La successione dei fatti parla da sola.
Il 19 maggio ha aperto la macabra danza il ministro degli esteri lituano Budrys: “Dobbiamo dimostrare ai russi che possiamo penetrare nella piccola fortezza che hanno costruito a Kaliningrad. La NATO ha i mezzi per distruggere le basi russe nell’exclave“. Kaliningrad è dal 1945 territorio russo: chiaro, no?
18-22 agosto: un’esercitazione in grande stile con mezzi di terra e di mare (e cieli gremiti di caccia) assedia Kaliningrad. Niente di che: una semplice simulazione a mero scopo “difensivo”.
Passano pochi giorni, il 15 settembre, il ministro degli esteri estone ipotizza: “potremmo semplicemente [semplicemente…] occupare Kaliningrad“. Come NATO, intende.
Il 22 settembre il parlamento della Lituania cancella il divieto (costituzionale) di impiantare sul territorio dello stato basi militari e armi nucleari. A ruota, il presidente della Lettonia Edgars Rinkēvičs dichiara che il suo paese è disponibile ad ospitare armi nucleari sul proprio territorio: «Nelle nostre leggi non ci sono ostacoli giuridici [a ciò]. Se tale necessità sorgerà e la NATO prenderà una tale decisione collettiva, in Lettonia saranno dispiegate armi nucleari». Sia Lituania che Lettonia sono paesi confinanti con la Russia. Ed è il caso di ricordare che nei mesi scorsi è stata creata la Northern Navies Initiative, una forza navale congiunta composta da Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Olanda. Al contempo si rimette in circolazione – lo ha fatto Kaja Kallas, chi se non lei? – il folle e criminale sogno di «una Russia più piccola e divisa in tanti stati», un piano, inutile dire, solo difensivo.
Il 30 settembre arriva la risposta russa con un documento inviato alla NATO in cui si dichiara: “siamo vicini al punto di non ritorno“. E si ricorda che, nel caso, la Russia farà ricorso “all’intero arsenale” di cui dispone.
Tarantolati, gli editorialisti di stampa e tv dei regimi democratici sono insorti pressoché all’unisono: la solita, incorreggibile Russia minaccia di invadere la pacifica Europa e raderla al suolo. Dobbiamo armarci e mobilitarci il più rapidamente possibile. E dal 30 settembre non manca giorno che non ci sia qualche drone o qualche aereo che sconfina o minaccia di sconfinare nello spazio dell’UE e della NATO, senza che quasi mai sia chiaro da dove è partito, e se la cosa sia vera o di pura invenzione.
Passano una manciata di ore e il ministero della Difesa della Polonia getta un’altra tanica di benzina sul fuoco: è necessario preparare il paese al «tempo prebellico». Per questa ragione bisogna dare il via «alla piena preparazione dello stato alla guerra», dato che «la politica della Russia è imprevedibile». Normale, invece, l’aver ipotizzato l’occupazione di Kaliningrad… Senza entrare ora nei dettagli, il disegno di legge che il ministero della Difesa di Varsavia sta preparando serve, per ammissione di chi l’ha promosso, a «colmare il divario tra il tempo di pace e l’introduzione della legge marziale».
Non è finita. Proprio oggi, 12 ottobre, il comandante militare supremo della NATO in Europa, il generale amerikano Alexus Grynkewich, presenterà proprio in Polonia un documento dal titolo inequivocabile: «Teoria della vittoria». Sempre, si capisce, per «difendersi» dalla Russia che, dopo 4 anni, non riesce ancora a prendere l’intero Donbass… e avrebbe, secondo costoro, piani per occupare l’intera Europa.
