Fake news, petroliere e minacce: mentre il racconto punta allo scontro diretto, i fatti mostrano un confronto già in corso su piani molto diversi.
I costi di produzione e dell’energia sono aumentati per tutti, ma per alcuni sono aumentati di più e per altri sono aumentati di meno: a guadagnarci in competitività è quell’economia che ha registrato il minor aumento dei costi, e la Cina si colloca in questa fascia.
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Mai come ora è difficile districarsi tra notizie vere e notizie false. Eppure, al di là della loro attendibilità, il messaggio che queste notizie trasmettono converge sulla stessa idea: uno scontro diretto tra Stati Uniti e Cina.
Ieri delle presunte dichiarazioni cinesi hanno fatto in poche ore milioni di visualizzazioni. Stando alle dichiarazioni attribuite al Ministro della Difesacinese, Pechino avrebbe sfidato apertamente gli Stati Uniti sullo Stretto di Hormuz, riconoscendo la sovranità iraniana sullo stretto e rivendicando il diritto di transitare ignorando il blocco.
Dalla Cina è arrivata la smentita: Pechino, sebbene condanna il blocco di Trump, non ha mai riconosciuto la sovranità iraniana sullo stretto e non intende forzare il blocco. Tanto che, la petroliera cinese Rich Starry, soggetta a sanzioni statunitensi, è tornata nello Stretto di Hormuz oggi dopo aver lasciato il Golfo il giorno precedente, secondo i dati di navigazione, dopo non essere riuscita a forzare il blocco statunitense imposto alle navi che fanno scalo nei porti iraniani.
Restano comunque dubbi su quanto il blocco di Trump sia efficace: secondo Associated Press, le forze armate statunitensi hanno solo 16 navi da guerra in Medio Oriente. Come riporta l’articolo:
I funzionari militari hanno fornito pochi dettagli su come funzionerebbe concretamente un blocco dei porti iraniani. Un funzionario della difesa ha dichiarato che nessuna nave da guerra statunitense si trova nel Golfo Persico, il bacino idrico che costituisce gran parte della costa iraniana.
Il funzionario della difesa ha indicato un avviso ai marittimi come una rappresentazione più accurata dei piani militari. L’avviso afferma che l’accesso ai porti iraniani è limitato, ma le modalità di applicazione pratica di queste misure sono in fase di sviluppo.
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Mentre nella giornata di ieri i principali media internazionali hanno rivelato che numerose petroliere cariche di petrolio iraniano hanno attraversato lo stretto indisturbate, la petroliera cinese nelle ultime ore ha fatto marcia indietro.
Quindi, se è vero, come pare, che al momento gli Stati Uniti hanno un numero limitato di navi per rendere completamente effettivo il blocco, sembra altrettanto vero che i cinesi non hanno intenzione di scontrarsi direttamente con gli Stati Uniti.
Lato americano il tono è diametralmente opposto. Mentre i media riportano notizie su presunte spedizioni di armi cinesi verso l’Iran, Trump minaccia dazi al 50% contro la Cina.
Pechino ufficialmente nega di aver fornito un supporto militare diretto a Teheran, definendo queste notizie “completamente inventate”, ma voci di questo tipo si stanno moltiplicando giorno dopo giorno.
Ad esempio ieri la CNN riportava che “secondo alcune fonti, l’intelligence statunitense indica che la Cina si sta preparando a inviare armi all’Iran nel contesto del fragile cessate il fuoco”, e oggi il Financial Times riporta che l’Iran avrebbe usato satelliti spia cinesi per colpire le basi statunitensi. Secondo l’articolo
Documenti trapelati mostrano che le Guardie Rivoluzionarie hanno acquisito segretamente un sistema satellitare cinese, noto come TEE-01B, e lo hanno utilizzato per guidare gli attacchi durante la guerra di marzo.
