Le elezioni di Roma sembrano essere il paradigma della situazione del nostro paese: le classi dominanti di questa città sono alla continua ricerca di una amministrazione che li permetta di continuare a gestire affari, a speculare sul territorio, a continuare – coperti dalle politiche di bilancio fatte di tagli e sacrifici per i lavoratori/trici e dettati a livello europeo dalla troika – nella politica delle privatizzazioni e del saccheggio del patrimonio pubblico.

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Il PD e la destra nelle sue varie articolazioni (Marchini e Meloni), al di là delle chiacchiere e della propaganda, si presentano in sostanziale continuità con le concrete politiche economiche, amministrative e sociali della Giunta Marino: tutti a favore dei tagli di bilancio (mascherati, senza vergogna, da “lotta agli sprechi”), tutti per le privatizzazioni di quel che resta dei servizi pubblici, tutti per la messa a profitto e la dilapidazione del patrimonio pubblico attraverso gli sgomberi e la fine delle esperienze di autogestione sociale che avevano sottratto spazio alla speculazione ed al degrado; tutti intenzionati a continuare l’opera di aggressione nei confronti del lavoro pubblico, in linea con le pratiche neoliberiste di governo nazionale ed europeo; tutti a favore del devastante sviluppo dell’edilizia privata che ha portato la nostra città ad avere tante case senza gente e tantissima gente senza casa. A questo la destra aggiunge il più becero razzismo che indica come problema principale della città i migranti, i rom, “gli abusivi”, i marginali ed in generale i poveri.

Mafia capitale non è stata un “incidente” in un per corso virtuoso, ma, al contrario, un elemento strutturale che è maturato e cresciuto – non a caso – fra i 5 orribili anni di Alemanno e i governi di centrosinistra della città e si è nutrita dell’indifferenziazione delle politiche sociali che hanno così favorito le logiche di spartizione fra gli amici e le clientele elettorali e di potere.

In questo contesto la proposta politica dei cinque stelle, seppure in dichiarata rottura con questo quadro asfittico, non segna una reale controtendenza, sempre legata al tecnicismo della legalità ma troppo lontana dall’affermazione della giustizia sociale e da una chiara rottura con le politiche neoliberiste.

La sua strategia resta quella dell’opposizione populistica e politicamente indefinita che ha caratterizzato da sempre un movimento che non vuole essere collocato né a destra né a sinistra. Non è un caso che su alcune questioni cruciali come la condizione dei lavoratori pubblici, la stessa questione sindacale e infine sui migranti assuma posizioni ambigue se non decisamente reazionarie. E non a caso quindi il M5S resta orientato verso una ipotesi esclusivamente elettorale, escludendo dal suo orizzonte ogni ipotesi di stimolo di mobilitazioni sul piano sociale.

In questo quadro, una sinistra degna di questo nome avrebbe potuto attraversare queste elezioni con una proposta di radicale rottura con il PD, senza trascinarsi al proprio interno sacche di ambiguità che alludono pervicacemente alla ricostruzione del centro sinistra.

Una rottura necessaria, sia sul programma, sia sulle pratiche, sia sulle modalità di costruzione e di partecipazione. Avremmo tutti avuto bisogno di un percorso dal basso che, a partire dalle numerose lotte di resistenza, attraverso un processo partecipato che costruisse un programma dal vivo delle esperienze sociali su reddito, casa, urbanistica, servizi e spazi che, partendo dal disconoscimento del debito e della sua schiavitù, introducesse una idea alternativa alle politiche liberiste e sostenesse i percorsi di lotta e di autorganizzazione.

Se queste erano le necessità, dobbiamo dire senza dubbio che queste elezioni si presentano come una occasione persa dalla sinistra, nonostante, o proprio perché, ci sono all’interno di questo aggregato la rappresentazione di opzioni politiche diverse e antitetiche. Ancora una volta si è cercato di fare delle elezioni uno strumento di costruzione di soggettivazione politica e non la proposta politica di un percorso di ricomposizione già avvenuto e chiaro.

L’aggregazione ed il percorso che ha portato alla candidatura di Stefano Fassina ci sembra invece aver, ancora una volta, reiterato l’errore che ha segnato già precedenti esperienze elettorali della sinistra.

