Pubblico questo interessante articolo sul Brasile, anche se non condivido l’impostazione politica di fondo, perché da informazioni utili, e esprime il punto di vista degli analisti del “capitalismo illuminato europeo”.

Sauro

La presidente è stata sospesa dall’incarico in base a un processo regolato dalla Costituzione, che sinora è stata rispettata. Paga i suoi errori nella gestione dell’economia, della politica, della macchina dello Stato.

di Carlo Cauti

Dopo una seduta-fiume lunga oltre 20 ore, il Senato del Brasile ha votato l’apertura del processo di impeachment di Dilma Rousseff (55 a favore, 22 contrari, 4 astenuti).

La Camera Alta del Congresso Nazionale mette formalmente in stato d’accusa

la presidente e la sospende dalle sue funzioni per un periodo massimo di 180 giorni, durante i quali verrà sostituita dal suo ex vice Michel Temer.

In quest’arco temporale dovrebbe essere celebrato il processo: il Senato farà da corte giudicante, guidato dal presidente del Supremo tribunale federale (Stf). Un secondo voto del Senato, dove sarà richiesta la maggioranza dei 2/3, deciderà se Dilma ha commesso o meno un “crimine di responsabilità”. Se assolta, Dilma riassumerà le prerogative presidenziali. Se condannata, verrà destituita dal suo incarico e dichiarata ineleggibile per un periodo di otto anni; il vicepresidente Temer la sostituirà fino alla scadenza naturale del mandato, nel 2018.

Si tratta dunque di un processo lungo e articolato, nel quale, benché i numeri siano sfavorevoli alla presidente, tutto può ancora accadere.

Checché ne dica Dilma, che continua a proclamarsi innocente e a denunciare un “golpe”, in Brasile è in atto un processo previsto espressamente nella Costituzione del 1988, aperto da un Congresso eletto democraticamente, che dovrà passare tre votazioni in due camere diverse prima del verdetto definitivo e che ha visto più volte l’avvallo del Stf.

La Suprema Corte brasiliana ha svolto un ruolo fondamentale, analizzando le accuse, autorizzando il voto della Camera, definendo chiaramente le regole della procedura di impeachment e prendendo in esame le numerose richieste di sospensione de voto presentate dal Partito dei Lavoratori (Pt), rigettandole tutte. Giova ricordare che l’ampia maggioranza dei giudici del Stf è stata nominata da esponenti del Pt, prima Lula e poi Dilma, che dal 2003 governano ininterrottamente il Brasile.

Intanto la popolarità di Dilma è scesa sotto il 9%, il livello più basso da oltre 25 anni. Quando la popolarità di un capo di Stato cade così in basso i politici si allontano, in particolare in un “presidenzialismo di coalizione” come quello brasiliano, che prevede una dialettica costante tra Planalto (sede del governo) e Congresso. Anche se Dilma fosse stata abile nella gestione della coalizione politica, e non lo è stata, avrebbe avuto forti difficoltà nel rimettere in riga i membri della base alleata.

Derubricare l’impeachment a colpo di Stato o “golpe bianco” vuol dire non conoscerne le procedure o non capire le dinamiche che hanno portato a questa situazione estrema, già vista con Fernando Collor de Mello nel 1992 e risoltasi senza alcuna rottura democratica. Allora si trattava del primo presidente eletto direttamente dopo la fine della dittatura militare, oggi la democrazia brasiliana ha un quarto di secolo in più.

Questo giorno storico per la politica brasiliana ha origine nell’economia. Non ci sono complotti, tradimenti o intrighi di poteri occulti. Qualche voltafaccia, insito nelle tradizioni politiche del paese, è stato reso possibile solo da una gestione incredibilmente sbagliata dell’economia da parte dell’esecutivo, che ne ha minato irrimediabilmente la capacità di azione, reazione e sopravvivenza.

Dilma è stata messa in stato d’accusa e verrà forse destituita per aver ricevuto

un paese in franca espansione economica e averlo portato ad una stagflazione senza precedenti. Tutto il resto, corruzione inclusa, per quanto grave è solo accessorio.

Dilma è stata rieletta per un secondo mandato nell’ottobre 2014 con il 51,64% dei voti, ma già nei primi mesi del 2015 i sondaggi indicavano oltre il 65% di insoddisfazione popolare verso di lei. Cosa è successo in così poco tempo? La politica non è la risposta. La questione è economica.

Immediatamente dopo la rielezione, il tasso di inflazione è aumentato brutalmente, conseguenza di una politica fiscale irresponsabilmente espansiva per fini elettorali e della “liberazione” dei prezzi controllati di luce, acqua o benzina, compressi artificialmente dal governo in previsione dell’appuntamento con le urne. Due scelte che hanno presentato un conto salato: un’impennata inflattiva che è arrivata all’1,3% al mese e ha continuato a salire per tutto il 2015, attestandosi a fine anno al 10,67%.

