«Dobbiamo partecipare a tutte le lotte che ci sono nei coordinamenti che restano»

di Simon Assaf* (per International Socialism)
S. A. – Cominciamo dalla questione dell’imperialismo. Quali obiettivi sperano di raggiungere le potenze che intervengono in Siria, in particolare la Russia, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e la Turchia?

G. N. – La Siria è un caso di studio particolarmente interessante in quanto praticamente sono mobilitate in uno stesso territorio tutte le forze imperialiste e regionali.

Soffermiamoci per cominciare sull’intervento della Russia e dei suoi alleati. Le poste in gioco dell’imperialismo russo sono di grande portata in questa regione. Dopo la Libia, la Siria è attualmente l’ultimo bastione in cui la Russia goda di una presenza militare durata parecchi decenni. Possiede una base navale a Tartus [secondo porto siriano], che si è sviluppata negli ultimi anni, e una base aerea a Hmeimim, vicino Latakya. Dal punto di vista strategico, quindi, se la Russia perde la Siria, non ha più alcuna presenza a alcuna possibilità di far pesare la propria presenza diplomatica, a livello del bacino mediterraneo.

A questo specifico interesse se ne aggiunge un altro più generale. Fin dall’ascesa di Vladimir Putin la Russia ha cercato di ritrovare il suo posto tra le grandi potenze – di costringere le grandi potenze a fargli spazio, se necessario con la forza. Era quel che era in gioco in Ucraina e che è in gioco anche in Siria.

Per quanto riguarda l’altro “campo” imperialista, e cioè gli Stati Uniti e i suoi alleati, occorre ritornare sul fallimento e la sconfitta dell’intervento anglo-americano in Iraq. Ciò che sta accadendo in questo momento con lo Stato islamico (Daesh) ha consentito il ritorno degli USA nella regione, non solo in Iraq ma in Siria, perlomeno nel quadro di un “intervento a modiche spese”. Il che significa che non è indispensabile avere truppe sul terreno ma assicurare una presenza militare aerea.

Con l’alibi della lotta contro il terrorismo e contro Daesh, vi è dunque il ritorno degli Stati Uniti in Iraq, come anche in Siria, dove ora gli americani intervengono direttamente, mentre avevano ormai una presenza diplomatica estremamente limitata.

Oggi gli Stati Uniti hanno dispiegato truppe speciali nel Nord del paese, oltre a una rilevante presenza aerea. Per loro, quindi, la posta in gioco è chiara: tornare nella regione da cui avevano dovuto andarsene. Le regione, per loro, è particolarmente importante, data la vicinanza con i loro alleati, soprattutto Israele, ma anche i paesi del Golfo, minacciati dalle sollevazioni e le rivoluzioni che hanno scosso il mondo arabo.

Una parte della sinistra radicale ha criticato la politica statunitense in quell’area, rimproverandole l’inazione. Ma è sbagliato. Gli Stati Uniti sono intervenuti e hanno agito. La loro politica in Siria è stata, a un lato, quella di lasciare che i vari gruppi si uccidessero tra loro: dall’altro lato, l’obiettivo era distruggere le capacità economiche e militari della Siria, in modo che il regime – o qualsiasi altro regime emergesse poi – non possa mai in alcun modo minacciare Israele.

Va ricordato che in un primo tempo gli Stati Uniti non hanno mostrato una posizione salda sulla rivoluzione siriana. Nel caso di quella tunisina, Obama si era appellato a Ben Ali perché lasciasse il potere appena due settimane dopo l’inizio degli avvenimenti; quanto a Hosni Mubarak, è bastata una sola settimana perché il presidente americano consigliasse al leader egiziano di lasciare il suo posto. Viceversa, la sua prima dichiarazione rispetto a Bashar al-Assad è avvenuta nell’agosto 2014, cioè a cinque mesi dall’inizio della rivoluzione.

