Pubblichiamo questa interessante e articolo sostanzialmente condivisibile da: https://pungolorosso.com/2026/11/03/per-lo-sciopero-generale-in-tutta-europa-contro-carovita-guerra-e-stato-di-polizia-italiano-english-francais/
Se guardiamo alle piazze e ai porti di Francia, Italia, Germania, Grecia, Spagna, Portogallo degli ultimi giorni e settimane; se teniamo presente il 10 ottobre a Londra e in decine di metropoli e città europee; se consideriamo i contenuti fortemente omogenei espressi in questi scioperi e mobilitazioni, e la dinamica di allargamento e radicalizzazione delle lotte ai rispettivi governi che hanno espresso; allora viene spontaneo formulare come obiettivo di lotta da perseguire nei prossimi tempi uno sciopero generale in tutta Europa contro carovita, guerra e stato di polizia, rivolto contro i governi nazionali, l’Unione europea, la NATO.
Al momento mancano un coordinamento delle forze in campo, una comune piattaforma di mobilitazione e un soggetto di riferimento. Ma se esaminiamo un po’ più da vicino gli avvenimenti nei singoli paesi e comparti, possiamo cogliere le vive premesse (da coltivare e sviluppare) di un passaggio in avanti unificante dei movimenti di lotta che avrebbe un enorme impatto sulla riaccensione dello scontro di classe in Europa e – di conseguenza – nel mondo.
Partiamo necessariamente dalla Francia, giunta all’atto terzo della mobilitazione di studenti e giovani, insieme autoctoni e figli dell’immigrazione: 17, 24, 31 ottobre. La speciale forza ed estensione di questa mobilitazione ha innescato la decisione dell’intersindacale di indire lo sciopero generale il prossimo 5 novembre, mentre i gilets jaunes hanno già previsto di estenderlo al 6 e al 7 novembre, un «six-seven popolare» di scioperi e blocchi.
Piazze affollatissime il 31 ottobre (almeno 500.000 manifestanti, dei quali la metà, forse, a Parigi), nonostante le intimidazioni di stampo terroristico dei mass media e delle forze di polizia, e nonostante alcuni provocatori divieti di manifestare in centro-città. Ai temi specifici delle scuole e delle università si sono congiunte le tematiche generali della «abolizione dei privilegi», della tassazione dei ricchi, delle spese belliche, della militarizzazione del paese, la denuncia delle brutalità della repressione – una repressione che ha sempre un di più di violenza razzista contro i figli dell’immigrazione. La rabbia sociale e politica si è indirizzata contro Macron, «il presidente dei ricchi», e il governo Lecornu, colpevole di varare nella prossima finanziaria tagli di 40 miliardi alle spese sociali.
La forte adesione di insegnanti, lavoratrici e lavoratori dei pubblici servizi – in maggioranza donne -, la forte partecipazione allo sciopero internazionale dei portuali di Le Havre, Marseille-Fos, Dunkerque (benché senza cortei nelle città), hanno spinto le direzioni di CGT e di altri sindacati minori ad indire lo sciopero generale per giovedì prossimo.
Certo, non è oro tutto quel che luce. Ed è già evidente che alla indizione dello sciopero generale da parte dell’intersindacale non corrisponde la sua attiva preparazione con assemblee sui luoghi di lavoro, gli attivi inter-categoriali, gli incontri con il movimento studentesco, l’organizzazione dei picchetti, sicché il rischio di uno sciopero generale «di routine», disomogeneo e con una bassa o limitata partecipazione della classe operaia, è reale. Ma anche all’interno delle burocrazie sindacali finora tutt’altro che schierate attivamente contro la corsa alla guerra, si iniziano a sentire discorsi radicali come quello tenuto dal segretario dei portuali della CGT di Fos-sur-Mer: «Le guerre non sono guerre dei lavoratori, sono guerre dei loro sfruttatori, dei loro governi e degli alleati dei governi e degli sfruttatori, che spediscono i giovani dei propri paesi al macello per affermare i propri interessi geopolitici attraverso la conquista di territori ricchi di gas, petrolio, minerali. Il capitalismo esiste solo attraverso lo sfruttamento della classe operaia, e crea un mondo di guerra, povertà e insicurezza, mentre noi aspiriamo ad un mondo migliore di questo».
