Le grandi potenzialità di una brusca svolta. La classe operaia entrerà in scena? Analisi e proposte dei marxisti rivoluzionari nella nuova fase. In Francia e in Italia
dal sito del Partito Comunista dei Lavoratori
Il gigantesco movimento degli studenti in Francia, il più grande dal maggio 1968, l’irruzione di massa nelle piazze spagnole per il diritto alla casa, l’inizio di una sua possibile propagazione in Portogallo, la prolungata rivolta di massa in Albania con l’esplicita rivendicazione della cacciata del governo Rama, aprono uno scenario nuovo in Europa.
Siamo in presenza di un’ascesa del movimento di massa degli studenti e dei giovani, con una possibile dinamica di contagio. Non possiamo prevedere ad oggi il suo futuro. Ma è doveroso coglierne i caratteri.
LA PALESTINA HA FATTO DA BATTISTRADA
Negli ultimi due anni il movimento pro Palestina aveva visto affacciarsi anche in Europa un ampio settore di giovane generazione. Nella barbarie del genocidio sionista, milioni di giovani hanno letto qualcosa di più dell’oppressione di un popolo. Vi hanno visto il segno dell’ingiustizia del mondo: l’ipocrisia e la complicità della diplomazia internazionale, di tutti i governi borghesi, di tutta la loro propaganda sui valori della “civiltà”, dell’“uguaglianza”, della “democrazia”, del cosiddetto “diritto internazionale”. Le classi dominanti si sono improvvisamente rivelate a milioni di giovani per quello che sono: il tempio della menzogna e della oppressione.
Da qui la maturazione progressiva di un sentimento collettivo della gioventù che ha travalicato i confini della Palestina e ha teso a trasformarsi in una ribellione più ampia. Che è innanzitutto ribellione alla propria condizione. La condizione di una generazione più acculturata delle precedenti, più interconnessa su scala globale, e al tempo stesso condannata a una vita peggiore. Peggiore di quella dei propri padri e delle proprie madri, che già era peggiore in molti casi rispetto a quella dei nonni.
Scuole fatiscenti nei quartieri di periferia, precarietà del lavoro, stipendi da fame, assenza di abitazioni accessibili, una crisi climatica fuori controllo, la moltiplicazione delle spese in armamenti e delle guerre. E tutto questo in presenza di un’euforia delle Borse e dei profitti che ha battuto ogni record a livello planetario. E che ha arricchito più di ogni altro le grandi imprese, le grandi banche, i fondi finanziari, i colossi energetici ed alimentari, l’industria bellica: esattamente tutti i principali responsabili del degrado generale.
L’EFFETTO CONTAGIO DEL MOVIMENTO STUDENTESCO
Questo scenario generale ha depositato fascine. Ora queste fascine hanno iniziato a bruciare. La connessione continentale dei diversi movimenti di massa non procede dall’alto, non è riconducibile ad oggi ad alcuna organizzazione o coordinamento internazionale. Piuttosto, procede dal basso attraverso l’effetto contagio.
Il movimento di massa degli studenti francesi ha fatto indubbiamente da apripista nella dinamica di propagazione e nella fascinazione dell’immaginario. In parte per la sua imponenza, in parte per il prestigio storico sedimentato della Francia in fatto di rivoluzioni o sollevazioni. Ciò non significa un’omogeneità dei movimenti, e tanto meno dei loro fattori d’innesco, sempre diversi e specifici (la scuola in Francia, la casa in Spagna, il saccheggio ambientale e la corruzione in Albania, come già in Serbia). Significa però che la nuova generazione in Europa tende a riconoscersi come tale, ad identificarsi nelle proprie ragioni al di là dei confini nazionali. Da qui il richiamo dell’emulazione. Nelle manifestazioni studentesche del 16 ottobre in Italia il “fare come in Francia” non è stato solo il titolo del nostro volantino, ma il richiamo di un senso comune diffuso. Indipendentemente dalla conoscenza specifica del movimento francese, e in particolare delle sue forme di organizzazione.