Il Brasile ha una reazione viscerale nei confronti dell’inflazione, simile a quella della Germania dopo l’esperienza di Weimar. Al di là del malessere economico generato attraverso il logorio del reddito delle famiglie, essa tocca profondamente la memoria collettiva, perché per cinquant’anni ininterrotti il paese ha vissuto un processo inflazionario, superinflazionario e poi iperinflazionario.

L’inflazione si è guadagnata il popolare soprannome di dragão, il dragone che brucia potere d’acquisto e risparmio. Per questo motivo i brasiliani, tradizionalmente tolleranti, resilienti e quasi indolenti verso i propri governanti, non accettano un’inflazione elevata, ancora meno se a tassi doppi. Senza contare che l’aumento dei prezzi in molti settori è stato di gran lunga superiore ai dati complessivi – ad esempio nei comparti alimentare ed energetico, voci di spesa particolarmente incisive nei bilanci delle famiglie meno abbienti, tradizionali elettrici del Pt.

A chi sopravvive solo grazie ai programmi sociali è andata ancora peggio: il loro potere d’acquisto si è sostanzialmente liquefatto, provocando ulteriore malcontento.

Se non bastasse, dal 2014 l’economia brasiliana ha iniziato a contrarsi sensibilmente, passando dalla stagnazione alla recessione. Come illustrato a suo tempo, il Brasile ha smesso di crescere nel 2014, con un pil che è rimasto fermo allo 0,1% e che nel 2015 è crollato del 3,8%.

Il peggior risultato in un quarto di secolo, che verrà tuttavia probabilmente superato nel 2016, consegnando alla Storia due anni consecutivi di contrazione economica. Mai accaduto prima, neanche dopo il crollo del 1929. Quando Dilma è stata eletta la prima volta, nel 2010, il pil brasiliano cresceva a ritmi del 7,5% l’anno.

Fattori esterni possono ovviamente spiegare, in parte, questo peggioramento:

la caduta del prezzo delle materie prime, il rallentamento della Cina, l’aspettativa di aumento dei tassi di interesse negli Usa, eccetera. Ma il Brasile è peggiorato molto più degli altri paesi emergenti, presentando una recessione molto più acuta e duratura e un crollo repentino del cambio.

Le ragioni esterne non sono quindi sufficienti: la crisi è interna al Brasile. Le sue basi sono ascrivibili al primo mandato di Dilma: la cosiddetta “Nuova Matrice Macroeconomica”, una ricetta economica ultra-keynesiana, protezionista e interventista, fin dall’inizio è stata considerata sbagliata dalla maggior parte degli analisti, brasiliani e internazionali.

Infine si è aggiunta la disoccupazione, schizzata negli ultimi due anni dal 4,8% al 10,2%. Un raddoppio in un biennio che ha colpito pesantemente le classi sociali più povere, gli operai, gli abitanti degli stati del Nord-Est e i giovani: proprio i soggetti che il Pt si proponeva di rappresentare politicamente. La disoccupazione giovanile in particolare ha raggiunto tassi superiori al 17%; si inizia a parlare di “generazione perduta“. Non è un caso che nelle manifestazioni di piazza contro il governo la grande maggioranza dei partecipanti fossero giovani.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’aumento della pressione fiscale deciso da Dilma. La ragione ufficiale era quella di risanare i conti pubblici, i cui buchi erano stati creati peraltro dallo stesso esecutivo negli anni precedenti, ma a un aumento delle tasse non è seguita una riduzione delle uscite. Neanche una loro stabilizzazione. Al contrario, si è continuato a spendere senza freni, arrivando a una situazione contabile critica. I brasiliani sono già tra i più tassati del mondo, con dei servizi pubblici tra i peggiori sul pianeta: un ulteriore aumento della pressione tributaria, peraltro immotivato e sprecato, è risultato inaccettabile.

La causa di tutto può essere fatta risalire all’assenza di controllo fiscale. Una spesa pubblica fuori controllo motivata da contingenze politiche, manovre elettorali, favori a gruppi imprenditoriali e elargizione di prebende sociali. In una parola: populismo.

Un populismo che non ha neanche favorito le classi più disagiate, dato che le spese per i programmi di welfare come “Bolsa Familia” sono rimaste percentualmente stabili in relazione al pil brasiliano, a circa il 0,5%, mentre “Bolsa Empresario”, ovvero i sussidi agli imprenditori vicini al governo, ha superato il 5%. Un salasso per il bilancio dello Stato, concesso arbitrariamente ad aziende che poi si sono rivelate coinvolte negli scandali di corruzione (ad esempio Petrobras, Oderbrecht, Andrade Gutierrez, Engevix). Uno degli episodi che hanno maggiormente irritato l’opinione pubblica brasiliana è stato quando Lula ha dichiarato che il disordine dei conti pubblici era ascrivibile alla volontà ferrea del governo Dilma di preservare i programmi sociali.

