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Nel novembre 1943, Brescia è una delle capitali della Repubblica Sociale Italiana, quella di Salò. I fascisti hanno aperto, in città, uffici e caserme.
Fra le sue vie, nelle sue piazze si aggirano senza più paure i funzionari e i soldati del nuovo stato fascista. Passano, certo, sotto la grande statua dell’”ERA FASCISTA” innalzata, nel 1932, alla presenza del Duce, nella grande piazza della Vittoria; circondata da palazzi che ricordano il fascio littorio e la M di Mussolini. Una piazza triste, fatta per le grandi adunate e nata dal massacro del centro storico medievale. Quello dove, con più radicalità, si manteneva lo spirito popolare di tradizioni antifasciste.
La grande, stolida, brutta statua di Arturo Dazzi sarà abbattuta nei giorni della Liberazione, ma, intanto, i bresciani la chiamano il BIGIO; per derisione e disprezzo.

Arnaldo, anche se abita a pochi passi, evita di passare da piazza della Vittoria, gli fa schifo con tutto quello sfoggio di marmorea propaganda fascista. Il fascismo l’ha rinchiuso a Poggioreale e confinato a Ponza: lui è un militante del Patito Comunista clandestino. Le spie l’hanno segnalato come diffusore de “l’Unità” e di altra stampa proibita, nella fabbrica dove lavora, la “RADIATORI” in via Milano. Sa che la sua esistenza è in pericolo e pensa di raggiungere i compagni che, nelle valli intorno alla città, si stanno organizzando militarmente per resistere.
Guglielmo, porta i suoi 61anni di fatica, con sempre più stanchezza, dentro la grande fabbrica “OM” che fa camion militari. Vive le sue giornate fra gli altri operai comunisti e antifascisti. Il suo corpo, le sue mani segnano subito la sua appartenenza di classe. Le sue idee non possono essere diverse.
Rolando è un anarchico. Dopo anni di confino a Ustica è tornato in città e fa l’ambulante in piazza del Mercato. I fascisti lo tengono d’occhio; le spie ascoltano le sue parole fra la gente del mercato. E le sue sono, ancora, parole di libertà e di rivolta conseguente.
Luigi lavora in una fabbrica del polo industriale della Val Trompia, dove si fanno le armi per la guerra nazifascista. Gira in bicicletta fra casa sua e il lavoro. Qualcuno l’ha segnalato come antifascista.

Nella notte del 13 novembre, un gruppo partigiano attacca la sede del comando della Guardia Nazionale Repubblicana di via Milano. Un milite rimane ucciso.
I fascisti corrono, come vespe impazzite, per la città a caccia delle vittime che hanno designato.
Arnaldo, il comunista, viene strappato da casa sua e trascinato in piazza Rovetta; lì abbattuto da una raffica.
Guglielmo esce sulla porta, quando sente bussare e urlare. Non cercano lui, ma il suo vicino Giuseppe Aldrini, militante antifascista. La raffica lo schianta, comunque, proprio sull’uscio di casa.
Rolando, l’anarchico, viene portato, fra calci e pugni, in strada; in via S. Faustino, all’angolo con piazza Rovetta, viene sparato senza pietà.
Luigi viene fermato mentre gira in bicicletta fra Lumezzane e Sarezzo. I fascisti non sentono ragioni e lo ammazzano sul posto.

Sulla lapide di piazza Rovetta che li ricorda, ci sono i loro nomi: ARNALDO DALL’ANGELO, GUGLIELMO PERINELLI, ROLANDO PEZZAGNO.
Non so dove è ricordato, oltre che nella memoria collettiva, Luigi Gatta fucilato in val Trompia.

Quella notte, si salverà dalla rappresaglia fascista, Mario Donegani, operaio alla “TOGNI”, antifascista. Viene colpito da una raffica e lasciato a terra nel sangue. Riesce a sopravvivere e a raggiungere i partigiani in valle Sabbia. Cadrà combattendo poco prima della Liberazione.

Oggi, sabato 12 novembre, quasi a ricordare le gesta dei loro vecchi camerati, i fascisti di Casa Pound aprono la loro sede a Brescia, in via Costalunga.
La conferma di un attivismo crescente dei nuovi fascisti nostrani; fra minacce, manifesti firmati “FASCISMO LIBERTA’”, volantinaggi preparati per aggredire.

L’ANTIFASCISMO NON SI LIMITERA’ A GUARDARE!

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