di Enrico Semprini (dal blog “La Bottega del Barbieri”)

Questo elaborato è il quarto di una serie che continuerà nelle prossime settimane.

Gli argomenti di cui si è trattato sono i seguenti:

l’argomento di cui si inizia a trattare oggi è invece:

  • la psicologia di massa del fascismo;

In seguito verrà trattato:

  • il ruolo dell’irrazionalità e delle religioni.

L’immagine che segue è cambiata ed accompagnerà lo sviluppo di questo secondo argomento per tutte le volte in cui verrà trattato. L’intenzione è quella di facilitare la fruizione per temi.

Perché si nega il femminicidio da parte della estrema destra?

Perché l’anti-femminismo è il secondo grande tema di agitazione degli ideali di destra. La struttura discorsiva è sempre la stessa: parlare de “le donne” è come parlare de “gli immigrati”, cioè costruire una generalizzazione astratta attraverso la quale portare avanti argomenti e riflessioni.

Solo di passata diciamo: si può forse negare che Saman Abbas sia stata uccisa in quanto donna che voleva affermare il suo diritto a scegliere l’uomo con il quale condividere la vita, cioè sposarsi? Oppure si ammette che è femminicidio in quanto maturato in un ambiente familiare immigrato?

Si può negare che esista tratta di donne, che esistano stupri di guerra ed omicidi di donne per il potere di procreare in Palestina?

Tuttavia se le argomentazioni sono assurde, altrettanto immotivata risulta la caparbietà con la quale a sinistra si tenta di opporre argomentazioni razionali ad una propaganda di carattere emozionale.

La destra non ha niente di nuovo da dire e le argomentazioni sono sempre le stesse: supremazia maschile, razzismo, familismo reazionario e amorale, militarismo.

Per “familismo amorale” si intende:

<<l’attitudine a massimizzare i vantaggi materiali del proprio nucleo familiare ristretto, supponendo che tutti gli altri facciano lo stesso.>>

Lo vediamo nel comportamento dei politici al governo con casi che sono anche passati alla ribalta nazionale1.

Tuttavia qui non interessa perdere il discorso generale per addentrarsi in questioni individuali.

Riprendiamo invece il lavoro di Silvia Federici sulle origini e le motivazioni della caccia alle streghe per capire quale sia la motivazione strutturale per la quale l’antifemminismo è un problema sostanziale per un discorso di tipo reazionario:

«Il mercantilismo è stato spesso liquidato dagli economisti come un sistema di pensiero poco sofisticato, perché sosteneva che la ricchezza delle nazioni è proporzionale alla quantità di denaro e di lavoratori disponibili. I mezzi violenti di cui i mercantilisti si sono serviti per appagare la loro fame di forza-lavoro hanno contribuito a questa cattiva reputazione, poiché molti economisti sembrano ancora illudersi che il capitalismo promuova la libertà e non la coercizione. Furono i politici mercantilisti a inventare le case di lavoro, a dare la caccia ai vagabondi, a “trasportare” i criminali nelle colonie americane e a investire nel commercio degli schiavi, e tutto questo mentre predicavano l’”utilità della povertà” e dichiaravano l’”ozio” una piaga sociale. Per questo non ci si è resi conto che nella teoria e nella pratica mercantilista si trova l’espressione più diretta dei requisiti della accumulazione originaria e la prima politica capitalistica che affronta in maniera diretta il problema della riproduzione della forza lavoro.»

E ancora:

«Tuttavia l’iniziativa più importante promossa dallo stato per ottenere il tasso di popolazione desiderato fu l’avvio di una vera e propria guerra contro le donne, con il chiaro scopo di spezzare il controllo che esercitavano sui loro corpi e sulla riproduzione. Come vedremo, questa guerra fu portata avanti principalmente con la caccia alle streghe, che demonizzò ogni forma di controllo delle nascite e di sessualità non procreativa, accusando le donne di sacrificar i bambini al diavolo. Ma un’altra sua arma fu la ridefinizione di ciò che si intende per crimine riproduttivo. Fu così che, a partire dalla metà del XVI secolo, mentre le navi portoghesi ritornavano dall’Africa con i loro primi carichi di esseri umani, tutti i governi europei iniziarono a imporre pene più severe contro la contraccezione, l’aborto e l’infanticidio.»