L’agenzia Bloomberg, con un briciolo di onestà, riconosce almeno che questo documento deve dimostrare che la NATO è «pronta» alla guerra con la Russia (rispondendo così ai dubbi statunitensi), e «mostrare un quadro più concreto di ciò che sta dietro l’aumento delle spese per la difesa» spingendo i paesi europei verso nuovi, grandi investimenti militari e concreti (appunto) preparativi di guerra. È la risposta ufficiale ad una delle recenti eruttazioni di Rutte: «risulta piuttosto anomalo che per difenderci [tipo: occupiamo Kaliningrad] qui in Europa da 140 milioni di russi, noi – 600 milioni di persone che popolano il territorio europeo della NATO – si debba ricorrere ad un paese situato a sei-otto ore di volo da qui, con una popolazione di 340 milioni di abitanti, affinché ci protegga dalla Russia. Dobbiamo essere in grado di farlo con le nostre sole forze. È esattamente questo l’obiettivo a cui stiamo lavorando».
Se per accelerare i tempi, dovessere servire anche un auto-attentato, o qualcosa del genere, no problem. Sentite cosa dichiara oggi al «Corriere della sera» la baronessa C. Ashton, ex ministra degli esteri dell’UE dal 2009 al 2014: «Qualcosa accadrà nei prossimi giorni, settimane, mesi: non sappiamo dove (?), non sappiamo cosa (?), ma qualcosa accadrà che cambierà il corso del conflitto (?), al di là dell’escalation attuale. E noi dobbiamo essere pronti per questo e per le sue conseguenze». Che curiosa previsione…
In ogni caso la Germania di Merz (CDU) e Pistorius (SPD) sta «lavorando» con spasmodica applicazione alla preparazione della guerra alla Russia. Non è solo diventata il principale finanziatore di Kiev; ha anche stabilito a metà aprile scorso una partnership strategica con l’Ucraina, per la coproduzione in terra ucraina di droni e missili a lungo raggio (oltre 1.500 km) capaci di colpire in profondità il territorio russo. Sicché è nato un vero e proprio complesso militare industriale tedesco-ucraino guidato da Berlino – che non a caso, in contemporanea, si è dichiarata favorevole a rimpatriare in Ucraina tutti gli ucraini in età militare residenti in Germania.
Ma non si tratta solo della Germania. Perché la linea di marcia aperta dalla Germania è quella della trasformazione dell’intera industria europea in un’industria del riarmo e della corsa alla guerra. E ancora una volta chi troviamo accanto al colosso Rheinmetall? L’italiana Leonardo, impiantata anch’essa sul suolo ucraino. Sempre ed esclusivamente a scopo difensivo.
[A proposito di «difendersi», il buon Alessandro Barbero ha ricordato che le truppe russe (quelle zariste) sono arrivate in Italia una volta nel 1799 in Lombardia e Piemonte, mentre quelle italiane sono arrivate in Russia ben quattro volte: 1812 (con le truppe napoleoniche), 1854 (nella guerra di Crimea), 1919 (al fianco dei generali zaristi contro la rivoluzione), 1941 (al fianco delle armate naziste). Ed è forse il caso di ricordare che negli ultimi trent’anni il fronte, ovviamente «difensivo», della NATO, di cui l’Italia è un perno, si è spostato di appena 1.000 chilometri in direzione Russia…]
Perché questa catena di provocazioni sempre più estreme?
Il motivo prevalente è – secondo noi – la resistenza delle popolazioni europee alla prospettiva di una guerra contro la Russia, sebbene per ora questa resistenza si mantenga ancora troppo passiva. Dopotutto, la propaganda russofoba non sembra attecchire più di tanto, mentre la simpatia per l’Ucraina di Zelensky è scomparsa da tempo. Di qui la necessità di alzare di continuo l’asticella delle provocazioni presentandole, mentendo sapendo di mentire, come altrettante risposte ad iniziative aggressive della Russia verso l’intera Europa con l’obiettivo di creare un allarme e un clima di mobilitazione che ad oggi manca. Le popolazioni dell’Europa occidentale vanno convinte in fretta che la guerra «difensiva» alla Russia è inevitabile, anzi necessaria per preservare la nostra «libertà» e i nostri stili di vita.