La scadenza del 20 novembre come primo sciopero studentesco europeo contro il militarismo ha preceduto l’esplosione dell’attuale movimento degli studenti in Francia. Ha avuto piuttosto come forza trainante l’esperienza di lotta degli studenti tedeschi contro l’enorme incremento delle spese militari del proprio paese e i relativi progetti di arruolamento. Di certo però l’incrocio che può determinarsi tra il 20 novembre e movimenti di massa in atto in diversi paesi può caricare quella scadenza di una valenza superiore. Il fatto che in Italia quella giornata vedrà la convergenza dello sciopero generale indetto dalla CGIL ne è una riprova indiretta.
LA QUESTIONE DEI “CASSEUR”
La presenza e irruzione dei “casseur” ai margini delle manifestazioni di massa, o contestualmente alle stesse, rappresenta di fatto per la borghesia un’arma insperata di propaganda reazionaria contro il movimento di lotta. L’unica di cui dispongono. Ma non è una ragione sufficiente per subordinarsi a tale propaganda da parte del movimento operaio. I fenomeni ricorrenti dei riots, soprattutto nelle aree metropolitane, hanno spesso caratteri diversi a seconda dei contesti nazionali e delle relazioni, presenti o assenti, con le dinamiche di massa. La storia è ricca, peraltro, di fenomeni di ribellismo primitivo contro il carovita estranei al rispetto del galateo.
Sicuramente il saccheggio dei negozi del centro città, lo sfondamento delle vetrine, l’appropriazione privata con furto, non fanno parte dell’armamentario che può essere proposto al movimento, o anche solo valorizzato. Tanto più da parte dei rivoluzionari, che per la natura stessa del loro progetto anticapitalista devono sempre investire nella promozione dell’azione di massa, della sua organizzazione, della sua coscienza politica, ed anche del suo diritto all’autodifesa collettiva contro ogni aggressione dello Stato o di forze fasciste.
E tuttavia, da rivoluzionari non possiamo avallare in alcun modo l’ipocrisia della denuncia borghese della “violenza”, neppure di quella sgangherata dei casseur.
La prima violenza sono lo sfruttamento, l’impossibilità per milioni di precari di accendersi un mutuo, affitti mangiasalari, l’investimento di miliardi in strumenti di morte, il taglio della sanità pubblica per ingrassare quella privata, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, il pensionamento se va bene a 70 anni e oltre al solo scopo di pagare 100 miliardi di debito pubblico alle banche e alle compagnie di assicurazione, il sostegno militare ed economico a regimi genocidi come lo Stato sionista…
L’intera società borghese si regge, tanto più oggi, su questa violenza quotidiana organizzata a tutela del capitale. Di fronte a tutto questo, le vetrine rotte del centro città durante un weekend per mano di giovani e giovanissimi delle periferie, spesso di seconda o terza generazione, spesso vessati in mille modi nei propri quartieri dai controlli della polizia («gli sbirri») con metodi e posture razziste, sono solo un effetto collaterale della violenza borghese. Una forma distorta di rivalsa sulla violenza subita. Un modo di uscire dalla invisibilità quotidiana per esibire e gridare la propria presenza.
I governi borghesi cercano di far leva su questi fenomeni, alimentati in ultima analisi dalle loro stesse politiche, per indurire ulteriormente la legislazione repressiva (anche contro i minori), colpire i diritti dei movimenti di massa, organizzare un blocco sociale reazionario a difesa dell’ordine.
I marxisti rivoluzionari agiscono in direzione opposta: quella dello sviluppo dell’autorganizzazione dei movimenti di massa contro le classi dominanti e i loro governi, in funzione di un blocco sociale anticapitalistico. L’unica via possibile, oltretutto, per ridimensionare peso e spazi delle azioni marginali dei casseur.
PER L’AUTORGANIZZAZIONE UNITARIA DEL MOVIMENTO STUDENTESCO. LA VERA LEZIONE DELLA FRANCIA
Per noi “fare come in Francia” non è semplicemente fare appello alla mobilitazione di massa. È anche fare propria la forma di organizzazione del movimento francese, così diversa per tradizione da quella italiana.
In Italia abbiamo un arcipelago di soggetti studenteschi in ordine sparso che si contendono l’uno contro l’altro scadenze di mobilitazione, forme di azione, obiettivi di lotta, spesso intestandosi titolarità e rappresentanza del movimento. Ciò che va a scapito del movimento stesso, della sua crescita, della sua forza. Non così in Francia.
