di Vincenzo Vita

Il rinomato Collegio Ghislieri di Pavia si è fatto promotore di un appello per la verità sull’uccisione nel Donbass del fotoreporter Andrea Rocchelli e del giornalista Andrej Mironov avvenuta il 24 maggio del 2014. All’iniziativa hanno aderito -tra gli altri- l’associazione Articolo21, Amnesty International, Libera, Volpi Scapigliate.

La giornata commemorativa prevede oggi gli interventi di Michele Serra e di Gherardo Colombo, dopo la serata di ieri al Cortile Teresiano animata da un concerto intitolato Note del Mediterraneo per Gaza. Dopo la musica è seguito un momento di riflessione con la presenza di esponenti significativi: Khader Tamini, pediatra e presidente della Comunità Palestinese della Lombardia, Sarah Mustafa, scrittrice italo-palestinese cresciuta in un campo profughi in Giordania, Belal Albashiti, professore dell’università Al Azhar di Gaza oggi ricercatore all’ateneo di Pavia. Con le conclusioni del coordinatore nazionale di Articolo21 Giuseppe Giulietti. Accanto e non certamente secondaria si è tenuta la presentazione del podcast «Andy Rocchelli-Andrej Mironov, la ricerca della verità», realizzato dai giornalisti Enrico Rotondi e Agostino Zappia. E poi la dedica della targa al Giardino della Ricerca.

Non è un anniversario retorico. Al contrario, le iniziative sono finalizzate a scuotere l’opinione pubblica, che pare quasi assuefatta al clima e al linguaggio della guerra. Non solo. Proprio quelle uccisioni delle quali sono responsabili militari ucraini, ricordano con drammatico realismo la cronologia del conflitto nel Donbass tra Ucraina e Russia, le cui cause hanno origine nel 2014 e non solo nel 2022 con l’aggressione russa, secondo una comoda narrazione tesa a incasellare i buoni e i cattivi. Sono tutti cattivi, ma la vicenda Rocchelli e Mironov ci dice che il perseguimento tenace della verità è l’unico modo per risarcire chi è rimasto, con un dolore almeno meno naufrago.

Morti terribili di cronisti dediti a raccontare ciò che accade nell’inferno delle guerre, dove da tempo neppure la scritta indicativa della professione di reporter salva. Il genocidio di Gaza ha tristemente testimoniato che -se mai- press fornisce un bersaglio con una precisione che altrimenti gli assassini in divisa non troverebbero.

La giornata di Pavia, seguita con la cura di una madre rinomata docente di storia contemporanea – Elisa Signori Rocchelli- vuole dire che non ci si deve mai arrendere. L’informazione è un bene prezioso che nessuna pallottola ha la capacità di eliminare. Però -ha sottolineato Giulietti- serve un grande movimento che sappia e voglia togliere ogni velo che copre il potere segreto. La segretezza, infatti, è l’arma meno visibilre che si affianca agli strumenti bellici, ora guidati dalle intelligenze artificiali.

Solo la caparbietà della famiglia Rocchelli e dell’avvocata Ballerini hanno inteso strappare il sipario che ha tutelato i conclamati assassini, che siedono nelle fila della guardia nazionale ucraina eseguendo l’ordine del comando del corpo. Com’è noto, fu pure individuato per nome e cognome chi sparò con il mortaio raffiche di colpi, ma le faticose relazioni internazionali quando ci sono di mezzo eserciti ed eventi simili fermano processi e giudizi.

Proprio per questo l’iniziativa pavese è particolarmente rilevante e fornisce anche un criterio di azione: la memoria va tutelata ed è indispensabile per evitare che il passato sia cancellato o rimosso.

I casi tristi e amari si susseguono continuamente, in tutti i teatri della guerra mondiale a pezzi di cui parlava con insistenza papa Francesco. Le commemorazioni, quelle che diradano le nebbie, servono, danno due schiaffi salutari agli indifferenti.
(Da Il Manifesto)

A commento di questo articolo di Vincenzo Vita, i compagni di Rivoluzione Comunista hanno postato una parte del loro opuscolo uscito nel 2014

UCRAINA IN FIAMME. Formare il Fronte rivoluzionario Mediterraneo – Europeo dei lavoratori, 26 novembre 2014

La corsa alle presidenziali un processo di epurazione filo occidentale (stralcio da pag. 29 – 30)

In vista del 25 maggio la cricca di Kiev mette in atto una serie di riunioni ristrette, chiamate di “unità nazionale”, per escludere dalla partecipazione elettorale le formazioni di opposizione (38). I maggiori oligarchi (Kolomoisky controllore della Privat Bank, Poroshenko padrone dell’industria dolciaria e dei media, Sergei Taruta, Ihor Palytsin) fanno cerchio attorno alla capitale in appoggio alla svolta filo-occidentale. Akhmetov, magnate metallifero del Donbass, forse il più ricco, si schiera a favore di Kiev contro i separatisti.

E il 20 a Donetsk indice una manifestazione nello stadio dello Shakhtar in nome dell’”unità nazionale” allo scopo di trascinarsi dietro i 300 mila dipendenti della zona paventando il rischio di un genocidio (39). Poroshenko viene già dato come il nuovo presidente. Per strappare voti dalle regioni in secessione Kiev propone un fittizio “piano di pace” basato sul ritiro delle truppe governative dall’est in cambio dell’abbandono delle armi da parte degli insorti con un possibile tavolo di discussione sulla futura forma di governo.

Il “piano” spicca per ipocrisia in quanto il 22 il governo chiama alle armi le classi da 13 a 45 anni e l’esercito non cessa di rovesciare fuoco sui resistenti, sparando anche di notte e sui giornalisti (il 23 notte viene colpito a morte il fotoreporter Andrea Rocchelli che viaggiava con l’interprete). Donetsk risponde formando il partito “Nuova Russia”, raggruppante le regioni di Donetsk e Luhansk.

Dal Forum economico di San Pietroburgo Putin dichiara che la Russia rispetterà i risultati delle elezioni e lavorerà col presidente che verrà eletto. Il voto del 25 maggio conferma al primo turno il “re del cioccolato”. Petro Poroshenko riporta il 54,2% dei voti. La seconda eletta, Yulia Tymoshenko, arriva al 13,1%. Segno chiaro che la cordata di oligarchi ha puntato sul neoeletto. L’affluenza alle urne tocca il 60%; all’est il 15%. Dati, che per quello che possono significare, indicano l’elevato astensionismo proletario e confermano la spaccatura territoriale. Nella sua prima conferenza stampa il neopresidente dichiara che metterà fine al disordine e alla guerra e che andrà nel Donbass per portare dialogo, posti di lavoro e mettere fine al terrorismo …


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