Delle altre potenze dell’area, in primo piano troviamo i paesi del Golfo, con in testa l’Arabia Saudita. Nel corso del primo mese della rivoluzione siriana, l’Arabia Saudita ha aiutato il regime siriano con 3 miliardi di dollari. Hanno capito che si trattava di un movimento popolare ampio e radicale insieme, la cui dinamica costituiva quindi una minaccia per l’insieme dei regimi reazionari e dittatoriali/autoritari della regione. Quando sono intervenute lo hanno fatto quindi contro il regime, ma anche in appoggio alle fazioni islamiste radicali, o direttamente sorrette dallo Stato saudita, o tramite tutta una moltitudine di altre organizzazioni sotto controllo saudita. C’è dunque stato un flusso di denaro e di combattenti a pro di fazioni estremiste quali Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham.[1] A poco a poco, e di fronte alla debolezza delle forze dell’Esercito Siriano Libero, queste fazioni si sono fatte largo sulla scena militare siriana.

Il secondo punto importante rispetto all’Arabia Saudita è la rivalità con l’Iran. I sauditi hanno visto gli iraniani guadagnare influenza in Iraq – soprattutto grazie all’intervento americano – e gli alleati dell’Iran – i russi ed Hezbollah – appoggiano il regime siriano. Una vittoria del regime e di Hezbollah minaccerebbe dunque l’Arabia Saudita e ne limiterebbe l’influenza nella regione. D’altro canto, il regime siriano è stato un alleato dell’Iran fin dalla prima Guerra del Golfo – il sanguinoso conflitto tra il regime iraniano e Saddam Hussein in Iraq (1980-1988). Quella guerra ha provocato milioni di morti e feriti e provocato distruzioni in entrambi i paesi, con l’appoggio delle potenze imperialiste. Avendo interessi a preservare la sua zona d’influenza (che si estende dall’Iraq al Libano, passando per la Siria), l’Iran si è impegnato nei confronti del regime siriano fin dall’inizio della rivoluzione. Quanto a Hezbollah, ha timidamente seguito passo passo a partire dal 2012. Nel 2013, il dirigente di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che il loro intervento in Siria mirava a proteggere i luoghi santi sciiti dai takfiri [apostati]. L’asse iraniano è stato quindi parte integrante del conflitto fin dall’inizio.[2]

La rivalità tra l’Iran e l’Arabia Saudita ha esacerbato la dimensione confessionale dello scontro. Da una parte l’Arabia Saudita, che interviene in aiuto degli estremisti islamisti, e dall’altra l’Iran, che interviene con i propri pretesti religiosi, alimentano un conflitto confessionale, fino ad allora assente dalla rivoluzione siriana.

Quanto alla Turchia, le poste in gioco sono un po’ diverse. La questione kurda costituisce l’incubo dello Stato turco fin dalla sua creazione. La principale comunità kurda si trova in territorio turco. Liberando i kurdi siriani, la rivoluzione siriana ha sollevato il problema della liberazione nazionale kurda.

La rivoluzione siriana, soprattutto la dimensione militare del conflitto, hanno permesso al PYD kurdo di assumere il controllo del Rojava, una regione vasta (si tratta del Kurdistan siriano, che comprende i tre cantoni di Jazira, Kobane e Afrin).[3] Gli mancano tuttavia alcuni territori tra Kobane e Afrin. Se le forze kurde e i loro alleati arabi riescono a collegare i due cantoni , questo consentirebbe di creare un territorio di fatto autonomo a Nord della Siria. La Turchia è quindi intervenuta allo scopo di impedire il collegamento territoriale tra Jazira e Kobane a Est e Afrin a Ovest. L’obiettivo, in questo, è duplice: schiacciare le velleità autonomiste kurde in Siria (che avrebbero ripercussioni in Turchia) ed assicurarsi che il futuro della Siria non si decida senza la partecipazione attiva della Turchia.

Infine, non va dimenticato Israele, e va tenuta a mente la dichiarazione rivelatrice di Ehud Barak[4] all’inizio dello scontro nel 2011. Secondo quest’ultimo, all’epoca, la Siria non doveva essere un altro Iraq. Il regime andava migliorato, ma senza toccare l’esercito siriano o il Partito Baas.[5] Israele auspica una Siria indebolita dal punto di vista economico e militare, senza però che il regime crolli provocando una guerra civile illimitata, che minaccerebbe lo Stato ebraico nonché qualsiasi stabilità dell’ordine imperialista nell’intera regione.
S. A. – Di che natura è il regime di Assad?

