questa volta in Europa: il Partito polacco del lavoro (PPP) ha cominciato a costruirsi nel 2001 a partire dal sindacato libero Agosto ‘80 (Malewski 2009, «Août ‘80» 2010). Si tratta dunque d’una questione attuale, da reintrodurre nella discussione internazionale.

I precedenti storici dell’Africa del Sud e del Brasile mostrano come il partito inizialmente fondato sulla base del movimento sindacale può finire con lo strumentalizzare quest’ultimo. Dopo l’arrivo al governo, è stato questo il caso in Brasile del Partito dei lavoratori (PT) con la Centrale unica dei lavoratori (CUT) (Antunes 2014) e in Africa del Sud del Congresso nazionale africano (ANC) con il Congresso dei sindacati sudafricani (COSATU) (Gabriel 2014; Numsa, 2014; Amandla! 2013). È dunque il caso di premunirsi.

Infine, una delle particolarità dei processi europei contemporanei è la sfasatura temporale fra le mobilitazioni sociali che hanno aperto la via alla sinistra radicale e il momento in cui si sono prodotti i successi elettorali (Syriza, Podemos…). Di conseguenza, la base sociale organizzata del partito parlamentare (o del governo, nel caso greco) risulta sorprendentemente ristretta rispetto alla base elettorale: un pericoloso tallone d’Achille.

L’esperienza dimostra che la resistenza alle derive destrorse delle direzioni politiche e sindacali o l’ampliamento della base sociale della sinistra radicale dopo un successo elettorale non sono automatiche. Non è possibile affidarsi a una semplice “dinamica” positiva che sarebbe inerente alla situazione. Tutto ciò dipende invece dagli obiettivi politici e dai riaggiustamenti organizzativi. Occorre agire all’esterno delle istituzioni, e non solamente al loro interno. (trad. Cristiano Dan)
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Su Lenin e sul partito

Il centenario della Rivoluzione dell’Ottobre 1917 ci fornisce l’occasione di ritornare sull’esperienza rivoluzionaria del XX secolo e di rivisitarne gli insegnamenti alla luce dei problemi contemporanei. Con la figura tutelare di Lenin, il “problema del partito” si impone, tra gli altri non meno importanti.

Questo contributo non pretende di riassumere la storia del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR) e del bolscevismo al riguardo, – né del resto la concezione del partito nella teoria marxista. Tuttavia, il “leninismo” risulta un utile punto di riferimento in quanto, dopo Marx-Engels, fu l’unico riferimento comune per i partiti comunisti e per la maggior parte delle tendenze di estrema sinistra del secolo scorso (maoisti, trotskisti, ecc.).

Il dibattito sulla “concezione che aveva Lenin del partito si è spesso arenato in semplicistiche interpretazioni del Che fare? (1902). Richiede comunque che si tenga conto del contesto storico in rapido sviluppo e della traiettoria militante e intellettuale di Lenin, mai compiuta (Vercammen 1989) e dall’interpretazione complessa (Le Blanc 1989, Löwy 1991) e del posto assegnato da Lenin alla politica, al rapporto strategia-tattica (Bensaïd 1997).

Inoltre, la nostra personale lettura del “leninismo” è segnata dal contesto del momento o dell’esperienza acquisita. Essa richiede di essere regolarmente rivisitata (si veda l’Introduzione del 2008 a Bensaïd & Nair 1969).

Limitiamoci a riprendere alcune linee guida essenziali.

Orizzonte strategico, analisi concreta – Lenin è particolarmente interessante per quanto riguarda il modo in cui collega (e non sovrappone) teoria e obiettivi a lungo termine da un lato e, dall’altro, l’inserimento contestuale, «l’analisi concreta della situazione concreta». Ora, come abbiamo visto, il contesto attuale non è favorevole alla costruzione dei partiti di cui abbiamo, di cui avremmo, bisogno. Dobbiamo comunque affrontare una discussione strategica di fondo. È possibile procedere su questo terreno su questioni chiave come quella del «soggetto rivoluzionario» – e molto si è fatto in questo campo. Ciò nondimeno, resta impossibile rispondere oggi in un buon numero di paesi ad altre domande, ad esempio: «come disarmare la borghesia?». Dobbiamo dunque costruire sulla durata, malgrado l’esistenza di «punti strategici ciechi», analizzando al contempo l’esperienza storica contemporanea per alimentare il nostro pensiero strategico.

Un partito delimitato e militante – Un partito non dovrebbe più avere frontiere né esigenze nell’era di Internet e della militanza a scelta? Dovrebbe essere “fluido” per adeguarsi a un capitalismo “fluido” a propria volta? Fluido il predominio di classe? Fluide le quotidiane randellate ideologiche? Fluido lo Stato “securitario”? Fluidi i diktat del debito, dell’Unione Europea, degli interventi imperialisti? In cosa si è liquefatta la violenza della lotta di classe? È soprattutto questa questione a determinare la necessità di un partito delimitato, i cui membri siano attivi in strutture militanti. Poiché la rivoluzione non è un “atto unico” (la famosa “Grande Serata” [del cambiamento rivoluzionario della società]) un partito del genere deve anche essere «elemento di continuità nelle fluttuazioni della coscienza collettiva». Consente di pensare. È «la rappresentanza del sociale nella politica», è «la forma specifica in cui la lotta di classe si inscrive nel quadro politico» (Bensaïd 1997). Il fatto che sia costituito di militanti gli consente di radicarsi negli strati popolari, in rapporto e in legame organico con i movimenti sociali.

