Pensavo di non dover più rispolverare la polemica suscitata dall’aggressione di un esponente del PCI (sventolante la bandiera degli ayatollah) nei confronti di un compagno di Sinistra Anticapitalista avvenuta durante il corteo di solidarietà con i palestinesi di sabato 26 settembre. Un po’ perché non mi sembrava utile sprecare energie per un “dialogo” tra sordi, ed anche perché credevo che, una volta resosi conto del passo falso commesso, il responsabile dell’aggressione preferisse stendere un velo pietoso sull’accaduto. In realtà non è stato così: non solo lui stesso ha rivendicato con un post su Facebook il “diritto” di tirare una sberla a chi lo contestava verbalmente, ma ha avuto pure la solidarietà espressa in un comunicato del suo partito, il PCI bresciano, ed oggi pure del fantomatico Partito Comunista di Unità Popolare (per fortuna inesistente a Brescia). Da parte nostra ringraziamo la solidarietà nei confronti del nostro compagno espressa da Rifondazione Comunista e da La Comune (oltre ai messaggi individuali e, ovviamente, dai vari circoli di Sinistra Anticapitalista). Non entro nel merito della “ricostruzione” fatta dall’autore dell’aggressione, infarcita di insulti, calunnie e vere e proprie menzogne. Mi interessa sottolineare qui il “succo” politico (ammesso che si possa chiamare così il delirio “anti-trotskista” degli stalinisti nazional-comunisti in odore di rossobrunismo). La farsesca calunnia di essere “servi della CIA” per il fatto di non essere allineati con gli imperialisti contrapposti all’imperialismo USA e “occidentale” (che siano russi, iraniani o vattelapesca) non meriterebbe nemmeno di essere nominata, per la bassezza della stessa, che riecheggia le calunnie che portarono, negli anni Trenta, all’assassinio di tutti i principali dirigenti bolscevichi nei famigerati processi di Mosca e a quello di Trotsky nell’agosto 1940. Non abbiamo bisogno di mostrare a questi figuri le “medaglie” delle nostre battaglie contro gli imperialisti USA (dalla guerra di Corea a quella del Vietnam, dalla difesa di Cuba a quella del Nicaragua sandinista, fino alla difesa di Chavez contro il golpe del 2002, ecc. ecc.) o di altre potenze occidentali (come la Francia durante la prima guerra del Vietnam e la guerra d’Algeria). Chiunque abbia partecipato alle stesse lotte (o abbia perlomeno superato l’analfabetismo politico di cui sono vittime i nostri “accusatori” cialtroni) ne è ampiamente al corrente. Certo, noi, diversamente dai “campisti” di sempre, non abbiamo taciuto le nostre critiche, spesso aspre, ai gruppi dirigenti di quelle lotte che chiamavamo “antimperialiste”. Ma ciò non ci ha mai impedito di mobilitarci contro ogni forma d’intervento delle potenze imperialiste. Nel caso dell’Iran, il più recente, se questi personaggi si dessero la pena di leggere ciò che scriviamo (e se, leggendo, avessero la capacità di capire e la dignità morale di non falsificare le cose), saprebbero che ci siamo schierati da subito contro l’aggressione israelo-americana ai popoli dell’Iran, senza concedere un briciolo di sostegno al regime clerico-fascista degli ayatollah impiccatori di comunisti, donne, curdi, omosessuali, ecc. Ma pretendere da questi somari patentati (nel migliore dei casi, che presuppone solo ignoranza e non malafede) che capiscano l’ABC del marxismo è pretendere troppo. Mi preme di più rivolgermi ai molti che, pur disapprovando l’aggressione e “battendoci una pacca sulle spalle”, hanno sottolineato il “bisogno di essere uniti”, di “non litigare”, ecc. Noi non abbiamo mai avuto problemi a lottare fianco a fianco con compagn* che non la pensano come noi. Addirittura ci siamo trovati a condividere lotte con settori che potremmo definire “campisti” (nel senso che preferiscono evitare le critiche agli Stati che, secondo loro, costituiscono un argine alla prepotenza degli imperialisti USA). Non siamo d’accordo con questa lettura che usa la geopolitica al posto del marxismo, che abbandona la lotta di classe per sostituirla con lo scontro inter-statale, ma, fino ad un certo punto, è possibile fare un pezzo di strada insieme. Ma qui siamo oltre il semplice “campismo”: qui il campismo si è trasformato in qualcosa di peggio, riesumando il peggior stalinismo e flirtando con l’estrema destra (islamista, cristiano-ortodossa, cattolica, o “laica”, a seconda degli Stati e delle convergenze contingenti). Dietro al fantasma di Stalin, riesumato nel linguaggio, nelle minacce e negli atteggiamenti concreti, per riconfermare il detto marxiano “dopo la tragedia, la farsa”, ci stanno i pagliacci alla Rizzo, lo stalinista ammiratore di Vannacci e Alemanno (e ultimamente pure di Pino Rauti) che, più coerente di questi “anti-trotskisti” da osteria, è andato fino in fondo in questa deriva rossobruna. Per cui, e mi rivolgo a chi ci ha invitato a soprassedere in nome di un’unità con costoro che, se mai c’è stata, si è rotta definitivamente sabato 26 settembre, noi non vogliamo più aver niente a che fare con questi figuri che disonorano la bandiera rossa di cui indegnamente si ergono a portatori.
Il “trotskista” impenitente, “servo della CIA”, del Mikado, del demonio e dell’Anticristo
Nella foto sotto, una “simpatica” pratica degli amici dei rossobruni di cui sopra

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il Partito socialista dei lavoratori dell’Iran, in persiano Hezb-e Kargaran-e Socialist (HKS), affiliato al Segretariato unificato della Quarta Internazionale che partecipò alla prima fase della rivoluzione antimperiaslitsta contro il regime dello Scia, fu poco dopo attaccato dai preti assassini con arresti ed esecuzioni, almeno 15 suoi dirigenti furono giustiziati altri membri imprigionati ed esiliati.
Penso che il compagno di Sinistra Anticapitalista avesse tutto il diritto a indignarsi.
Quello che disonora invece gli stalinisti campisti è essersi dimenticati che nello stesso frangente, 6000 membri del Partito comunista Iraniano – Tudeh furono arrestati e 10 giustiziati.
Per loro è questo l’onore che si rende ai caduti del movimento operaio: sventolare la bandiera dei loro assassini.
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