Nell’ambito dell’accordo, alle Guardie Rivoluzionarie è stato concesso l’accesso alle stazioni di terra commerciali gestite da Emposat, un fornitore di servizi di controllo satellitare e dati con sede a Pechino e una rete globale che si estende in Asia, America Latina e altre regioni.
L’utilizzo di un satellite di fabbricazione cinese da parte delle Guardie Rivoluzionarie durante una guerra in cui Teheran ha ripetutamente preso di mira i suoi vicini con missili e droni è probabilmente una questione estremamente delicata in tutta la regione. La Cina è il principale partner commerciale dei paesi del Golfo e il maggiore acquirente del loro petrolio.
Dai registri emergerebbe che il satellite cinese ha catturato immagini della base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita negli stessi giorni in cui il presidente Trump ha confermato che aerei statunitensi presenti nella base erano stati colpiti. Ma attività di sorveglianza satellitare sarebbero state condotte in contemporanea ad attacchi rivendicati dalle Guardie Rivoluzionarie in numerose altre basi statunitensi e obiettivi in Giordania, Iraq, Kuwait, Gibuti e Oman.
Tra le infrastrutture civili del Golfo monitorate ci sarebbe l’area del porto container di Khor Fakkan e la centrale elettrica e di desalinizzazione di Qidfa negli Emirati Arabi Uniti, nonché l’impianto Alba in Bahrein, uno dei più grandi impianti di fusione dell’alluminio al mondo.
Tesoro Bessent, Segretario al Tesoro statunitense, ha dichiarato martedì che la Cina si è dimostrata un partner globale inaffidabile durante la guerra in Medio Oriente, avendo accumulato riserve di petrolio e limitato le esportazioni di determinati beni. Stando a un recente Tweet del Dipartimento del Tesoro potrebbero essere presto in arrivo sanzioni per banche straniere, comprese quelle cinesi.
Il Dipartimento del Tesoro sta agendo con decisione nell’ambito dell’operazione “Economic Fury”, mantenendo la massima pressione sull’Iran. Gli istituti finanziari devono essere consapevoli che il Dipartimento sta utilizzando tutti gli strumenti e l’autorità a sua disposizione ed è pronto ad imporre sanzioni secondarie contro gli istituti finanziari stranieri che continuano a sostenere le attività dell’Iran. L’autorizzazione a breve termine che consente la vendita del petrolio iraniano già bloccato in mare scadrà tra pochi giorni e non verrà rinnovata.
La risposta cinese non si è fatta attendere: “se gli Stati Uniti insistono nell’imporre ulteriori dazi alla Cina con il pretesto delle cosiddette esportazioni di prodotti militari, la Cina adotterà contromisure decise”, ha dichiarato martedì il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun.
Tra le banche che potrebbero essere prese di mira figurano istituti Hongkonghesi, che secondo il Wall Street Journal “agevolano il flusso di miliardi di dollari nascosti dell’Iran”.
Secondo l’articolo per anni, Hong Kong ha prosperato come centro nevralgico per aiutare l’Iran a sopravvivere alle pesanti sanzioni, con grande frustrazione dei funzionari statunitensi impegnati in una campagna per bloccare miliardi di dollari di scambi commerciali.
Il Dipartimento del Commercio statunitense ha cominciato a muoversi, arrivando ad accusare cittadini cinesi di cospirazione, contrabbando e violazione delle leggi statunitensi sul commercio con l’Iran. Ad esempio per Liu Baoxia, una donna d’affari cinese accusata di aver fornito apparecchiature elettroniche sensibili all’Iran, il Dipartimento di Stato ha offerto una ricompensa di 15 milioni di dollari per informazioni che portino allo smantellamento delle sue attività. Per fare un paragone, la taglia su Osama bin Laden era arrivata fino a 25 milioni di dollari.
Difficile dire con certezza quanto ci sia di vero nell’idea che Pechino stia sostenendo l’Iran militarmente con intelligence e fornitura dirette di armi. Per alcuni osservatori è un fatto scontato: data la partnership tra Pechino e Teheran non c’è da stupirsi se queste notizie fossero vere.