Vedremo, vedremo… ma non poco dipenderà dalla determinazione con cui gli organismi e le organizzazioni attivi nelle proteste e nelle rivolte studentesche e giovanili delle scorse settimane sapranno rivolgersi al proletariato industriale per scuoterne l’inerzia o, peggio, la sfiducia nella lotta. Le prime proiezioni di cui abbiamo notizia a Toulouse, a Saint-Denis, a Metz (in un grande magazzino di Amazon), a Strasbourg, a Lille, a Paris-Est e a Paris-Nord hanno dato risultati incoraggianti. Ma è un’azione da proseguire e intensificare perché non è possibile preparare bene uno sciopero generale senza un’interazione fisica, diretta, di enorme ampiezza tra quante/i dovranno farlo e organizzarne la riuscita.
Un analogo problema si pone anche in Italia, dove per il 20 novembre è stato convocato dalla CGIL di Landini uno sciopero generale dai contorni tutt’altro che definiti, sia quanto all’impegno per la sua effettiva riuscita nel cuore della classe operaia, sia quanto a contenuti – con un inevitabile retrogusto elettorale. Questo sciopero pone al tempo stesso una sfida a quanti/e, organizzazioni e masse non organizzate, hanno riempito le piazze il 10 ottobre in solidarietà con la Palestina e contro gli autori e i complici del genocidio sionista di Gaza (governo Meloni in testa), e il 30 ottobre contro la corsa al riarmo, l’economia di guerra e il carovita.
Già si è visto lo scorso autunno che incrociare i due percorsi produceva un impatto positivo, tant’è che le burocrazie sindacali pensarono bene di non dare alcuna continuità alle grandi giornate di lotta del 3-4 ottobre. Un anno dopo, qualunque sia la «volontà» di Landini&Co., il malcontento sociale, e specificamente quello operaio, è sicuramente cresciuto. Come è cresciuta la consapevolezza che c’è un preciso nesso tra le guerre e l’economia di guerra da un lato, la perdita del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, i tagli sempre più pesanti alle spese sociali dall’altro. Sicché rivolgere una agitazione dai chiari contenuti di classe verso la massa finora passiva del proletariato industriale chiamata dalla CGIL a scioperare non è un’opzione, è un obbligo politico.
Resta piuttosto indefinito, al momento, il percorso verso lo sciopero di una parte del sindacalismo di base prospettato per il 4 dicembre – nel quale è assai probabile sarà assente l’USB che ha già chiamato per il 12 dicembre una manifestazione a Roma. Tutte iniziative nelle quali sarà comunque possibile portare la parola d’ordine dello sciopero generale europeo contro carovita, guerre del capitale e stato di polizia.
Un vento nuovo, di risveglio della lotta di classe e dei conflitti sociali sta cominciando a spirare anche in Germania. Lo si è visto con la nascita del movimento giovanile contro la leva obbligatoria nel corso dell’ultimo anno; con le giornate di sciopero e mobilitazione operaia e proletaria indetti da IGM e DGB il 21 e 26 settembre; e con le manifestazioni politiche di sabato scorso. Decine di migliaia di dimostranti (oltre 100.000) in più di 30 città, con picchi di partecipazione a Berlino, Stoccarda e Colonia. Come nelle manifestazioni del 30 ottobre in Italia, una vasta produzione spontanea di cartelli fatti a mano portati da giovanissime e giovanissimicontro i ladri di futuro (i governanti), le disuguaglianze sociali, le guerre, i tagli alla sanità («sanità vuol dire anche prevenire i suicidi» e i disagi psichici diffusissimi tra i più giovani) e al sistema educativo («Sì all’istruzione, no alla guerra!»), la crisi delle abitazioni, il degrado ambientale, la coscrizione obbligatoria. E – tra le cose più importanti – il riferimento alle lotte negli altri paesi europei, anzitutto in Francia (come si vede nella foto di copertina di questo testo).