Non ci dobbiamo sorprendere nel ritrovare così indietro nel tempo sempre le stesse argomentazioni: di fronte ad esigenze che si ripresentano nel sistema capitalista, si riproducono anche le medesime forme di pensiero, le medesime spiegazioni debitamente aggiornate e, se ci riflettiamo, sarebbe strano se questo non accadesse.

Lo abbiamo rivisto comparire all’inizio del secolo scorso e, con forme leggermente differenti, possiamo verificare che il fallimento delle opposizioni rivoluzionarie di sinistra, apre la stura alla reazione. Ma vedremo come il fallimento passi per la tendenza razionalista nel contrastare “credenze” e mitologie sociali che soddisfano emozionalmente determinate necessità umane che, tuttavia, potrebbero trovare ben altro destino.

Se analizziamo i contenuti sui social che attraversano quella che viene definita “manosfera” come maschi ci intristiamo immediatamente: sembra che “i maschi” se lasciati tra loro, non riescano a fare altro che scambiarsi idiozie di ogni tipo. Foto di pezzi del corpo delle proprie compagne, ricerche per avere rapporti necrofili (come definire diversamente il caso di Gisele Pelicot?), interpretazioni della realtà provenienti da film di fantascienza (pillola nera, pillola rossa da Matrix), modalità di seduzione basate non sulla qualità dei rapporti ma su artefatti comunicativi come l’uso della PNL, la Programmazione Neuro Linguistica generalmente utilizzata nel marketing, come se i rapporti umani fossero rapporti tra prodotti da pubblicizzare e mettere in mostra. Anche se “non siamo tutti così” c’è da rimanerne sconcertati.

D’altro canto se andiamo nelle sfere femministe ci rendiamo conto che si discute della realtà: dai problemi legati ai consultori, la mancanza di servizi per i carichi famigliari gravosi, l’educazione affettiva nelle scuole, le problematiche di molestie e discriminazione sul lavoro, la salute sessuale, la scolarizzazione, la solidarietà internazionalista, il rispetto e la gioia legata ai temi della sessualità che si respira nei pride.

Ed è questo il motivo per il quale il femminismo e le lotte LGBTQ+ vengono considerate nemici mortali: perché si occupano di problemi reali e, soprattutto, di libertà sessuale e lotta contro la repressione della stessa.

Esiste dunque un nesso necessario tra frustrazione sessuale e successo del fascismo?

La realtà degli InCel, gli autodefiniti Involontari Celibi, certifica l’esattezza di diverse intuizioni che possiamo incontrare negli scritti di Wilhelm Reich.

Sono convinto che alcune delle analisi che si trovano nel suo testo “Psicologia di massa del fascismo”, possano contribuire a sviluppare il dibattito sulla attualità.

In particolare sono gli studi sul rapporto fra autoritarismo e repressione sessuale che vorrei utilizzare in questo ragionamento, anche se non condivido gli esiti finali del suo sviluppo teorico.

Tuttavia, prima di addentrarci negli scritti di Reich, vorrei soffermarmi sulle pratiche deliberate con le quali si muove il governo attuale e riconoscerne alcune caratteristiche rispetto a questo tema, perché mi aiutano anche a trovare degli elementi che vanno ad alleggerire l’idea di una tendenza spontanea dei maschi all’insuccesso, alla ricerca della subordinazione, della violenza e delle manie suicide e femminicide.

Lo faccio analizzando il fatto che come ogni caratteristiche umana per sviluppare una capacità di relazione soddisfacente, è necessario che esistano i luoghi e le condizioni favorevoli per potersi sperimentare nella attività relazionale.

Cosa sta invece succedendo?

<<Il confine anagrafico e la trappola del consumo (da Ublogger)

Osservando le nostre città e province, emerge un paradosso doloroso. Se per l’infanzia e la prima adolescenza esiste ancora una rete (seppur fragile) di iniziative, superata la maggiore età si entra in una “terra di nessuno”.

Le biblioteche o i centri comunali, che fino ai 18 anni propongono workshop e laboratori, improvvisamente non hanno più nulla da offrire ai giovani adulti, lasciandoli soli e senza punti di riferimento.