Quello che i guerrafondai della UE e della NATO temono è il passaggio dalla resistenza passiva alla resistenza attiva, aperta, la sollevazione proletaria e di ceti annessi che molto hanno da perdere già nell’immediato dal conflitto bellico, e lo stanno sperimentando in particolare negli ultimi mesi. Ecco perché queste provocazioni debbono essere denunciate e combattute ovunque, mettendo in luce in modo inequivocabile che è l’Unione europea a volere e preparare la guerra. E l’Italia ne è pienamente partecipe, come lo è del genocidio in Palestina – sia pure con le sue solite modalità faccio-non-faccio, dico-non-dico. Ecco perché è quanto mai necessario e urgente organizzare e rafforzare le manifestazioni contro la corsa all’economia di guerra, alla guerra, allo stato di polizia, e specificamente il contrasto alla campagna russofobica.
E la Russia?
Da parte sua la Russia di Putin pianifica un incremento record della spesa bellica nel 2026:+40%, finanziato quasi totalmente dall’indebitamento interno. Intorno a questa decisione è scoppiata una polemica pubblica tra il ministero delle Finanze, preoccupato del forte incremento dell’indebitamento e del rischio che il pagamento degli interessi finisca per assorbire in pochi anni fino al 15% del bilancio statale, e le direttive del Cremlino. Se passeranno queste direttive, come è probabile, lo stato russo sarà sempre più nelle mani dei suoi creditori: grandi imprese estrattive, complesso militare-industriale e grandi banche. Non si tratta di un quadro futuribile: già nel primo trimestre del 2026 la spesa militare ha costituito il 46% di tutte le spese nel bilancio della Federazione (a fronte di un incremento della spesa del «solo» 30%, inferiore alle richieste del vertice dello stato e dell’esercito). E come ovunque, queste ingentissime spese andranno a colpire le spese sociali. La prosecuzione «all’infinito» e l’intensificazione della guerra in Ucraina e sempre più in Russia su cui puntano l’UE della von der Leyen e la grande maggioranza dei paesi dell’UE serve anche a logorare il consenso di cui ancora il Cremlino gode nel paese, ma che non può essere eterno.
Insomma, al pari dell’Unione europea e della NATO, anche la Russia si prepara ad una lunga guerra con i suoi avversari storici. E lo fa con la consapevolezza che va delineandosi progressivamente uno scenario da guerra inter-capitalistica su scala globale, se è vero che un diplomatico di estrema prudenza quale Lavrov, pur non parlando direttamente della guerra in Ucraina, ma di Medio Oriente e America Latina, ha dichiarato già qualche mese fa: «alcuni esperti, tra cui coloro che in Russia studiano la storia delle relazioni internazionali, hanno già iniziato a descrivere e definire questi eventi come la Terza Guerra Mondiale».
Non staremo a ripetere che una guerra del genere non si combatterebbe per il socialismo, né per il generico progresso. Si combatterebbe, e già si sta combattendo nei suoi atti preliminari, solo ed esclusivamente per decidere se il mercato mondiale e l’intera umanità debbano restare sotto il tallone di ferro delle vecchie potenze imperialiste guidate da Wall Street e dal Pentagono, oppure se debbano conoscere una nuova dominazione per opera delle potenze capitalistiche-imperialiste ascendenti guidate dalla Cina. Per le classi lavoratrici e i popoli oppressi di ogni latitudine e longitudine sarebbe una catastrofe di inimmaginabili proporzioni – una Gaza universale. E quanti, nei movimenti e nella classe lavoratrice, oscurano questa elementare verità tifando, come immaginaria soluzione «liberatoria», per gli stati capitalistici avversari dell’Occidente, meritano di essere messi all’angolo. Ci riferiamo ai professionisti del kampismo, non ai tanti e alle tante che si aggrappano oggi a questa illusione fondamentalmente per sfiducia nella lotta di massa, e che potranno liberarsi di questa perniciosa illusione con la crescita di forza e di autonomia del movimento proletario.