In Francia il movimento si basa sulle assemblee unitarie di scuola e facoltà, sulle loro rappresentanze democraticamente elette, sul loro coordinamento unitario a livello cittadino, dipartimentale, e infine nazionale.
All’interno del movimento unitario così organizzato, le diverse organizzazioni sindacali e politiche del movimento confrontano le proprie posizioni e divergenze. Ma lo fanno entro un quadro unitario nel quale a decidere sulle scelte sono le assemblee e i loro coordinamenti, non le organizzazioni alle spalle delle assemblee (quando si tengono). E la definizione di ogni singola scelta non è demandata alla cosiddetta “sintesi” manipolatoria di questo o quell’altro capetto, ma viene affidata al libero voto delle assemblee e dei coordinamenti. È la tradizione della democrazia operaia e consiliare. Quella più funzionale allo sviluppo del movimento, alla sua tenuta, alla selezione della sua leadership, al controllo collettivo su quest’ultima, alla promozione di una piattaforma democratica di rivendicazioni unificanti quale base della vertenza nazionale contro il governo.
Ovviamente ciò non significa che non vi siano problemi e contrasti nel movimento stesso. Quanto più il movimento è largo, tanto più numerosi sono i soggetti coinvolti in una inevitabile pluralità di posizioni a confronto, e quindi in una libera lotta per l’egemonia.
Ma questa lotta può dispiegarsi dentro un movimento organizzato unitariamente, non sulla pelle del movimento. E quando ad esempio il sindacato dei liceali francesi, controllato da una direzione riformista, pretende di rimpiazzare il movimento convocando proprie piazze alternative e il monopolio negoziale nelle relazione col governo, è il movimento unitario a sconfessarlo con tutta la titolarità che gli proviene dalla propria forma democratica di organizzazione.
La forte tradizione del trotskismo in Francia ha svolto un ruolo decisivo nell’educare i movimenti alla democrazia operaia. È la battaglia che il PCL e i suoi studenti vogliono condurre nel movimento studentesco italiano.
PERCHÉ LA CLASSE OPERAIA ENTRI IN SCENA
L’ascesa di un movimento studentesco con base di massa scuote la società borghese. In Francia ha costretto il governo a riunioni di emergenza per fronteggiare il movimento. Se il capo del governo Lecornu è stato costretto a riconoscere a denti stretti «la legittimità del movimento e delle sue rivendicazioni» lo ha fatto per cercare di lisciargli il pelo e ricondurlo (invano) a più miti consigli. È la misura indiretta del peso politico del movimento, un sottoprodotto della sua forza.
Il movimento francese ha avanzato una propria piattaforma di rivendicazioni in occasione della legge finanziaria. Sono rivendicazioni popolari: un forte incremento delle spese per l’istruzione pubblica, una massiccia assunzione di nuovi insegnanti, la regolarizzazione immediata del personale precario, una riduzione del numero di alunni per classe, il risanamento dell’edilizia scolastica a partire dalle scuole di periferia… Complessivamente, una piattaforma di obiettivi irrinunciabili, che richiedono almeno 10 miliardi di euro.
Questa cifra è incompatibile con la crisi verticale del debito pubblico francese, la crescita degli interessi annuali da pagare al capitale finanziario, i piani di nuovi armamenti della Francia con cui fronteggiare la concorrenza militare tedesca. Ciò che già costringe il governo Lecornu a una finanziaria di sacrifici e di tagli di per sé provocatoria in un paese segnato da una disuguaglianza sociale addirittura superiore a quella italiana.
La piattaforma di lotta degli studenti francesi mette dunque il governo con le spalle al muro. Tanto più in un contesto politico e istituzionale in cui il governo non dispone di una maggioranza parlamentare, il vecchio bipolarismo è ormai dissestato, la polarizzazione politica avanza alla vigilia di elezioni presidenziali potenzialmente decisive per il futuro della Quinta Repubblica e degli stessi equilibri europei.