G. N. – Storicamente, ad assumere il potere in Siria è stato l’esercito, insieme al Baas e a quella che possiamo definire la piccola borghesia o il ceto medio. Del resto, Tony Cliff[6] ha ben descritto come il ceto medio, in una situazione in cui il proletariato come la borghesia sono indeboliti, possa svolgere un ruolo centrale, in una sorta di rivoluzione al rovescio.

Quando l’esercito e i baasisti hanno preso il potere rappresentavano il ceto medio, rispetto a una borghesia indebolita, soprattutto dopo le nazionalizzazioni e le riforme agrarie avviate dal regime di Nasser nel corso dell’unione tra Egitto e Siria negli anni 1958-61. I comunisti si erano rafforzati in Siria fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso. La sinistra era forte e la contestazione proveniente dalle classi popolari stava diventando pericolosa sia per il regime sia per la borghesia; l’alleanza con l’Egitto era stata quindi conclusa per infrangere quella spinta radicale. Si è trattato di una fase di instabilità per la Siria, con uno o due colpi di Stato l’anno, a partire dal 1949.

Il regime baasista ha avviato una serie di riforme – in particolare tra il 1966 e il 1970, quando era al potere l’ala sinistra del partito – assolutamente positive e le più radicali della regione. L’effetto è stato quello di indebolire ulteriormente la borghesia siriana, portandola sull’orlo del precipizio. Hafez al-Assad ha preso il potere nel 1970 in seguito a un colpo di Stato e ha diretto il paese per trent’anni. In partenza, ha assunto un ruolo che potremmo definire “bonapartista”.[7]

Mentre le vecchie fondamenta sociali erano distrutte, lo Stato ha contribuito a crearne di nuove. Come marxisti, sappiamo bene che lo Stato può influenzare lo sviluppo di distinte classi sociali. Il regime siriano ha contribuito a creare una nuova-vecchia borghesia molto legata allo Stato. Burocrati di alto rango si sono alleati, specie grazie a matrimoni o legami commerciali, alla borghesia tradizionale. La corruzione ha poi permesso loro di arricchirsi e investire i loro nuovi patrimoni nella macchina economica. Così, la regione ha progressivamente infranto il monopolio economico statuale, in particolare nel 1991, con il “decreto n.10”, che ha aperto l’economia ai capitali privati. Gli stessi burocrati corrotti sono stati trasformati dai loro rapporti con la vecchia borghesia, che all’epoca non aveva più le stesse capacità di investimento. Essi hanno iniettato i loro patrimoni in determinati settori dell’economia (edilizia, industria, turismo) e, a partire dal 1990, hanno costituito una nuova borghesia, legata organicamente al regime di al-Assad.

Nello stesso periodo, Hafez al-Assad ha distribuito i posti importanti in seno all’apparato statale secondo criteri confessionali o regionali. Ad esempio, ognuno dei governi doveva comprendere due drusi,[8] un Primo ministro sunnita e a volte un ministro della Difesa sunnita, e così via.

È così riuscito a inglobare nello Stato le varie rappresentanze religiose. Pur essendo ateo, insisteva nel farsi vedere durante le preghiere in moschee sunnite, o durante cerimonie cristiane o ebraiche. Le ripercussioni di tale politica inclusiva sono visibili nella rivoluzione siriana, poiché tutti i rappresentanti religiosi si sono schierati in favore del regime.

La repressione ha impedito lo sviluppo di qualsiasi attività politica, sindacale o associativa autonoma rispetto al regime, sfociando nella carcerazione di decine di migliaia di oppositori. Ad esempio, un mio cugino è stato in prigione per 25 anni (da quando aveva 33 anni fino ai 58 anni). Si è lasciata marcire gente in prigione per periodi incredibilmente prolungati. Il regime teneva la società siriano sotto un pugno di ferro e c’è voluta una generazione particolarmente coraggiosa perché si osasse sfidarlo.