Un partito per l’intervento politico sull’intera società – Un partito rivoluzionario non limita la propria azione alla fabbrica, al faccia a faccia diretto tra un padrone e i suoi lavoratori. «Rappresenta» la classe lavoratrice, nei sui rapporti non solo con un determinato gruppo di imprenditori, ma anche con «tutte le classi della società contemporanea e con lo Stato come forze politiche organizzate» (Lenin 1902). Gli esempi forniti sopra sugli odierni partiti «utili» illustrano l’attualità e l’importanza di questa questione in un contesto che spinge alla frammentazione dei conflitti.

Un partito reattivo – Un partito che sappia percepire l’emergere del nuovo e riorganizzarsi di conseguenza, sia in termini di radicamento sociale (esempio attuale: emergere del precariato nei paesi europei) o in caso di brusco cambiamento della situazione politica. Un partito in grado di rispondere anche all’imprevisto – perché di imprevisti ce ne sono sempre. Senza essere «fluido», questo tipo di partito è flessibile…

Pensare il nuovo implica il fatto di non rimanere prigionieri delle discussioni di ieri e di essere in grado di ritornare criticamente sulle proprie posizioni (Johsua 2013). Leggere una nuova congiuntura attraverso il prisma delle polemiche precedenti è uno dei modi migliori per perdere un’occasione, un possibile «bivio». Una cosa che può costare carissima.

Continuità e conservatorismo – La costruzione di un partito, come di ogni organizzazione popolare, è un processo di accumulazione di forze sociali, politiche, culturali, organizzative… Un processo del genere esige continuità e profondità di intervento. Essere reattivo non vuol dire quindi raccogliere qua e là e impegnarsi solamente in modo effimero. Ogni organizzazione è anche conservatrice. Tende a reclutare a propria immagine e a funzionare secondo codici impliciti riflettendo la propria composizione inizialmente maggioritaria, cosa che rende molto difficile l’inserimento effettivo di membri che non corrispondano appieno a questa «norma» dominante: le donne in movimenti maschili, i lavoratori senza titoli di studio (anche se buona parte dei lavoratori a basso reddito possono essere stati studenti), i precari, i migranti, ecc. Il problema è particolarmente acuto a livelli di direzioni dagli atteggiamenti spesso escludenti, “familiari” (una famiglia a volte lacerata…). La politica di costruzione dell’organizzazione deve quindi includere la riflessione sull’incidenza di questo conservatorismo e misure che ne consolidino la capacità di accoglienza, di formazione e di inserimento, ponendo l’accento sul funzionamento collettivo (Duggan 1997). È ben più di un problema di quote – e più facile a dirsi che a fasi, proprio perché buona parte del problema dipende da elementi impliciti, da stati d’animo, da codici informali.

Un partito in grado di presentare un orientamento complessivo (vedi sopra), alcuni elementi strategici, oltre poi a una strategia adeguata (rispetto alla situazione del periodo) quando lo consente il livello delle lotte. Anche qui, questo implica una politica di sviluppo dell’organizzazione che le consenta di radicarsi in settori sociali in cui non è presente. In questo campo, non vi è niente di spontaneo. Naturalmente, più un gruppo è numericamente debole meno riesce ad estendersi…

Un partito capace di concepire le mediazioni concrete, le forme organizzative transitorie in funzione del rapporto tra il necessario e il possibile, tenuto conto delle coscienze e dell’eredità delle lotte precedenti.

In molti paesi le condizioni realmente presenti non permettono di costruire «il partito rivoluzionario». L’impegno è allora quello di creare o partecipare alla costruzione di formazioni politiche diciamo «ibride», che esprimono l’esperienza del momento, consentendo di operare sul presente, di innalzare il livello di coscienza, di accumulare forze, di fare passi avanti – evitando al contempo che si sclerotizzino e diano vita a nuovi impotenti riformismi. Questi movimenti ibridi possono risultare temporanei; essi entreranno in crisi, non senza però aver consentito un’indispensabile esperienza. Possono anche dar vita a organizzazioni più stabili, rinnovate, della sinistra radicale.

Rispetto alle concezioni del partito e del «leninismo» che abbiamo riportato, sottolineiamo soprattutto i tre sviluppi, o chiarificazioni, seguenti.

Il «resto» non segue – Abbiamo probabilmente contribuito a veicolare una visione molto semplicistica della Rivoluzione russa: il proletariato prende il potere. E il resto della popolazione lavoratrice gli va dietro. Storicamente, è scorretto rispetto a quel che è accaduto rispetto ai contadini e alle nazionalità nel 1917. Sia detto di passata, uno degli insuccessi del bolscevismo è di non essere riuscito a radicarsi nel mondo contadino prima del 1917 né a concepire abbastanza presto le condizioni per una convergenza stabile di operai-contadini – ora, si tratta qui di un problema di primaria importanza (Rousset 2013). Lo stesso vale per quanto riguarda il ruolo specifico del movimento delle donne per mantenere e approfondire la dinamica rivoluzionaria.