Questo stallo non può essere sbloccato dalla sola forza del movimento studentesco. È necessario l’ingresso sulla scena del movimento operaio. Già alcuni settori del lavoro dipendente si sono mobilitati per proprie rivendicazioni di settore (i vigili del fuoco), e/o in solidarietà attiva con gli studenti, a partire dal sindacato della scuola, tradizionalmente di sinistra in Francia. Alcuni ambienti dei vecchi “gilet gialli” si sono riaffacciati sulla scena nel segno della lotta contro il carovita e in convergenza con gli studenti, il 17 ottobre. Ma le grandi burocrazie sindacali tentennano. Da un lato sostengono il movimento contro il governo e la sua finanziaria, dall’altro temono di venire risucchiati da una dinamica di radicalizzazione fuori controllo e non vogliono bruciare il proprio spazio negoziale con padronato e l’esecutivo. Da qui il rifiuto dello sciopero generale su una piattaforma di lotta unificante, a favore di azioni parcellizzate e distanziate nel tempo. Lo stesso metodo burocratico con cui gli apparati hanno liquidato negli ultimi dieci anni i grandi movimenti per i diritti del lavoro (legge El Khomri) e sulle pensioni.
La verità è che in Francia non solo le classi dominanti ma tutte le forze politiche borghesi subiscono la sindrome del maggio ’68. Lo spettro di una crisi rivoluzionaria. La stessa France Insoumise di Mélenchon, ala sinistra di un fronte popolare ormai in dissesto, si guarda bene dal rivendicare lo sciopero generale e dal criticare le burocrazie sindacali. La solidarietà esibita e rivendicata con le ragioni del movimento studentesco e della gioventù non travalica la soglia dell’investimento elettorale nelle presidenziali. Ed anzi Mélenchon denuncia «l’avventurismo di un governo che rischia di portare la società ad uno scontro rovinoso».
Per la stessa ragione la battaglia dei marxisti rivoluzionari in Francia può e deve indirizzarsi verso l’unificazione del movimento studentesco con la classe operaia e della classe operaia col movimento studentesco. Questa convergenza non può prodursi sul solo piano della reciproca solidarietà. Passa per una piattaforma di lotta unificante per l’insieme dei salariati pubblici e privati, e per una svolta unitaria e radicale della loro lotta. Esattamente ciò che oggi le burocrazie sindacali rifiutano, con l’avallo di tutta la sinistra politica riformista.
LA ACQUE SI MUOVONO ANCHE IN ITALIA
L’insieme di queste considerazioni vale tanto più per l’Italia.
Un anno fa, a fine settembre e inizio ottobre 2025, abbiamo registrato in Italia con l’impennata del movimento per la Palestina un salto improvviso e impressionante della mobilitazione della gioventù. L’inizio di una possibile brusca svolta, il potenziale di una esplosione sociale. Lo sciopero generale per la Palestina unitariamente convocato da tutti i sindacati di classe, sotto la pressione di massa, caso unico in Europa, fu in qualche modo la registrazione del sisma. Ma quelle potenzialità furono rapidamente bruciate da chi avrebbe dovuto raccoglierle. In primis dall’apparato CGIL, ma anche dal gruppo dirigente di USB (e quindi di Potere al Popolo), entrambi imbarazzati da un fronte unico imposto di fatto dal movimento e smaniosi di sbarazzarsene per tornare nei propri recinti e rituali.
Ma un anno dopo, il movimento in Francia sembra richiamare una nuova possibile ascesa del movimento studentesco in Italia. Sta a dire che nonostante tutto, il lascito del movimento pro Palestina ha continuato a covare sotto la cenere. Ma ora proprio lo sviluppo del movimento pone la questione decisiva della sue forme d’organizzazione, della sua piattaforma, del suo rapporto col movimento operaio (e viceversa).
La forma d’organizzazione che noi proponiamo deve essere unitaria e democratica come in Francia. Nessuna struttura studentesca può intestarsi il “fare come in Francia” e al tempo stesso ignorare la sua esperienza. Il pieno rispetto di ogni posizione ed organizzazione è dovuto (Link, UDU, OSA, Cambiare Rotta, Fronte della Gioventù Comunista…). Ma ogni soggetto deve accettare la sovranità democratica delle assemblee unitarie e dei loro coordinamenti. Sarà il voto democratico in ogni sede a misurare la maggiore o minore rappresentatività delle diverse strutture studentesche, siano esse parasindacali o politiche.