Quando Bachar al-Assad è successo al padre, nel 2000, quasi l’11% della popolazione siriana viveva al disotto della soglia di povertà. A distanza di dieci anni, si è raggiunto il 33%, il che vuol dire che Bachar applica in Siria le politiche neoliberiste più severe e radicali della regione – peggio ancora del Marocco, dell’Egitto o della Giordania. Pensava non vi sarebbe stata alcuna opposizione, alcuna resistenza. Ha creduto di avere ereditato una società definitivamente domata e ha consentito di portare avanti politiche che, in meno di dieci anni, hanno portato al 50% la quota della popolazione che vive con 2 dollari al giorno.
S. A. – In che cosa la rivoluzione ha modificato la natura del regime?

G. N. – La guerra, gli interventi, la rivoluzione e i cambiamenti demografici hanno modificato la natura del regime. Ora non si tratta che di un esercito composto di familiari e dei loro alleati, una fazione che costituisce il cuore della borghesia siriana, braccio armato di un clan in guerra contro il popolo.
S. A. – Ed è corretto pensare, come dicono alcuni, che attualmente la rivoluzione si ritrovi oggi presa entro il quadro di un conflitto confessionale?
G. N. – È vero soltanto in parte. Da un lato, in effetti, ci sono gruppi islamisti settari e reazionari e, dall’altro lato, il regime ricorre a milizie confessionali sciite, come quelle di Hezbollah, o a quelle afghane o iraniane. È un dato reale. Questo però rappresenta 100-200 mila persone. Che ne è del popolo siriano nel suo complesso? Mi sia consentito in primo luogo di riferire alcune mie esperienze personali.

Sono tornato in Siria in varie occasioni nel corso degli ultimi anni. Non ho subito alcuna discriminazione dal punto di vista personale, né ho risentito di qualche ostilità religiosa. Di più: parecchi dei miei compagni hanno lasciato la Siria negli ultimi mesi; per farlo, hanno dovuto attraversare zone controllate da islamisti – e alcuni dei compagni fanno parte di minoranze religiose rifiutate dagli islamisti sunniti. Non per questo sono stati fermati o decapitati. In quelle zone, la popolazione si rivolgeva ad essi in questi termini: “Siete fratelli”. Uno di questi compagni, del resto, ha passato due mesi in questa zona prima di poter arrivare in Turchia.

In realtà, se si fosse realmente trattato di un conflitto confessionale, saremmo stati testimoni di innumerevoli massacri confessionali. Ve ne sono pochi, perpetrati soprattutto dal regime, poi da alcuni gruppi islamisti, ma sporadici e limitati. Per il momento, il conflitto in Siria ha provocato 600.000 morti. Il numero delle vittime uccise nel quadro di conflitti confessionali è di 1.100. Nessuno ha massacrato un intero villaggio alauita, tagliato gole a migliaia.[9] Vi sono stati incidenti, ma in generale la gente non è spontaneamente settaria. Nella regione sotto controllo del regime si ritrovano siriani profughi da tutta la Siria. Solo a Latakia, sono 1,5 milioni (sunniti e non) a vivere fra gli alauiti, mentre i soldati alauiti muoiono a decine. Avete sentito parlare di qualche massacro di questi sunniti? No. Perché non c’è stato; perché, per quanto riguarda la gente normale, nessuno si è ancora trasformato in un mostro settario.

Dichiarare che si tratta di un conflitto confessionale e che non si può fare niente è un modo piuttosto facile di rifiutare il proprio dovere di solidarietà con la lotta del popolo siriano. Certo, esistono aspetti confessionali, ma altri sono gli aspetti al centro degli avvenimenti, alla loro base c’è una rivoluzione popolare con i suoi alti e bassi, le sue svolte, l’intervento imperialista e la politica di terra bruciata del regime, con un riflusso del movimento popolare, che però non significa che tutto sia perduto!
S. A. – Quale è lo stato attuale delle forze della rivoluzione e dei gruppi armati?