L’ultima sortita di Trump contro Zelensky («crea problemi al mondo, l’Ucraina ha bisogno di un altro presidente») e l’accordo commerciale con Putin sull’esportazione di una modestissima quantità di diesel russo in Amerika non alterano gran che questo quadro. Confermano, semmai, che Washington, tanto sotto Biden quanto sotto Trump, agisce sempre per danneggiare l’UE scaricandole addosso i costi maggiori della guerra alla Russia, e incamerando la massima quota dei profitti presenti e futuri. Per gli Stati Uniti l’avversario strategico n. 1 è la Cina, ed è in quella direzione che intendono concentrate le forze. Ma Washington fa comunque il possibile per indebolire la Russia in quanto prima alleata della Cina, e nello stesso tempo per cercare in qualche modo di neutralizzarla tentando – forse senza troppa convinzione – il suo distacco da Pechino.
Dopotutto, dopo il celebrato incontro di Anchorage gli Stati Uniti hanno continuato ad armare l’Ucraina come prima attraverso la vendita di loro armamenti alla UE. E – un passo dopo l’altro – hanno acconsentito ad aumentare la fornitura di missili a lungo raggio, a concedere le licenze per la produzione in Ucraina dei Patriot e a intensificare la pressione sull’economia russa attraverso le sanzioni. Salvo periodicamente, come in questi giorni, fare improvvise aperture a Mosca che sarebbe piuttosto incauto, però, ritenere davvero «storiche».
La politica statunitense verso la Russia è costituzionalmente doppia perché all’interno dell’establishment yankee convivono visioni strategiche contraddittorie, ma con una maggioranza trasversale di accaniti nemici della Russia. Ciò di cui hanno dovuto prendere atto le stesse élite intorno a Putin, per quanto ci sia in esse una componente (minoritaria) che ambirebbe a ricostituire buone relazioni commerciali con gli Stati Uniti.
Il nostro nemico principale è qui, in Italia!
Le schermaglie tattiche del momento, più o meno clamorose che siano, non debbono distrarci dal compito politico fondamentale fissato già all’indomani dello scoppio della guerra tra NATO e Russia in Ucraina, e che abbiamo ribadito nel giornale cartaceo per il Primo Maggio:
«il nostro nemico principale è qui, in Italia. È il capitalismo made in Italy, con le sue banche, le sue imprese, il suo governo, il suo apparato statale. È con questa macchina che ci impoverisce e ci precarizza da decenni, che schiaccia la nostra esistenza, e pretende ora di scagliarci contro i nostri fratelli di classe russi, palestinesi, arabi, iraniani, cinesi, che dobbiamo fare i conti». E con le sue alleanze storiche: NATO, UE, Israele. Non ci faremo arruolare nelle vostre guerre!
C’è oggi un certo fermento giovanile in Europa contro la corsa alla guerra, soprattutto in Germania e in Francia. La ricomparsa il 10 ottobre in Italia, su moltissime piazze europee e internazionali del movimento per la Palestina è un altro segno positivo da cogliere, valorizzare e potenziare. Le due spinte, la lotta contro il genocidio che continua in Palestina e quella contro i sacrifici e la repressione da stato di polizia che l’economia di guerra e la corsa alla guerra globale esigono, possono e debbono unirsi. Lo stesso vivace movimento di lotta per l’abitare in Spagna può evolvere in lotta anche contro la guerra.
Proiettiamoci con fiducia verso il grosso della classe lavoratrice che sta cominciando a sperimentare sulla propria pelle cosa comporta la corsa al riarmo con i morsi dell’inflazione che taglieggia salari già bassi e insufficienti a campare in modo dignitoso, e con una disciplina sempre più soffocante sui luoghi di lavoro.
«Non pagheremo le loro guerre»: questa campagna è già cominciata a Napoli su impulso di TIR, SI Cobas Napoli e Movimento 7 novembre. Generalizziamola, prendendo a bersaglio il governo Meloni, da cacciare con la mobilitazione di piazza, senza la minima apertura di credito alla falsa alternativa del «campo largo». Nessuna fiducia nei parlamenti. Contiamo solo ed esclusivamente sulla forza della mobilitazione delle masse lavoratrici e dei movimenti sociali. Lavoriamo a coordinare le forze in campo su una prospettiva anticapitalista e internazionalista
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