Parallelamente, si pone l’esigenza di una piattaforma unitaria di rivendicazioni che il movimento studentesco possa assumere come propria, aprendo una vera vertenza col governo in occasione dell’imminente legge finanziaria. Esattamente, anche qui, come in Francia. Partendo ad esempio dalla richiesta di un forte investimento nella scuola pubblica, e non negli armamenti; di un generale risanamento dell’edilizia scolastica, della gratuità dell’istruzione, delle mense, dei trasporti, degli alloggi per gli studenti, finanziati da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco; di un’abolizione dei finanziamenti pubblici alla scuola privata per una scuola interamente pubblica e laica…
La piattaforma va definita e approvata democraticamente dalle assemblee studentesche e dal loro coordinamento, formalizzando un mandato preciso per la direzione designata dal movimento stesso. La mobilitazione che la sostiene deve essere prolungata e a oltranza, così come in Francia, sino al conseguimento degli obiettivi indicati. E dovranno essere le assemblee e i loro coordinamenti a scegliere forme e modalità di lotta.
In Francia l’occupazione delle scuole delle università è stata ed è non solo la principale forma di lotta prescelta ma anche il luogo dell’autorganizzazione democratica del movimento stesso. Se le pubbliche autorità hanno decretato la “chiusura” di numerose scuole e facoltà interessate è proprio per ostacolare l’organizzazione delle assemblee, costringendo gli studenti a ricorrere ad altre sedi per riunirsi, discutere, decidere.
PERCHÉ IL 20 NOVEMBRE SEGNI UNA SVOLTA, UNITARIA E RADICALE
Ma anche in Italia, e tanto più in Italia, è decisivo il fronte unico fra il movimento degli studenti e il movimento operaio.
La scelta della CGIL di convergere con un proprio sciopero generale con lo sciopero studentesco europeo del 20 novembre è un’occasione importante. Tutte le organizzazioni sindacali di classe sono tenute a convergere su questa data di sciopero, fuori da ogni autocentratura settaria e minoritaria, che in questo caso sarebbe davvero grottesca.
Al tempo stesso va fatta chiarezza sulla natura dello sciopero, la piattaforma su cui viene convocato, e soprattutto la sua prospettiva. Maurizio Landini evoca ogni anno la necessità di una «rivolta sociale», salvo tradirla nei fatti. Ad esempio dopo i riots di Milano la CGIL ha convocato in città una manifestazione «per la coesione sociale». La coesione di chi con chi? Nei fatti significa presentare il sindacato come cintura di sicurezza dell’ordine “democratico” della Repubblica. Non è esattamente l’evocazione della rivolta.
Invece per una volta la parola d’ordine della rivolta sociale va presa sul serio, in alternativa alla logica tradizionale delle burocrazie. Lo sciopero del 20 novembre va preparato con assemblee nei luoghi di lavoro, sulla base di una piattaforma definita che va sottoposta alla verifica delle assemblee. La piattaforma non può ridursi ad una carta di doglianze o ad un elenco di temi. Deve tradursi in rivendicazioni precise, quantificate, esigibili, aprendo su queste una vertenza generale unificante contro il padronato e contro il governo.
Un forte aumento salariale di almeno 500 euro netti e la introduzione di una scala mobile dei salari dev’essere la prima rivendicazione. Altrimenti la lotta al carovita diventa una farsa. In secondo luogo va rivendicato un raddoppio dell’investimento nella sanità e nella istruzione finanziato dall’abbattimento delle spese militari e da una vera patrimoniale (il 10% sul 10% più ricco). Che è qualcosa di più che una spuntatina ai cosiddetti extraprofitti, in un paese in cui le banche hanno fatto in un anno cinquanta miliardi di utili netti, e la sola ENI ben cinque miliardi.
Ma non è questa la sede per approfondire ogni singola rivendicazione. Ciò che conta è il senso generale di un’inversione di marcia: occorre dare a milioni di salariati, spesso sfiduciati perché ripetutamente traditi, una motivazione forte, riconoscibile, inequivoca circa la volontà di aprire finalmente una battaglia vera. Una battaglia non per partecipare ma per vincere. Per strappare risultati. Per cambiare la propria condizione. E innanzitutto per rialzare la testa dopo anni di rassegnazione e ripiegamento.