G. N. – Prendiamo in esame in primo luogo l’Esercito Siriano Libero, di cui sentiamo parlare molto. Molti osservatori sbagliano quando parlano dell’ASL [Armée Sirienne Libre] come se si trattasse di un esercito organizzato, con una struttura di comando. Si t ratta di fatto di una etichettatura generica che ricopre parecchi fenomeni. Per capire che cosa sia, torniamo al punto da cui siamo partiti.

Con la militarizzazione della sollevazione, fin dalla seconda metà del 2011, si sono notati due fenomeni. Da un lato, una parte dei manifestanti – che si facevano sparare addosso come piccioni dai soldati del regime – hanno deciso di impugnare le armi per autodifesa. Erano persone che sparavano un po’ alla fine delle manifestazioni, per proteggerle. Al tempo stesso, nell’esercito si verificavano sempre più diserzioni. Alla fine del 2011 e soprattutto nel 2012, ci sono stati tra 20.000 e 30.000 soldati che hanno disertato, portandosi dietro le loro armi. L’Esercito siriano libero è nato a partire da questi fenomeni.

Somigliava molto a quelli che noi chiamiamo “coordinamenti”. In ogni quartiere, in ogni villaggio, in ogni frazione, le persone si organizzavano da sole e creavano coordinamenti che invitavano alle manifestazioni, ne decidevano il percorso, concordavano gli slogan, prevedevano vie di fuga, l’evacuazione dei feriti, ecc. Questo però ha consentito loro anche di sopravvivere più a lungo – per il regime è difficile schiacciare un qualcosa di locale e molteplice.

Del pari, l’ASL era in realtà un insieme combinato di disertori e di persone comuni che hanno impugnato le armi nelle rispettive località. Non c’era molto coordinamento tra loro. Anche le potenze regionali hanno contribuito a creare qualcosa, ma si trattava di un vero e proprio fenomeno popolare. Ancora una volta, il loro localismo costituiva sia la loro debolezza sia la loro stessa forza. Oggi in Siria ci sono ancora 3.000 “gruppi armati” al di fuori delle grandi organizzazioni islamiste – sono davvero quelli che erano i meglio organizzati, ma il fenomeno al suo apogeo era molto più ampio.

Chi ha dovuto essere evacuato a Zabadani?[10] Ne avete sentito parlare? Sono persone comuni della campagna intorno a Damasco. Era l’ASL; piccoli gruppi locali sparsi qua e là, che si difendevano quando li si è gettati nelle mani del Fronte Jabhat al- Nusra. Il regime è stato abile nel consegnarli ad al-Qaida. Questo gli ha permesso di affermare: “Ci sono solo al- Qaida e Daesh a combatterci, e bisogna distruggere al-Qaida”.

Di fatto, il fenomeno della resistenza popolare non ha suscitato solidarietà da parte delle potenze regionali, perché il popolo in armi è una cosa pericolosa per loro. Sono generose soltanto con qualche gruppo, accuratamente identificato e che sta alle loro dipendenze.

Ci sono poi le forze kurde – il PYD e le sue Unità di Protezione del Popolo, che hanno già decenni di esperienza di guerriglia in Turchia e sui monti. Era il solo partito kurdo che disponesse di una propria forza militare. Quando il regime si è ritirato da alcune località del Nord della Siria, nel 2012, queste forze legate al PKK sono riuscite a investire immediatamente queste zone e a confermare la propria influenza, la propria presenza militare. Questo è avvenuto a partire dal luglio del 2012 e ne è conseguita una dinamica di autoamministrazione nonché la creazione e lo sviluppo delle Unità di Protezione delle Donne. Lo scorso anno si sono alleati con alcuni battaglioni dell’ASL per dar vita alle Forze Democratiche Siriane, un esercito kurdo-arabo o arabo-kurdo nel Nord della Siria. Noi siamo molto vicini, in dialogo fraterno in particolare con una parte di questo raggruppamento, un’alleanza nazionalista democratica, che comprende assiri, turkmeni e arabi, con una presenza a Nord e ad Est di Aleppo.[11]

