di Chiara Carratù

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L’appello, lanciato dalla rete IoDecido, D.i.Re e UDI, per costruire una grande manifestazione il 26 novembre contro la violenza sulle donne ha colto una necessità e ha colmato un vuoto, un vuoto che sentiamo dal 2007, quando il 25 novembre scesero in piazza, a Roma, 150.000 donne contro la violenza maschile ma anche contro le strumentalizzazioni securitarie che l‘allora governo Berlusconi aveva proposto a seguito del femminicidio di Giovanna Reggiani. Erano gli anni delle ronde e dei pacchetti sicurezza creati ad hoc sui corpi delle donne. Le politiche istituzionali, in fondo, non sono mai andate al nocciolo della questione e le cause della violenza sulle donne non sono mai state affrontate alla radice. La realtà che abbiamo sotto gli occhi e che ci spinge ad organizzarci e a partecipare alla manifestazione di domani, 26 novembre, è che non sono mai state fatte, in maniera seria e strutturata, politiche per agire sulla cultura e sugli stereotipi che la reggono. Finché il femminicidio sarà relegato nella categoria “cronaca nera” e la discussione sulle cause della violenza di genere sarà focalizzata sulle abitudini e il carattere della donna, sul vestito che indossava, sul luogo e le persone che frequentava, sui tratti psico-patologici dell’aggressore o sull’esistenza o meno di una denuncia, saremo ben lontani da una parità di genere de facto, declamata, a parole, anche dalle istituzioni.

È questo il motivo principale per cui oggi siamo invitate anche a partecipare ai tavoli del 27 novembre, il cui scopo è arrivare a scrivere una proposta di piano contro la violenza che parta proprio dalla esigenze e dai bisogni delle donne.

Il piano avanzato dal governo Renzi (composto peraltro al 50% da donne), presentato nel maggio 2015, è in continuità con le politiche proposte in materia dai governi precedenti e non mostra alcun elemento di novità; anzi, nel comunicato stampa, diffuso in quell’occasione e firmato da diverse associazioni impegnate contro la violenza sulle donne, si denuncia che “il ruolo dei Centri Antiviolenza risulta depotenziato in tutte le azioni del Piano e vengono considerati alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale senza alcun ruolo se non quello di meri esecutori di un servizio”.

La convocazione dei tavoli e il dibattito che seguirà in plenaria ci danno dunque la possibilità di rimettere in discussione quanto finora fatto dalle istituzioni ma anche di rilanciare un percorso finalizzato alla ricostruzione del movimento femminista nel nostro paese. È necessario però che il protagonismo delle donne non si esaurisca con la manifestazione del 26; questa deve piuttosto essere la base per riprendere, in maniera unitaria, un lavoro anche sui territori.

Nei giorni scorsi, è uscito un appello dell’Internazionale Femminista che propone uno sciopero globale delle donne per l’8 marzo: questa potrebbe essere la direzione verso la quale tendere per mettere a frutto un week end di lotta e di confronto contro la violenza di genere. Abbiamo a portata di mano la nostra occasione per realizzare una piattaforma condivisa che rispedisca al mittente tutte quelle politiche il cui risultato è stato una limitazione, un impoverimento o una cancellazione dei diritti, delle libertà e dell’autodeterminazione delle donne.

Bisognerà partire dalla consapevolezza che non sarà facile, visto che occorrerà riprendere le fila di percorsi e discorsi che si sono frammentati dopo il 2007, ossia da quando le piazze non hanno visto più grandi manifestazioni ma solo iniziative, anche utili e di valore, rimaste però confinate in spazi piccoli e poco visibili.

La storia ci insegna che gli spazi politici, di discussione e di piazza non restano vuoti: ad un arretramento generalizzato del movimento femminista e del protagonismo delle donne è corrisposto infatti, un pericoloso avanzamento di diversi movimenti reazionari e un rafforzamento di un’ideologia conservatrice che pensavamo ormai superata. Così, oggi ci troviamo a constatare ancora di più che i reparti di ginecologia sono pieni di obiettori di coscienza, che i consultori nati come presidi di donne per le donne sono stati completamente svuotati delle loro funzioni originarie, che le sentinelle in piedi occupano le piazze ogni volta che si parla di estendere i diritti alle coppie di fatto e alle persone LGBTQ, che questa parte così retrograda e oscurantista della società è anche ben rappresentata al governo nella figura della ministra Beatrice Lorenzin, che, ad esempio, ha espresso pubblicamente contrarietà all’estensione del diritto al matrimonio in favore delle coppie dello stesso sesso ed alla possibilità di adottare dei figli o avere accesso alle pratiche di fecondazione assistita. Va ricordato poi che Lorenzin è a capo del ministero della Sanità di un governo che in questi anni, in nome delle politiche di austerità, ha operato tagli ingenti alla sanità pubblica, non ha proposto alcuna azione concreta per contrastare l’obiezione di coscienza, ma ha presentato il Piano Nazionale della Fertilità mentre, alla chetichella, toglieva le poche pillole anticoncezionali dalla lista dei farmaci di fascia A per passarle tutte in fascia C.

Non dobbiamo stupirci! Le scelte politiche del ministero della Sanità sono perfettamente in linea con quanto il governo Renzi sta concretizzando nei luoghi di lavoro: l’aumento dello sfruttamento, il prolungamento dell’orario di lavoro, l’aumento della ricattabilità e della precarietà, l’allungamento dell’età pensionabile, l’abolizione dell’articolo 18 e la continua erosione dei diritti sul lavoro volute con l’approvazione del Jobs Act riguardano anche no donne: simili condizioni spesso influiscono sulla nostra scelta di diventare madri e quante tra noi sono operaie e lavoratrici pagano un prezzo molto alto anche sulla salute riproduttiva.

Il 26 novembre può essere una chance anche per misurarci su questo terreno, per provare ad intrecciare le nostre storie politiche e le nostre esperienze, per provare ad analizzare le relazioni strette che intercorrono tra patriarcato e capitalismo, per provare a pensare ad un orizzonte strategico anticapitalista entro il quale ricostruire le condizioni per liberarci dal patriarcato, perché non c’è liberazione senza rivoluzione.

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