Per la stessa ragione occorre una svolta nelle forme di lotta con cui accompagnare la vertenza.
Se lo sciopero del 20 novembre si riduce a un’azione una tantum essenzialmente simbolica, prima della quale e dopo la quale tutto prosegue come prima, si sarà gettata al vento buona parte delle sue potenzialità. Occorre voltare pagina. Vi sono ad esempio centinaia di vertenze aperte a difesa del lavoro contro padroni che per anni e decenni hanno preso soldi pubblici, che in questi anni hanno accumulato enormi profitti e che vogliono delocalizzare o ristrutturare per abbattere i costi di produzione. Ognuna di queste vertenze è abbandonata alla propria solitudine senza lo straccio di una parola d’ordine unificante, né in fatto di obiettivi né in fatto di forme di lotta. Col risultato di trattare ogni volta azienda per azienda, stabilimento per stabilimento, sul piano inclinato della piattaforma del padrone, nella eterna logica della riduzione del danno ma con l’esito annunciato di un arretramento. Che si somma all’arretramento precedente in una ritirata senza fine.
Così non si può andare avanti. Si tratta allora di fare del 20 novembre e nella fase della sua preparazione capillare un momento di unificazione di questo fronte operaio, ponendo l’indicazione generale dell’occupazione delle aziende che licenziano e della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Mettendo su una cassa nazionale di resistenza a sostegno della lotta, come hanno fatto a suo tempo, nella propria fabbrica, i lavoratori della GKN.
Naturalmente sarebbe ridicolo porre queste proposte di piattaforma e di lotta come una sorta di pregiudiziale senza la quale non vale la pena scioperare. Sarebbe per di più presuntuoso, essendo noi un piccolo partito. Ma ci batteremo una volta di più per questa impostazione generale. Perché il movimento operaio italiano alzi le proprie vele al vento della Francia e della Spagna, al vento della nuova generazione.
Ci batteremo in ogni organizzazione classista, dalla CGIL ai sindacati di base, per porre l’esigenza di questa grande svolta unitaria e radicale. Perché il 20 novembre non si riduca a una azione simbolica o, peggio, a un cappello burocratico sul movimento degli studenti, ma sia l’inizio di un fronte unico di massa capace di durare e di capovolgere i rapporti di forza tra le classi. Per cacciare il governo Meloni e porre le premesse di un’alternativa vera. Che non è la minestra riscaldata dell’ennesimo “campo largo” coi partiti borghesi. È una alternativa di sistema. Un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.
IL BIVIO DI PROSPETTIVA: O RIVOLUZIONE O REAZIONE
Il nodo non è solo sindacale ma politico. Anni di arretramento del movimento operaio europeo, particolarmente profondo in Italia, hanno spianato la strada non solo alla passivizzazione di ampi settori di classe, ma anche alla crescita del populismo reazionario, della sua capacità di suggestione, presso milioni di lavoratori e di lavoratrici. Le ripetute corresponsabilità politiche delle sinistre nelle politiche antioperaie e antipopolari sono state un lievito di questa dinamica. L’avanzata dell’estrema destra in paesi decisivi dell’Europa è una sua risultante significativa.
Ora l’affacciarsi della ribellione studentesca e giovanile in Europa può aprire uno scenario nuovo. Ma può farlo alla sola condizione che il movimento operaio si ponga in sintonia con questo nuovo vento. Alla condizione che ponga la propria forza sul piatto della bilancia della lotta di classe. Se questo non dovesse accadere, un riflusso o una sconfitta dei movimenti in atto potrebbe comportare un contraccolpo reazionario persino più acuto e radicale. Nel segno della “restaurazione dell’ordine”. Fratelli d’Italia, Rassemblement National, Vox… hanno già posizionato la propria propaganda in questa direzione.
In questo senso il bivio di prospettiva tra socialismo o barbarie misura tanto più oggi la posta in gioco. Portare questa consapevolezza nel movimento dei giovani e dei lavoratori è il cuore dell’intervento politico della Lega Internazionale Socialista e di tutte le sue sezioni.
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