Infine, vi sono i maggiori gruppi islamisti. Lasciando da parte Daesh – per me è infatti un fenomeno distinto – vi sono due forze principali. La prima è Ahrar al-Sham, una “milizia islamista” che vuole un regime salafista jihadista, ma con questa differenza: non vogliono imporre subito lo Stato islamico, ma ottenerlo in futuro a un determinato momento e, nel frattempo intendono richiamare il popolo alla religione. E c’è il Fronte Fateh al Sham, ex al-Nusra. Sono militarmente molto forti, a Nord di Aleppo, anche ad Aleppo e a Idlib. A Damasco e dintorni c’è anche Jaysh al-Islam, una milizia un po’ infeudata alla famiglia di Zahran Alloush, assassinato dai russi nel 2015.
S. A. – Che cosa succede al Sud intorno a Daraa?

G. N. – La regione di Daraa ha questa peculiarità: geograficamente, è una trappola per topi. Per i gruppi che sono là, ci sono due soluzioni. Se il regime giordano apre il confine, possono respirare; se chiude il confine, sono soffocati tra il regime siriano e la Giordania. Questa situazione geografica li rende molto sensibili alla politica del regime giordano, all’apertura e alla chiusura delle frontiere.

Per quanto riguarda la solidarietà, le munizioni e il trattamento medico dei feriti, molti di questi battaglioni dell’ASL sono stati costretti a passare alle dipendenze della Giordania. In questo momento, la Giordania non vuole la guerra, e sta chiudendo i rubinetti. Questa gente quindi non può fare granché altro, altrimenti verrebbe schiacciata.
S. A. – Esistono ancora i comitati popolari costituitisi nel corso della rivoluzione? Che cosa fanno?

G. N. – L’elemento importante che contraddistingue la rivoluzione siriana era che le masse popolari sono riuscite a creare strumenti di autorganizzazione. Sono i coordinamenti locali di cui abbiamo parlato e, a partire dal 2012, quelli che si chiamano “consigli civici”, o i consigli locali, gli strumenti di auto-amministrazione per gestire la vita quotidiana. Nel 2011, 2012 e anche per parte del 2013, si tratta di un fenomeno enorme. Dovunque il regime non fosse presente, e anche in alcuni posti dove c’era, esistevano questi due organismi organizzativi e di auto-amministrazione.

Il 2013, però, ha visto, da una parte, Daesh e l’ascesa dei gruppi islamisti reazionari e settari e, dall’altra, la violenza senza precedenti del regime. È stato il momento in cui ha cominciato davvero ad applicare selvaggiamente una politica da terra bruciata, distruggendo le infrastrutture, le case, ecc. È a quel punto che si è assistito alle ondate di profughi siriani, che hanno cominciato a svilupparsi a partire dal 2013. Da quella data, i consigli e i coordinamenti sono stati indeboliti, perché la gente moriva o era costretta a fuggire. Ecco perché parliamo di avanzata della controrivoluzione a partire dal 2013 e di riflusso del movimento popolare.

Riflusso non vuol dire scomparsa.

Ancora oggi, un’ora fa, si è svolta una manifestazione popolare nella città di Zakieh, vicino Damasco. Attualmente, resta ancora qualche coordinamento, anche se indebolito. Il movimento popolare non è morto. Ogni volta che tacciono le armi, le masse popolari riemergono, rinascono. Lo si nota nonostante la distruzione, malgrado la guerra, malgrado il massacro, malgrado il trasferimento di popolazione e l’esodo.

