di Umberto Oreste

L’accordo stipulato a Bruxelles il 19 febbraio tra la Gran Bretagna ed i partner europei ha allontanato il pericolo della cosiddetta Brexit. Saranno gli elettori inglesi a confermare o meno l’accordo con un referendum il 23 giugno.

Quando c’è un accordo tra stati, viene spontaneo chiedersi quale parte ha ceduto nella trattativa, ma questa volta chi paga l’accordo non sono gli stati ma i lavoratori. Infatti si è deciso che i lavoratori comunitari che si trasferiranno in Gran Bretagna non avranno più diritto ad accedere automaticamente, al pari dei lavoratori inglesi, ai benefici dello Stato sociale, ma dovranno conquistarli un po’ alla volta: e ci vorranno non meno di quattro anni, allungabili fino a sette, per ottenere sussidi di disoccupazione e assegni familiari. Quali sono questi lavoratori comunitari? Essenzialmente italiani, spagnoli e greci, ciò lavoratori provenienti dalle aree con più alta disoccupazione e redditi più bassi. Inoltre ai lavoratori comunitari che lavorano già da tempo in Gran Bretagna verranno ridotti gli assegni familiari per i figli rimasti in patria perché l’importo verrà rapportato al costo della vita nei paesi di origine. Basta fare un po’ di conti per dire che gli operai greci avranno dimezzato gli assegni familiari. Inoltre è previsto il rimpatrio per chi è disoccupato da un periodo più lungo di sei mesi. Sui ricongiungimenti familiari sarà impedito la permanenza in territorio britannico alle donne che non supereranno un esame di lingua inglese dopo alcuni mesi dal trasferimento. Una clausola assurda degli accordi si riferisce ai paesi dell’Europa Orientale che hanno aderito da poco all’UE: i cittadini provenienti da questi paesi non potranno trasferirsi in Gran Bretagna fino a quando le economie dei loro paesi non avranno quasi raggiunto i livelli degli altri paesi europei. La logica è sorprendente: quando nei loro paesi staranno bene, potranno emigrare.

Sulla richiesta di queste misure non c’è stata opposizione da parte degli altri governi europei sempre pronti a cogliere ogni occasione per rafforzare l’attacco ai diritti dei lavoratori, coscienti che le stesse misure potranno in futuro essere estese agli altri membri dell’UE. Infatti la Merkel ha dichiarato di volerle attuare anche in Germania la riduzione degli assegni familiari per i lavoratori italiani.

Che il problema ci interessa moltissimo è dato dal fatto che in Gran Bretagna lavorano almeno 550.000 italiani ed italiane, concentrati soprattutto a Londra che, con 250.000 nostri connazionali è tra le maggiori città d’Italia. Inoltre la nostra emigrazione è in aumento: il dato del 2015 (circa 100.000 emigranti), è del 12,4% più alto rispetto al 2014. Più della metà degli Italiani presenti nel Regno Unito provengono da regioni meridionali: il primo gruppo è quello dei campani con 31.000 persone. Seguono i siciliani (19.000), i lombardi e i laziali con 13.000 presenze ciascuno.

E’ questa la riprova che le istituzioni europee sono schierate con i padroni e che solo l’unità dei lavoratori, comunitari e non, emigrati e residenti in patria, può contribuire alla costruzione di un’altra Europa. Un’ultima nota da ricordare è il diverso trattamento tra Brexit e Grexit. Nelle trattative con la Grecia, l’UE non ha fatto la benché minima concessione imponendo il terzo terribile memorandum, nel caso della Gran Bretagna, invece, si è fatto ogni sforzo per venire incontro al governo inglese. La ragione è semplice, nel caso della Grecia si trattava di interrompere o almeno di attenuare le politiche di austerità; nel caso dell’Inghilterra di rafforzarle come è nei desideri delle borghesie delle due sponde della Manica.

 

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