Senza spazi culturali aperti, accessibili e gratuiti, l’alternativa diventa obbligata. Le piazze si svuotano e la socialità si rifugia nei bar, nelle discoteche o, sempre più spesso, nei centri commerciali. Questi ultimi smettono di essere semplici luoghi di acquisto e diventano l’unico “centro di aggregazione” disponibile, abituando i ragazzi a legare il proprio tempo libero e la propria identità al consumo materiale. Ci si ritrova disorientati, spinti a credere che per stare insieme si debba necessariamente spendere.>>

E si noti cosa ha fatto fin dall’inizio del suo insediamento il governo di destra attuale: il primo atto repressivo è stato il decreto anti-rave, proseguito con la chiusura progressiva di centri sociali, luoghi di aggregazione, case occupate, cioè tutti i luoghi dove si sperimentano forme solidali di vita, costruzione di autogestione sociale, dove si fa musica e cultura dal basso, dove ci si diverte e si sperimentano percorsi per l’educazione di bambini nell’incontro di culture e pratiche per sperimentare una vita degna di essere vissuta.

Non è casuale: se vuoi ottenere frammentazione sociale, devi distruggere tutti i luoghi che contribuiscono a costruire solidarietà, a deframmentare, a resistere all’impoverimento che ti permette di frequentare luoghi di aggregazione solo se hai i soldi per poterteli permettere.

Prendiamo i rave: senza illudersi che sia un fenomeno privo di contraddizioni commerciali, è tuttavia una modalità di incontro tra giovani che, in linea di tendenza, autogestiscono i loro consumi, comprando magari il cibo e le bevande ai supermercati vicini e non pagando nessun biglietto di ingresso.

I centri sociali di sinistra si caratterizzano per un consumo spesso di tipo critico, con un occhio dedicato al rispetto dell’ambiente e soprattutto per una critica forte alla mercantilizzazione dell’intrattenimento.

Nelle esperienze di occupazione di case si sperimentano frequentemente modalità di auto aiuto solidale per le spese di sopravvivenza, si incontrano corsi autogestiti per bambine e bambini, i livelli di socializzazione sono sempre molto intensi e si sperimentano in modo più o meno organizzato delle modalità originali per affrontare le microconflittualità.

E’ inevitabile che un programma di destra debba destrutturare tutto questo, che viene individuato come fulcro di possibile resistenza alla involuzione verso una società atomizzata, nella quale tutti sono nemici di tutti e solo la repressione poliziesca diventa il fulcro di una possibile convivenza tra soggetti ostili.

E soprattutto si debbono stigmatizzare alcune categorie: immigrati, donne, persone con sessualità non convenzionali.

E’ per questo che si deve evitare e combattere l’educazione affettiva nelle scuole: ogni approccio che possa aiutare le giovani generazioni a vivere con gioia la propria adolescenza e la propria sessualità deve essere osteggiato ed impedito.

L’assenza di educazione sessuo-affettiva espone i giovani a gravi rischi, tra cui disinformazione, diffusione di malattie sessualmente trasmissibili, gravidanze precoci e vulnerabilità agli abusi. Inoltre, ostacola lo sviluppo del rispetto reciproco, aumentando il rischio di subire o perpetrare violenza di genere e cyberbullismo.

Il dibattito e le recenti normative in Italia – con leggi che vietano o limitano fortemente questi percorsi nelle scuole primarie e secondarie – hanno sollevato forti preoccupazioni nel mondo scientifico e psicologico.

Ma se vuoi introdurre sempre più misure di tipo poliziesco devi costruire ad arte tutte le occasioni per giustificare il tuo programma ed il programma della destra promuove l’infelicità sociale perché è la base della sua esistenza.

Ricordate le precedenti riflessioni sulla “strategia della tensione”? Sbagliamo a pensare che sia una questione da relegare solamente alle bombe nelle piazze e sui vagoni: è una strategia di fondo di ogni buon governo di destra e reazionario.

Vediamo ora di inserire degli estratti del testo di Reich che ho citato precedentemente:

<<Il fatto di non conoscere la struttura caratteriale delle masse umane fa nascere continuamente nuove domande improduttive. Per esempio, i comunisti spiegavano l’ascesa del fascismo con la politica errata della socialdemocrazia. In fondo questa spiegazione portò in un vicolo cieco perché diffondere illusione era proprio una delle caratteristiche della socialdemocrazia. Da questa spiegazione non può quindi nascere una nuova prassi. Altrettanto improduttiva è la spiegazione secondo cui la reazione politica avrebbe “offuscato”, “sedotto”, “ipnotizzato”, le masse sotto forma del fascismo. Questa è e rimarrà la funzione del fascismo finché esisterà.

Abbiamo visto finora che la situazione economica e quella ideologica della masse non devono necessariamente coincidere e che al contrario possono essere notevolmente divergenti. La condizione economica non si trasforma immediatamente e necessariamente in coscienza politica.

