Stamattina, appena alzato, mia moglie mi ha detto, con gli occhi lucidi (lei è castrista al 100%) che Fidel era morto. Io, che castrista non sono (ma ancor meno anticastrista) ho provato un’emozione contraddittoria. Da un lato una certa tristezza (unita al disgusto quando ho visto in TV i “gusanos” di Miami festeggiare quell’avvenimento che avevano annunciato tante volte), dall’altro una forma di freddo distacco da un uomo che, in un certo senso, se non aveva tradito la rivoluzione di cui era stato il líder máximo, aveva però, con i suoi numerosi errori, contribuito ad ingessarla e a farla retrocedere.

Quando muore un mito `(e un mito dei “tuoi”, della tua parte della barricata) è sempre difficile fare un bilancio. Antonio Moscato, sul sito nazionale di Sinistra Anticapitalista, ha appena pubblicato il suo, sicuramente ben più serio e attendibile di uno eventuale mio. Qui voglio solo dire poche cose, più emotive e personali che politiche in senso stretto. Una, per esempio, è che non riesco del tutto a capire perché, quando sono fuori da Cuba, mi sento profondamente critico verso lo pseudosocialismo cubano. Ma quando sto nell’isola (ci andai per la prima volta nel ’96, in pieno “período especial”, quindi non vidi mai Cuba nel periodo eroico e nemmeno in quello “tranquillo” degli anni ’70 ed ’80), parlando con i cubani “de la calle”, sentendo le motivazioni del loro filo-castrismo o anti-castrismo, tendo a smussare le mie critiche al regime e a Fidel. Spesso, infatti, queste critiche mescolano sacrosanti aspetti di rigetto verso i privilegi burocratici, gli errori, la corruzione, con altri aspetti molto meno nobili, molto più individualisti e, diciamo così, “antisocialisti”, più che antiburocratici. Certo, sento già levarsi le critiche dei molti compagni che mi rimprovereranno di far l’analisi del sangue “marxista” al popolo cubano, di pretendere che la giusta protesta antiburocratica sia illuminata da un progetto rivoluzionario capace di coniugare rovesciamento dei burocrati ed approfondimento del socialismo, ecc. ecc. In una parola, di scambiare i miei desideri con la realtà prosaica. Ebbene lo confesso: non riesco a fidarmi del tutto di gente che non condivide i (pochi) elementi di socialismo presenti a Cuba e nel progetto castrista. Ho conosciuto, purtroppo, pochissimi cubani che sapessero essere critici con la burocrazia nel nome di un’idea veramente libertaria e comunista radicale. Tra di loro, ricordo con affetto Miguel, il compagno della madre di una mia amica cubana che vive a Brescia, un uomo che aveva combattutto contro i razzisti sudafricani a Cuito Canavale, in Angola. Uno che, per dirla in breve, non buttava via il bambino con l’acqua sporca. Gli altri, la maggioranza, mi sembravano più incazzati perché non avevano a disposizione gli ultimi modelli di cellulari piuttosto che con la corruzione burocratica o la mancanza di alcune libertà democratiche tipiche di un socialismo che meriti fino in fondo questo nome.

Comunque oggi, penso a Fidel, ai “tanti” Fidel. Al Fidel antimperialista, sostanzialmente nazionalista e patriota degli anni Cinquanta, che rischia la pelle col Che sulla Sierra Maestra. Al Fidel che si scopre “marxista” degli anni ’60, che osa sfidare il gigante yankee, ma senza asservirsi alla burocrazia stalinista del Cremlino o di Pechino, che cerca di estendere la rivoluzione in tutta l’America Latina e nel resto del cosiddetto “Terzo Mondo”, il Fidel della Tricontinental, degli esperimenti politici, economici e sociali di una Cuba effervescente, non ancora addomesticata da “los rusos”. Ma anche, purtroppo, al Fidel che appoggia l’intervento del Patto di Varsavia a Praga, nel ’68, che “unifica” gran parte delle forze che si erano battute per la rivoluzione cubana in un unico partito, via via sempre più burocratico e monolitico, il PC cubano, allontanandosi ogni volta di più dalla creatività rivoluzionaria del primo decennio ed assomigliando sempre più a quel PCUS che di comunista aveva solo il nome. Certo, chi parla di Cuba come di un “gulag” tropicale, non sa quello che dice (oppure non sa nulla dell’orrore immenso dei veri gulag, quelli dello stalinismo trionfante degli anni ’30 e ’40). Ma anche chi si ostina a voler vedere, nella Cuba degli anni ’80 (e fino ad oggi) un “modello” di socialismo, dimostra, nel peggiore dei casi, di avere un’idea del socialismo che farebbe rivoltare nella tomba i vari Marx, Engels, Lenin o Trotskij (per non parlare di Bakunin o Malatesta!), e nel migliore dei casi, di voler nascondere la testa sotto la sabbia, come gli struzzi, in cambio di un barlume di speranza che non può venire da un regime che ha esaurito la sua spinta propulsiva. Qui sta tutta la difficoltà di giudicare un uomo come Fidel Castro, che univa in sè tutte (o gran parte) delle contraddizioni di cui si nutre il movimento comunista dell’ultimo secolo. Quando i cubani aiutavano gli angolani a respingere l’invasione sudafricana, rischiando la “loro” pelle, spesso nera, contro il mostro razzista sostenuto dagli USA, erano internazionalisti conseguenti o solo pedine dello scontro tra l’imperialismo yankee e la burocrazia del Cremlino? E valeva la pena di sacrificare le loro vite, alla luce di quello che è oggi la società angolana, guidata dal MPLA, caratterizzata da un capitalismo straccione in cui i burocrati e gli arricchiti di Stato la fanno da padroni?  Confesso la mia difficoltà a giudicare in modo tranchant. Fidel era anche tutto questo. E, nonostante tutto, mi viene la voglia di dirgli un “Hasta siempre, Comandante!”

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