Per reperire i fondi necessari per queste spese massicce, l’esecutivo ha dovuto ricorrere alle cosiddette pedaladas fiscais, ovvero attingere a prestiti da parte di banche pubbliche, come la Caixa Economica Federal e il Banco do Brasil. Operazioni espressamente proibite dalla Legge di responsabilità fiscale, pena la perdita del mandato: una legge che rappresenta la garanzia di stabilità dei conti pubblici, creata durante il governo Fernando Henrique Cardoso proprio per evitare il caos fiscale. Perché ferire questa legge significa generare conseguenze economiche concrete, come quelle in atto. Ed è sulla base di questa legge che Dilma verrà processata dal Senato Federale.

Sotto il profilo giudiziario, l’operazione “Lava Jato” è solo secondaria a questo panorama economico desolante come ragione della crisi politica e istituzionale in atto in Brasile. Molti congressisti, sia di maggioranza sia di opposizione, sono sotto indagine, in stato di arresto o addirittura già condannati per corruzione. Lo stesso presidente della Camera Eduardo Cunha è imputato in un processo di corruzione scaturito dalla “Lava Jato”.

Benché Dilma non sia formalmente accusata di avere ottenuto benefici personali attraverso operazioni illegali, è già sotto indagine per due questioni: la sua condotta nello scandalo della raffineria di Pasadena, acquistata dalla Petrobras a un prezzo esorbitante quando lei era ministro dell’Energia e presidente del consiglio di

amministrazione, e i finanziamenti per la campagna elettorale 2014, provenienti dalle grandi aziende edili e probabilmente frutto di corruzione. Sia il tesoriere del Pt, João Vaccari Neto, sia lo stratega di marketing e comunicazione politica della campagna elettorale, João Santana, sono stati arrestati per un giro di mazzette e trasferimenti in conti esteri e sono tutt’ora in galera.

La legge brasiliana prevede che il candidato alla presidenza risponda personalmente di eventuali malversazioni contabili avvenute durante la campagna, prevedendo la perdita del mandato in caso di colpevolezza

In sostanza Dilma sta pagando ora gli errori da lei commessi. Errori economici in primo luogo, ma anche una episodi di cattiva amministrazione pubblica, pessima gestione politica e di un atteggiamento insostenibilmente arrogante e testardamente ideologico.

Delle opere previste nei roboanti piani di sviluppo infrastrutturale Pac e Pac2,

solo il 16,8% è stato effettivamente realizzato. Peggio ancora è andato al petrolio dei pozzi sottomarini Pré-Sal. In entrambi i casi, la volontà di ingerenza politica ha spaventato gli operatori economici privati, che molto spesso hanno disertato le aste di concessione. Imporre un tetto massimo di utile alle imprese concessionarie per ragioni ideologiche evidentemente non è stata una buona idea.

Se non bastasse, per ostentare un carattere da “dura” e “incorruttibile” Dilma

ha finito con l’indispettire gran parte della classe politica e della società civile brasiliana, Congresso in primis. Salvo nominare collaboratori costretti uno dopo l’altro alle dimissioni per scandali di corruzione, lottizzare fino all’inverosimile tutti i posti di governo per garantirsi appoggi politici, arrivando alla cifra monstre di 39 ministri e indicare per incarichi di rilievo soggetti assolutamente inadeguati.

La stessa nomina a ministro dell’ex-presidente Lula, decisa da Dilma per garantirgli il foro privilegiato e quindi evitarne l’arresto per corruzione, è stata percepita come uno schiaffo al popolo. Un insulto ancora più insopportabile se si pensa che durante le campagne elettorali il Pt ha sempre condannato questo malcostume affermando che “in Brasile i banditi poveri vanno in galera mentre i banditi ricchi diventano ministri”. Questa nomina, insieme allo scandalo dell’appartamento di lusso e della fazenda di Lula, e alle intercettazioni telefoniche

che hanno mostrato il vero volto dei dirigenti del Pt, sono stati la campana a morto del governo.

L’impeachment non è un’involuzione né una rottura dell’ordine democratico del Brasile. Si tratta di un processo previsto dalla Costituzione, con regole chiare e tempi definiti. Non è un dramma, al massimo uno stress test per le istituzioni brasiliane, che fin’ora hanno dimostrato di saperlo gestire. Non vi sono rischi di interventi militari né tentazioni di avventure autoritarie.

Da parte sua, la giustizia brasiliana ha lavorato in maniera forte e vigorosa,

portando alla luce casi di corruzione, indipendentemente dall’appartenenza politica degli inquisiti. Benché ci siano stati degli errori da parte del giudice Sergio Moro, le istanze superiori hanno quasi sempre confermato il suo operato, dimostrando la serietà del sistema giudiziario.

Per ora, i brasiliani possono essere orgogliosi della prova che la loro democrazia sta dando al mondo.

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