Un candidato a sindaco fino a poco tempo fa responsabile economico del PD, viceministro dell’economia nel governo Monti e votante in parlamento di tutte le controriforme neoliberiste e delle politiche di austerità del governo Renzi al quali ora dice di voler opporsi. Il percorso che ha portato a candidature e lista è stato inoltre spesso risolto in un accordo tra intergruppi, spesso imposto dall’alto, come accaduto nei municipi. Ma è soprattutto il requisito della pur decantata alternatività al PD ad essere messo in discussione. Alla lista, infatti, partecipano in modo preponderante forze politiche e persone che non solo erano parte integrante della giunta Marino, non solo sono nostalgiche del centrosinistra “non renziano”, non solo che sono saldamente al governo con il PD in Regione Lazio, ma che continuano a mantenere un atteggiamento ed una posizione ambigua nei confronti del PD, pronti alla prima occasione a negoziare una qualche forma di sostegno a Giachetti. Il comportamento della maggioranza di SEL romana, per essere espliciti, è evidente ed inequivocabile. Ed è evidente anche come questa persistente ambiguità rischia di esplodere da un momento all’altro, come stava accadendo nei giorni in cui sembrava che la lista non fosse stata ammessa per irregolarità, e come accadrà qualora Giachetti dovesse arrivare al ballottaggio.

Che le cose avrebbero potuto andare diversamente anche di fronte alla “sdrucciolevole” scadenza elettorale romana, lo testimonia l’esperienza della lista “Sinistra sociale per la Tiburtina” che si è formata nel IV municipio (ex V) da una critica proprio alle modalità con cui si è traslata nei territori l’articolazione della lista Fassina. Sinistra Sociale per la Tiburtina aggrega molti dei soggetti che in questi ultimi anni si sono mossi nelle lotte per la casa e contro i tentativi di speculazione sulla dismissione delle caserme e per gli spazi sociali e propone un programma fortemente caratterizzato dal punto di vista sociale, che Sinistra Anticapitalista sostiene anche con un esplicito invito al voto.

Diversa fu anche l’esperienza di Repubblica Romana, dove sinistra anticapitalista aveva partecipato con entusiasmo e convinzione, esperienza capace di coinvolgere un ampio schieramento di realtà di base, sociali e territoriali, un’esperienza rispetto alla quale, ci sembra che Sinistra per Roma faccia un passo indietro.

Nella specifica situazione romana, seppur l’orientamento nazionale di Sinistra Anticapitalista sia quello di esprimere un indicazione di voto, seppur critica, contro il Partito Democratico, per quanto abbiamo detto, non siamo certi che il voto a “Sinistra per Roma” sarà poi effettivamente utilizzato per una battaglia contro il PD. Nonostante la percezione di queste ambiguità sia diffusa in settori ben più ampi di quelli strettamente politicizzati, molti/e lavoratori/trici, un pezzo di quello che una volta si sarebbe chiamato “popolo della sinistra”, voteranno per Fassina sindaco e per “Sinistra per Roma” per manifestare, anche nella scadenza elettorale, la necessità di fornire comunque visibilità alla alternativa alle politiche liberiste ed antioperaie del PD e del governo, confortati dalla presenza in lista di alcuni/e compagni e compagne sicuramente fuori e contro qualsiasi nostalgia del centrosinistra. Un altro pezzo di questo popolo della sinistra, invece, non se la sentirà di fare questa scelta, preferendo, anche attraverso il non voto, esprimere una critica nei confronti dell’occasione mancata a sinistra.

Noi non vogliamo che sulla questione dell’atteggiamento nei confronti della scadenza elettorale si crei un solco fra chi onestamente e senza retropensieri si batte davvero contro le politiche di austerità e contro il neoliberismo. Anzi, al contrario, a tutti/e loro diciamo e proponiamo che, a prescindere da cosa si farà in questo primo turno delle elezioni comunali di Roma, dal giorno successivo dovremo tutti/e impegnarci per creare davvero il percorso dell’alternativa, unificare le lotte di resistenza, creare in modo partecipato e dal basso nuove piattaforme politiche e programmatiche che partendo dalla critica del liberismo vecchio e nuovo, crei una nuova consapevolezza e coscienza anticapitalista che possa contribuire alla aggregazione di una nuova soggettività politica di classe.

Questo è il nostro impegno e la nostra proposta con la quale vogliamo attraversare anche il periodo della campagna elettorale.

Sinistra Anticapitalista Roma

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