di Andrea Martini

Si è molto parlato in questi mesi delle reciproche condoglianze che gli Stati uniti e il Giappone si sono scambiati per tentare di archiviare in modo surrettizio una terribile pagina della storia iniziata con il bombardamento proditorio di Pearl Harbor e culminata nelle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

Ma esiste, sempre come portato di quella storia, e nella stessa regione del mondo, un’altra vicenda che non sembra destinata a chiudersi. Anzi.

corea-donneCresce, infatti, la tensione tra la Corea del Sud e il Giappone attorno alla vicenda di una statua, Pyeonghwabi (letteralmente Monumento di pace) che, attraverso la figura di una ragazza seduta con un uccellino accovacciato sulla spalla, ricorda la vicenda delle 200.000 fanciulle, in gran parte coreane, ma anche cinesi, indonesiane e di altre nazionalità oppresse dall’impero del Sol levante tra il 1905 e il 1945, rapite dall’esercito occupante giapponese e utilizzate come “donne di piacere” per i soldati.

La statua è stata progettata e prodotta da un’associazione creata fin dal 1992 da alcune superstiti di quella feroce violenza ed è stata esposta fin dal 2011 a Seul, davanti all’ambasciata giapponese. La statua e i sit-in che settimanalmente da anni organizzano le superstiti, con il supporto crescente di tante militanti pacifiste e femministe, volevano rivendicare dal governo di Tokyo un atto di scuse per le infamie fatte subire a quelle migliaia di donne, come simbolo della violenza maschile e coloniale della potenza nipponica nella prima metà del Novecento.

Ma l’effetto è stato opposto e il governo nipponico ha manifestato da subito la sua irritazione per l’erezione della statua che è stata definita un “attentato alla dignità” del paese, esigendone l’immediata rimozione. Il contenzioso si è protratto per 4 anni, fino a che, circa un anno fa, il governo di Tokyo otteneva da quello sudcoreano la rimozione della statua in cambio di un “indennizzo” pari a 8 milioni di euro.

Le militanti e le ormai poche superstiti hanno duramente protestato, ma inutilmente.

Ma lo scorso 29 dicembre, con grande risonanza sulla stampa, importanti esponenti del governo giapponese, hanno reso omaggio a Tokyo al Santuario Yasukuni, il cosiddetto santuario della “pace nazionale”, nel quale sono onorate le vittime giapponesi della Seconda guerra mondiale e, con grande risalto, anche un migliaio di ufficiali condannati come criminali di guerra, compreso per crimini contro le donne coreane e cinesi. La visita ha riguardato anche l’annesso museo sul conflitto di cui da sempre la Cina e la Corea denunciano l’impostazione revisionista.

Il movimento delle donne coreane, per tutta risposta, ha deciso di riesporre la statua della “donna di piacere”, questa volta di fronte al consolato di Busan, la seconda città del paese.

Per tutta risposta, il governo giapponese, ritenendo violato il patto di indennizzo sottoscritto nel dicembre 2015, ha richiamato il proprio ambasciatore dalla Corea del Sud, alzando così il tono della polemica.

Il governo sudcoreano ha dichiarato che studierà il da farsi, ma le militanti presidiano la statua 24 ore su 24.

Annunci