Spieghiamo la nostra affermazione con un semplice esempio: quando gli operai, in seguito ad un pressione salariale, patiscono la fame e scioperano, la loro azione scaturisce direttamente dalla loro condizione economica. La stessa cosa per l’affamato che ruba il cibo. Per spiegare il furto o lo sciopero contro lo sfruttamento non vi è bisogno di una spiegazione psicologica. In questo caso ideologia e azione corrispondono alla pressione economica. Situazione economica e ideologia coincidono. In questo caso la psicologia reazionaria di solito tenta di spiegare per quali presunti motivi irrazionali si è rubato o scioperato, cosa che porta immancabilmente a spiegazioni reazionarie. Per la psicologia sociale la domanda si pone esattamente alla rovescia: non si chiede perché l’affamato ruba o perché lo sfruttato sciopera, ma il motivo per cui la maggior parte degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non sciopera.

Per esempio non possiamo spiegare completamente una guerra dal punto di vista sociologico se sveliamo le particolari leggi economiche e politiche che la determinano direttamente, cioè per esempio le tendenze tedesche di annessione miranti prima del 1914 ai bacini minerari di Briey e di Longe, alla zona industriale belga, all’allargamento dei possedimenti coloniali in Asia Minore ecc.; … Gli interessi economici dell’imperialismo tedesco erano senz’altro il fattore immediato decisivo, ma dobbiamo anche tener conto della base psicologica di massa delle guerre mondiali e dobbiamo chiederci in che modo il terreno psicologico di massa è stato coltivato perché potesse assorbire l’ideologia imperialsta, tramutare gli slogans imperialistici in fatti, in netto contrasto con la mentalità pacifista della popolazione tedesca, che non era interessata alla politica dello stato.

La funzione psicologica di massa nelle due guerre mondiali è compensibile solo se si tiene resente che l’ideologia imperialista ha modificato concretamente in senso imperialistico le strutture della masse lavoratrici. Non si possono liquidare le catastrofi sociali dicendo che si trattava di una “psicosi della guerra” oppure di un “offuscamento delle masse”.

I pensieri della classe dominante sono in ogni epoca i pensieri dominanti, cioè la classe che rappresenta il potere materiale dominante della società, è allo stesso tempo il suo potere spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale, dispone contemporaneamente dei mezzi della produzione spirituale, di modo che generalmente anche i pensieri di coloro che non hanno i mezzi della produzione spirituale, le sono assoggettati. …

(Marx)”

Il soldato era pieno di simpatie per la causa del contadino; i suoi occhi si illuminavano appena sentiva parlare di terra. Diverse volte il potere nelle truppe era passato nelle mani dei soldati, ma non è quasi mai esistito uno sfruttamento completo di questo potere; i soldati oscillavano; alcune ore dopo aver ucciso un qualunque odiato superiore, rimettevano in libertà gli altri, iniziavano trattative con le autorità e si facevano poi fucilare, prendere a frustate e soggiogare di nuovo”.

(Lenin – Sulla religione)

Fino a che punto arriva questa identificazione con l’autorità? Il fatto che esistesse era noto. Ma il problema è di sapere in che misura, oltre i fattori economici …le circostanze psichiche riescono a creare tali fondamenta.

Allora il problema non è più un problema culturale, ma un problema che riguarda l’ordinamento sociale.>>

Come vedremo ora secondo l’analisi di Reich l’ottenimento di figure ubbidienti e sottomesse avviene grazie alla funzione della famiglia patriarcale autoritaria: ecco allora che la destra, sempre e di nuovo, riproduce e ripubblicizza sempre gli stessi stereotipi: la difesa della famiglia, la morale sessuale repressiva, la “famiglia naturale”, contro il diritto di aborto, contro i gay, le lesbiche, ecc.

