… in una prospettiva di libertà critica.
di Maurizio Fantoni Minnella (da “La Bottega del Barbieri”)

DDL sull’antisemitismo? Una grave limitazione della libertà di pensiero e di giudizio fortemente voluta dalla comunità ebraica italiana, la stessa, ma non è la sola, che ha preso accordi con l’ANPI nazionale sulla gestione della presenza della cosiddetta “Brigata ebraica” nel corte del 25 aprile. Si procede, quindi, di ricatto in ricatto allo scopo di imbavagliare la coscienza critica di chi rifiuta con forza l’equazione antisionismo = antisemitismo. Ciò su cui oggi preme riflettere è il ruolo giocato dalla comunità ebraica italiana (che si potrebbe estendere anche a quelle sparse in Europa e negli Stati Uniti) rispetto alle politiche estremiste e genocidiarie dell’attuale governo israeliano. In altre parole, in quale misura l’essere ebreo fuori dallo stato ebraico comporti necessariamente, rispetto alla coscienza del singolo, difendere l’operato criminale di Benjamin Netanyahu e dei suoi ministri o comunque il diritto da parte di Israele di difendersi dal nemico interno compiendo massacri e omicidi giornalieri a Gaza e in Cisgiordania. Dov’è finita, allora, la coscienza ebraica che tanto e profondamente segnò la cultura e l’arte del ventesimo secolo? E’ evidente che l’erranza e il cosmopolitismo che determinarono l’evoluzione del pensiero novecentesco, verranno sostituiti dal senso di appartenenza a una nazione, sentimento legittimo e tuttavia destinato, con l’avvento dell’estrema destra al potere, a mutare in ultra-nazionalismo, su basi razziali, a conferma di quelli che sono i capisaldi del sionismo, parafrasando Moni Ovadia, ovvero l’antitesi dell’universalismo della diaspora e quindi dell’ebraismo storico culturale e di quello socialista. Non è difficile giungere alla conclusione che lo stato d’Israele, in quanto tale, sia un paradosso di quello stesso XX° secolo che vedeva emergere il pensiero critico, tollerante, analitico e sociale della modernità. Per ogni ebreo fuori da Israele, lo stato ebraico è venuto assumendo il valore simbolico, quasi mitico del “ritorno”, dello stato che unisce, ma al tempo stesso che discrimina e opprime, e in definitiva, compromettendo la propria idea di umanità e di democrazia.
Sempre nella realtà italiana, Il fatto che l’ex generale Vannacci abbia dichiarato la propria contrarietà al decreto non deve trarre in inganno gli ingenui o i finti tali (l’Italia ne è purtroppo piena). L’ombra dell’antisemitismo (quello vero) è storica prerogativa della destra estrema e tra le fila di Futuro Nazionale non sarebbe certamente gradito un allineamento alle posizioni del Partito Democratico favorevole in maggioranza al decreto o alla stessa Giorgia Meloni che ne condivide le istanze (nota 1). Forse non sorprende nemmeno l’ipocrisia di una forza politica che si vorrebbe collocata a sinistra, la quale non sa e non vuole distinguere la critica al sionismo radicale dell’estrema destra o al sionismo nella sua accezione più ampia e radicata nella nascita e nell’evoluzione dello stato ebraico dall’antisemitismo, oggi come ieri, prerogativa delle destre più estreme, anche se non si deve dimenticare che è esistito un antisemitismo cattolico assai diffuso tra la gente comune, incline a identificare idealmente l’ebreo come l’ ”assassino di Cristo!”… Indigna il fatto che i firmatari del decreto ignorino il rispetto democratico per coloro che esercitando il proprio spirito critico, costituiscano una minoranza (guarda caso quella che si batte contro la corsa agli armamenti promulgata dal governo d’Europa, che non crede alla demonizzazione della Russia, e non ritiene affatto che l’estrema destra tedesca e italiana faccia una politica a favore delle classi lavoratrici e più disagiate come invece credono taluni neo-populisti di provenienza marxista) in grado, forse, in futuro, di formare una nuova forza politica di movimento.
Un altro aspetto riguardante l’uso corretto dello spirito critico si ritrova in una certa critica recente al film Naza, 2026 di Yuval Abraham e Rachel Szor, quando si afferma di non condividere l’approccio alla materia dei due registi solo per il fatto di essere israeliani, ossia soggetti privilegiati in grado di ottenere un largo, in questo caso, larghissimo consenso, proprio perché israeliani, quando invece i film diretti da autori palestinesi resterebbero perlopiù inascoltati. Ci troviamo di fronte a un presunto radicalismo fazioso che non considera affatto l’importanza che il messaggio forte e immediato contenuto nel film sia opera di due autori che hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco in una critica al regime del proprio paese attraverso l’oggettività della parole dei carnefici per mestiere, segno questo che esiste, sebbene in misura estremamente minoritaria, un’opposizione critica nel mondo israeliano e come questa abbia creato un cortocircuito furibondo nelle autorità israeliane più di qualsiasi altro film, fermo restando che molti lavori di registi palestinesi o palestinesi e israeliani abbiano ottenuto ampio consenso internazionale contribuendo non solo all’evoluzione delle coscienze sul conflitto israelo-palestinese, ma anche delle cinematografie di quei paesi. Non si può restare indifferenti di fronte alla potenza dello scandalo suscitato dal film che smaschera in maniera definitiva l’ipocrisia di chi in Israele, ma anche in Italia e in Europa, pensa che alla dinamica dello sterminio come “banalità del male” (citazione peraltro fin troppo sfruttata) non siano affatto esenti le storiche vittime dal riprodurre nel presente la medesima tragedia come una sorta di biblica vendetta.
NOTA 1 – Se il decreto, come previsto, diventerà legge dello Stato, non sarà più possibile criticare il governo israeliano e denunciare apertamente i suoi crimini e inoltre scrivere articoli come questo. Un regalo a Netanyahu e ai suoi complici vicini e lontani.
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