Pluralismo radicale – Un buon esempio di una simile rivalutazione è il modo in cui abbiamo applicato il concetto di pluralismo allo stesso movimento rivoluzionario e non più ai soli partiti operai (riformisti, centristi…), rompendo con la formula tradizionale nelle nostre file: «dei partiti operai, un partito rivoluzionario».

L’esperienza rivoluzionaria è infatti troppo complessa perché si possa essere autorizzati per autorizzare un’unica sintesi integrale e incarnarsi in un solo partito. Questo pluralismo rivoluzionario può manifestarsi in vari modi (pluralità di partiti, coalizione permanente, correnti in seno a un partito composito), ma non è passeggero, c’è per durare.

Non c’è mai niente di acquisito – L’affermazione e l’integrazione del femminismo sono state per i nostri partiti di un’importanza assolutamente particolare, perché riguarda direttamente la metà dell’umanità (e dialetticamente l’altra metà) e perché ha un impatto di fondo in ogni campo – dalla teoria e dal programma fino alla politica e alla vita di ogni giorno (con una portata più «intima» di altre questioni, anch’esse con implicazioni sui modi di vivere: ecologia, critica dell’ordine mercantile, ecc.).

Tuttavia, in un buon numero di casi (vi sono belle eccezioni), il femminismo passa facilmente in secondo piano, o è di nuovo vissuto come «divisivo» (una vecchia solfa!). Gli aggettivi anticapitalista e antirazzista raramente si dimenticano. Il riferimento ecosocialista ha maggiori difficoltà ad imporsi – ma l’affermazione del profilo femminista diventa molto occasionale. Del resto, per un’ala dell’antirazzismo politico, l’antisessismo non merita (nel migliore dei casi) se non una posizione in subordine; non vede di buon occhio quanti/e articolano entrambe le esigenze.

Per finire, componenti sessiste all’interno di organizzazioni radicali – che riguardano soprattutto le direzioni – continuano a imperversare e a provocare gravi crisi, come quella del SWP britannico. Occorre dunque tener conto della fragilità delle «acquisizioni» in questi specifici ambiti e assumere misure per evitarne il deperimento.

Se militanti di organizzazioni di estrema sinistra sono riuscite ad avere un ruolo propellente nello sviluppo della seconda ondata femminista è soprattutto perché le aveva convinte della necessità di un movimento autonomo delle donne la loro esperienza all’interno di queste. Oggi ne paghiamo l’indebolimento in una serie di paesi.

Reciproco riconoscimento di autonomia (Cremieux 2003) – L’esplicita critica dei rapporti gerarchici tra partiti e movimenti sociali ha costituito un elemento di chiarificazione particolarmente opportuno. Noi abbiamo come «linea di marcia» l’auto-emancipazione popolare e non «il sistema verticistico di comando» dell’avanguardia autoproclamata, del partito di governo o della sua frangia parlamentare (vedi il caso del Partito laburista britannico).

Vi sono stati in passato momenti chiave in cui la creazione sociologica di una classe operaia di prima generazione, la formazione dei sindacati e lo sviluppo di un Partito comunista sono andati di pari passo (la Cina del Sud alla metà degli anni Venti ne offre un classico esempio). Anche allora, il processo di autorganizzazione nel quadro di una crisi rivoluzionaria e quello della costruzione di un partito sono di natura diversa. La classe non si esprime in un partito rivoluzionario; le donne non si esprimono in un partito femminista; la popolazione «razzializzata» non si esprime in un partito «indigeno»; la nazione non si manifesta in un partito nazionale, pur se comunista (vedi Rousset 1982 per il caso del Vietnam)… Quando i partiti interessati pretendono il contrario, operano una manipolazione, manifestano la loro inclinazione sostituzionista. I partiti non sono quadri di autorganizzazione (a differenza di veri e propri comitati locali, ecc.). Quanto ai partiti e movimenti sociali, stanno «fianco a fianco», non «al di sopra o al di sotto». Il politico non è estraneo al movimento sociale, la sua lotta è politica perché si batte contro il predominio capitalista: è la base di un possibile e indispensabile dialogo tra partiti radicali e movimenti, la base di lotte e di iniziative comuni. La prima condizione di questo dialogo è il reciproco riconoscimento di autonomia non meno di obiettivi comuni.

Interessi e obiettivi comuni non cessano di espandersi Non si tratta soltanto di difendere con le unghie e con i denti diritti sociali e ambientali. Noi viviamo nella fase della crisi ecologica, del crepuscolo della democrazia politica e del sistema giudiziario, dell’instaurazione di una società securitaria e di permanenti regimi d’eccezione, dell’esacerbarsi delle oppressioni. In una situazione del genere, è ora di rifondare un blocco di resistenza e di alternative che comprendano partiti di lotta e movimenti popolari radicali.

[Questa seconda parte è stata tradotta da Titti Pierini]

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