<<Se esaminiamo la storia della repressione sessuale e l’origine della rimozione sessuale, constatiamo che essa non ha inizio all’origine dello sviluppo culturale, ma cominciò a formarsi solo relativamente tardi insieme al patriarcato autoritario e all’inizio della divisione in classi della società. Gli interessi sessuali di tutti cominciano ad entrare al servizio degli interessi di profitto economico di una minoranza; sotto la forma del matrimonio e della famiglia patriarcale, questo dato di fatto ha assunto una precisa forma organizzativa. Con la limitazione e la repressione della sessualità i sentimenti umani subiscono una trasformazione, nasce una religione sessuo-negativa e gradualmente costruisce una propria organizzazione sessuo.politica, la Chiesa (e qui si deve andare oltre il cristianesimo e lo vedremo in seguito, n.d.r) con tutti i suoi precursori, il cui obiettivo è soltanto quello di annientare il piacere sessuale” delle persone “e quindi quel briciolo di felicità su questa terra. Tutto questo ha un preciso significato sociologico in rapporto con l’ormai fiorente sfruttamento della forza lavoro umana.>>

L’interesse per il lavoro di Wilhelm Reich consiste nel lavoro di trasposizione dalla esperienza clinica alla società intera, la costruzione di una umanità misogina, schiava e sottomessa, addestrata all’autocastrazione. Dice:

<<…la repressione del soddisfacimento dei bisogni materiali porta a un risultato diverso da quello prodotto dalla repressione dei bisogni sessuali. La prima porta alla ribellione, la seconda invece impedisce, provocando la rimozione delle esigenze sessuali, sottraendole alla coscienza e ancorandole interiormente, la realizzazione della ribellione contro entrambi i tipi di repressione. Persino l’inibizione della stessa ribellione è inconscia. Nella coscienza dell’uomo apolitico medio non se ne trova nemmeno una traccia.>>

Facciamo ora un ultimo sforzo per comprendere il meccanismo descritto da Reich in riferimento alla famiglia patriarcale autoritaria:

<<Abbiamo trovato l’istituzione in cui si intrecciano gli interessi sessuali ed economici del sistema autoritario. Ora dobbiamo chiederci in che modo avviene questo concatenamento. E quale è il suo meccanismo. Anche a questa domanda l’analisi della tipica struttura caratteriale dell’uomo reazionario (compreso l’operaio) fornisce una risposta, ma naturalmente solo in quanto si è abituati a formulare domande simili nell’analisi caratteriale in generale. L’inibizione morale della sessualità naturale del bambino, la cui ultima tappa è una grave limitazione della sessualità genitale del bambino piccolo, rende quest’ultimo pauroso, timido, timoroso dell’autorità, obbediente, “buono” ed “educabile” in senso autoritario; l’inibizione morale paralizza, perché ormai ogni impulso libero e vivo è affetto da grave paura, le forze che si ribellano nell’uomo e provoca, attraverso la proibizione del pensiero sessuale, una generale inibizione nel pensiero e una incapacità di critica; in breve, il suo obiettivo è la creazione di un suddito che si adatti all’ordine autoritario e lo subisca nonostante la miseria e l’umiliazione.>>

Esiste anche un rapporto dialettico tra il desiderio di ribellione della persona repressa e l’esigenza di contenimento attraverso il capo: la sensazione del represso è di sentirsi come una pentola in ebollizione che può essere governata solamente attraverso una disciplina di tipo militare. Il suo desiderio latente è quello di disobbedire al regime di repressione e per non farlo deve avere un sistema di polizia che gli impedisca di mettere in atto il suo desiderio, il suo bisogno. Il militarismo diventa una necessità.

Spesso quando analizzo la realtà, ho l’impressione che la destra abbia una maggiore consapevolezza del lavoro da fare sulle energie psichiche delle persone ed è per questo che pongono una grande attenzione sull’etica, la morale, ecc.

Per la sinistra invece spesso parlare di etica sessuale, di benessere è una cosa marginale che si deve fare con la benevolenza con cui si trattano i movimenti femministi, i pride LGBTQ+ che tutt’alpiù si guardano come questioni di folclore attorno a questioni “ben più importanti”.

Non esiste la consapevolezza che i movimenti femministi ed LGBTQ+ sono gli unici che contendono il monopolio di questi discorsi alla destra e dovrebbero essere compresi come riflessioni portanti dei nostri movimenti, centrali tanto quanto le problematiche economiche, anche perché pongono serissime problematiche di carattere economico.

Se si capisce questo aspetto della contesa, allora siamo in grado di valorizzare le mille teste pensanti che attraversano i nostri movimenti, smettendo di giocare in difesa rispetto alla lotta per il benessere sociale, sessuale ed economico delle attuali e future generazioni.

L’attacco della estrema destra sulla questione dei femminicidi ci deve fare riflettere a questo livello di complessità: in gioco c’è il presente ed il futuro del destino della lotta di classe.

1Prendiamo ad esempio il dibattito anche giornalistico sulla famiglia La Russa.


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