Questo esiste ancora oggi. È molto più debole. Noi partecipiamo ad alcuni comitati di coordinamento in condizioni difficilissime. Rimangono ancora comitati locali che sono attivi. C’è un riflusso delle organizzazioni del movimento e il movimento popolare è più debole. Ma sopravvive.
S. A. – Il grosso problema: che fare? Qual’è la strategia della sinistra rivoluzionaria in Siria?
G. N. – La prospettiva a breve termine della nostra organizzazione rivoluzionaria in Siria, la Corrente della Sinistra rivoluzionaria, implica diversi compiti. Naturalmente, per sopravvivere abbiamo bisogno di conservare la forza che abbiamo e di reclutare nuovi militanti. In secondo luogo, dobbiamo partecipare a tutte le lotte che si verificano, nei coordinamenti che rimangono. Partecipare a tutte le lotte, quali che esse siano. Quale che sia la difficoltà delle nostre condizioni, il nostro compito è partecipare alle lotte costruendo al contempo il partito. Il nostro giornale si fa in Siria. Se lo guardi, ci sono errori di stampa, errori di ortografia e di grammatica: Che importa? Sono militanti di là che lo fanno. Non siamo noi all’estero, sono loro a fare il giornale, a distribuirlo. È un’esperienza d’apprendistato, in condizioni in cui non c’è energia elettrica, o c’è solo due ore al giorno.[12]

Per un verso, occorrerebbe creare un fronte unico di tutte le forze di sinistra e democratiche rivoluzionarie in Siria. Vale a dire, un polo diverso dall’opposizione borghese, da un lato, dal regime e dai suoi alleati, da un altro lato, dagli islamisti estremisti, da un altro lato ancora. Abbiamo fatto qualche passo in questa direzione, malgrado le difficoltà. Abbiamo annunciato un accordo di collaborazione con l’Alleanza Democratica, che comprende alcuni partiti tra cui gli ex comunisti. Abbiamo bisogno di questo fronte per incidere sugli avvenimenti, ora e in futuro. Non ci si prepara solo per l’oggi ma anche per la fase che verrà. L’attuale stato di cose non può perdurare in eterno. Verrà il momento in cui la guerra e i bombardamenti si fermeranno, e noi dovremo essere pronti in quel momento. Avremo bisogno di essere forti per radicarci fra la popolazione, nelle classi popolari. Avremo bisogno di stare con loro per vigilare perché la sorte della Siria non venga decisa dalle potenze regionali o imperialiste, o dalla borghesia siriana.

Questo rapporto di forza va creato fin da oggi. Si tratta di quel che noi abbiamo chiamato i tre “piedi” su cui lavoriamo: lotte di massa, costruzione del partito, la formazione di un fronte unico delle forze democratiche. Naturalmente abbiamo anche le nostre parole d’ordine: “Né Washington, né Mosca, né Riyad, né Ankara, né Teheran”. Si tratta di educare le masse, per porre l’accento sul fatto che la soluzione non verrà da questi poteri, ma che il popolo siriano stesso deve decidere della propria sorte. Anche per esercitare una pressione sull’opposizione borghese nei suoi negoziati con il regime, per non accettare che questo si riproduca con qualche ritocco e qualche posto per loro.

Dobbiamo approfondire le lotte delle masse siriane per ottenere il cambiamento democratico sociale e politico il più profondo possibile. La lotta sarà di lunga durata, quindi occorrerà preparare le nostre forze a combattere per una lunga fase.
S. A. – Sei pessimista od ottimista?

G. N. – Sono molto ottimista, contrariamente all’atmosfera generale. La lotta è dura, ma guarda: la nostra rivoluzione è in corso da sei anni e quali lezioni ci hanno lasciato questi sei anni?

Innanzitutto, che ci si può ribellare, che il regime non può schiacciare la volontà popolare, qualsiasi cosa faccia, quali che siano i suoi alleati. Qualcosa nel regime si è rotto. Qualcosa è finita. Anche se gli americani e i russi, come pure le altre potenze, ci impongono una situazione in cui Bachar al-Assad e il suo clan restano al potere, non potrà più regnare come prima.

Ci sono ambienti “lealisti” che consentono al regime di sopravvivere: più di 10 milioni di persone, circa la metà della popolazione, che restano sotto il controllo del regime. E quella gente nutre odio per il regime. Vivono quotidianamente il martirio. Ci sono manifestazioni immense contro il regime e contro la famiglia Assad. Ci saranno in futuro grosse esplosioni. Là dove pensa di essere più stabile, proprio lì il regime lo è di meno. Sono finiti i giorni in cui qualcuno poteva governare il popolo siriano dicendo: “Chiudete le vostre bocche, farò quello che voglio io”.