Anche in Germania la campagna terroristica contro le «violenze da fine del mondo» che sarebbero accadute nelle piazze di sabato 31, ha ricevuto una bruciante sconfitta. I protagonisti delle violenze reali sono state ancora una volta le forze di polizia, che si sono presentate con idranti, droni, mezzi blindati e la voglia di provocare, specie ad Amburgo, Francoforte e Berlino. Ed è stata sconfitta anche la pretesa, abituale in Germania a causa del feroce anti-comunismo di stato ereditato dalla RFT, di impedire che nei cortei ci fossero bandiere rosse e riferimenti rivoluzionari. Invece, sottolinea con soddisfazione Rote Fahne News, la critica del capitalismo, l’orientamento antifascista («siamo tutti antifascisti»), i riferimenti al socialismo («Gioventù, futuro, socialismo») sono stati ovunque ben accolti. Mentre i pochi gruppetti di studenti di destra che hanno cercato di infilarsi o infiltrarsi nei cortei sono stati respinti.
I compagni di «Rote Fahne News» criticano la slogan «La Gen Z comanda» (Gen Z regelt) per il suo giovanilismo e perché contiene una svalutazione dell’importanza che nel movimento reale entri il proletariato industriale. Una critica comprensibile. Ma sta di fatto che, specie ad Amburgo dove si è avuto un importante sciopero dei portuali, l’incontro tra giovani manifestanti e proletari di altre età è avvenuto in modo naturale. Come nelle piazze italiane e francesi, anche in quelle tedesche c’è stato un clima combattivo diretto anzitutto contro il governo Merz. E c’è stata una chiara proiezione verso lo «sciopero internazionale dei giovani del 20 novembre» che ha come sua parola d’ordine: «Lottiamo per il nostro futuro, non per le loro guerre».
Quasi ovunque, in Germania non è scontato, presenti la Palestina («Free, free Palestine!») e le bandiere palestinesi, come è accaduto in ogni piazza in Francia («Gaza, Gaza, noi siamo con voi» hanno gridato a Parigi decine di migliaia di manifestanti), in Italia e negli altri paesi. La Palestina, la patria degli oppressi che hanno il coraggio di ribellarsi ai propri oppressori, si conferma fonte di ispirazione per le piazze europee piene di dimostranti.
Anche lo sciopero internazionale dei porti contro le guerre, il genocidio di Gaza e l’economia di guerra, ha avuto in Europa (nel suo complesso) una buona risposta: in particolare in tutti i porti della Grecia, in Francia, ad Amburgo, mentre nelle città portuali italiane e in quelle turche (Istanbul, Mersin, Gemlik) le manifestazioni davanti e dentro alcuni porti hanno avuto un impatto maggiore dello sciopero dei portuali.
E se a questo quadro aggiungiamo le imponenti mobilitazioni per il diritto all’abitare in Spagna e quelle molto combattive degli ultimi giorni a Lisbona, Porto ed altre città del Portogallo – manifestazioni nelle quali è sempre emerso l’antagonismo tra spese sociali e spese militari,possiamo concludere: non è visionario vedere in tutto ciò, come noi vediamo, le vive premesse di una dinamica di riaccensione dello scontro di classe in tutta Europa contro la corsa alla guerra e i governi della guerra, per la difesa e la riaffermazione delle necessità proletarie più stringenti, che abbiamo sintetizzato nel nostro manifesto per il 30 ottobre.
Le piazze europee dell’ultimo mese hanno già espresso in un modo sorprendentemente chiaro e omogeneo le principali rivendicazioni generali di classe di questa fase. Si tratta «solo» di riunirle in un quadro unitario che aiuti a saldarsi tra loro lotte che già si richiamano l’una all’altra.
E allora, lavoriamo tutti, intensifichiamo il lavoro politico organizzato per fissare una piattaforma di lotta comune (partendo dagli elementi politici emersi nelle piazze), per un più forte coordinamento internazionale che potenzi la fiducia nella grande forza delle masse sfruttate e oppresse che si mettono in movimento. Verso uno sciopero europeo contro carovita, guerre del capitale e stato di polizia, contro i governi nazionali, l’Unione europea, la NATO.
Nulla è impossibile, tutto si può organizzare!
Scopri di più da Brescia Anticapitalista
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.