C’è poi la lezione dell’esperienza: per tanto tempo, se eravate uno dei “vecchi” socialisti rivoluzionari e volevate parlare di socialismo, potevate dire che l’obiettivo era uno Stato operaio basato su consigli operai, consigli contadini, ecc.. La gente faceva domande e si poteva rispondere: “Questo c’è stato, almeno per un determinato momento, in Ungheria, in Germania e soprattutto in Russia”. Ma questo era lontano dall’esperienza della gente. Oggi è molto più semplice. L’autorganizzazione è comprensibile, grazie ai coordinamenti”. Il popolo siriano, senza leggere Lenin o Marx o Trotsky, lo ha già sperimentato attraverso le sue lotte. Quando si parlerà di consigli operai e contadini lo capiscono perché lo hanno fatto già; si tratta dell’esperienza che hanno vissuto.

La terza lezione riguarda le forze islamiste. Hanno sempre sostenuto che l’Islam era la soluzione. Questa ipotesi in Siria è ormai esaurita. La gente ha visto a che cosa questo assomiglia quando le forze religiose islamiste impongono il loro modello di governo. È una teoria che è stata sottoposta alla prova ed è fallita.

Rimane il socialismo. Questo dipende da noi. Noi riteniamo sia l’unica soluzione, la più umanistica e la più egualitaria, per le masse siriane e ovunque altrove. La lotta continua.
[ L’intervista è del 16 dicembre 2016. Ripresa dalla versione francese di Contretemps, 10 gennaio 2017

http://www.contretemps.eu/les-lecons-de-la-revolution-syrienne-entretien-avec-ghayath-naisse/ – Traduzione dal francese di Titti Pierini]
* Ghyath Naisse, militante siriano membro della Corrente della Sinistra Rivoluzionaria.

[1] Jabhat al-Nusra costituiva la branca siriana di al-Qaida, che ha rotto significativamente con quest’ultima e si chiama ormai Jabhat Fateh al-Sham al Islamiyya. Ahrar al-Sham è un’altra milizia islamista, attualmente alleata di Jabaht Fateh al-Sham.

[2] Takfiri è il termine utilizzato per indicare un musulmano che accusa gli altri di essere miscredenti.. Lo si utilizza spesso per indicare gruppi come Daesh.

[3] PYD: partito kurdo, radicato nel Nord della Siria, alleato del PKK, la principale organizzazione kurda in Turchia.

[4] Ehud Barak: ex Primo ministro israeliano, è stato ministro della Difesa tra il 2007 e il 2013.

[5] Il Baas, cui appartiene il presidente siriano Bachar al-Assad, è stato il il partito dirigente della Siria dopo il colpo di Stato del 1963.

[6] Ci si riferisce qui alla teoria elaborata da Tony Cliff sulla “rivoluzione permanente deviata”, che egli descrive nei dettagli nel suo articolo dal medesimo titolo, che si può consultare in: https://www.marxists.org/francais//cliff/1963/00//cliff/19630000.htm.

[7] Il termine “bonapartista” discende dall’analisi di Marx del regime di Luigi Napoleone Bonaparte in Francia, insediatosi dopo un colpo di Stato, una volta esaurite le forze di classe in lotta liberate dalla rivoluzione del 1848.

[8] I drusi costituiscono una minoranza religiosa presente soprattutto in Siria, in Libano e in Israele.

[9] Gli alauiti (o alawiti), cui appartengono gli Assad, si ricollegano al ramo sciita dell’Islam e sono localizzati essenzialmente in Siria e in Turchia.

[10] Al-Zabadani è una cittadina al confine con il Libano.

[11] Gli assiri e i turkmeni costituiscono due gruppi minoritari nella popolazione siriana.

[12] La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria è stata fondata in Siria nell’ottobre del 2011 e pubblica, in Siria, un giornale mensile intitolato “Prima linea”.

Tags: Siria Assad coordinamenti Esercito Siriano Libero
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