Ma la questione va considerata anche da un’altra prospettiva: se la Cina fornisse direttamente armi e satelliti all’Iran per attaccare gli altri Paesi del Golfo, verrebbe percepita da questi paesi come un soggetto direttamente coinvolto nel conflitto, in maniera simile a come Mosca definisce i Paesi che forniscono armi all’Ucraina. Eppure i rapporti diplomatici tra la Cina e i Paesi Arabi stanno proseguendo, ed è di ieri la visita del principe ereditario emiratino a Pechino e il suo incontro con il presidente cinese.
Mentre si susseguono notizie contrastanti, lo schema sembra essere chiaro: da un lato media e autorità statunitensi dipingono una Cina che di fatto è già in scontro diretto con gli Stati Uniti, dall’altro lato Pechino nega queste ricostruzioni. Siamo quindi alla vigilia di uno scontro vero e proprio tra le due grandi potenze?
Per capirlo occorre allargare lo sguardo oltre lo Stretto di Hormuz. Per quanto sia fondamentale per il commercio globale di materie prime energetiche, non dobbiamo dimenticare che Pechino per mesi si è tutelata da una crisi di questo tipo accumulando riserve petrolifere in previsione del conflitto in Iran.
Inoltre l’apparato industriale cinese, fortemente energivoro, non dipende dal petrolio. Come riporta il Financial Times, secondo un rapporto di Goldman Sachs, grazie a una combinazione di fornitori diversificati, rotte alternative e mix energetico ampio, solo una piccola parte — circa il 6% — del consumo energetico totale cinese è direttamente esposta alla crisi nello Stretto di Hormuz.
Inoltre, secondo il rapporto sull’energia di JPMorgan, i cinque paesi con la maggiore autosufficienza energetica, sono: Sudafrica, Indonesia, Cina, Uzbekistan e Stati Uniti. Quelli con la minore autosufficienza energetica sono invece: Taiwan, Filippine, Corea del Sud, Giappone e anche l’Italia. Germania e Francia si collocano a metà della classifica.
In sostanza la Cina, con un paniere basato principalmente su carbone e fonti rinnovabili e poco dipendente da petrolio e gas naturale, si colloca tra i paesi con maggiore autosufficienza in ambito energetico. Al contrario, le principali economie concorrenti a quella cinese (Asia Orientale, Sud-Est Asiatico ed Europa), avendo minore autosufficienza energetica si trovano più esposte alla fluttuazione dei prezzi derivante dalla guerra in Iran.
Come commenta 翟东升, Professore e Vice Preside alla Facoltà di Relazioni Internazionali della Renmin university, “ciò che conta veramente non è se i costi di produzione siano aumentati in senso assoluto, ma se siano aumentati o diminuiti rispetto ai principali concorrenti cinesi”. Detto in altri termini, i costi di produzione e dell’energia sono aumentati per tutti, ma per alcuni sono aumentati di più e per altri sono aumentati di meno: a guadagnarci in competitività è quell’economia che ha registrato il minor aumento dei costi, e la Cina si colloca in questa fascia.
Inoltre Pechino per quanto riguarda il petrolio può beneficiare del salvagente russo. Oggi a Pechino c’è stato l’incontro tra il Ministro degli Esteri Russo Lavrov e il Presidente cinese Xi Jinping.
Lavrov ha dichiarato in una conferenza stampa dopo l’incontro con Xi che Mosca potrebbe compensare la carenza energetica della Cina, dato che il traffico marittimo attraverso lo stretto rimane bloccato.
Lato cinese, evidente il richiamo a un forte coordinamento tra Pechino e Mosca. Come riporta il comunicato ufficiale cinese:
Mercoledì il presidente cinese Xi Jinping ha sollecitato una più stretta e forte coordinazione strategica tra Cina e Russia per difendere con fermezza i loro legittimi interessi e salvaguardare l’unità dei paesi del Sud del mondo.
Sottolineando che la stabilità e la solidità delle relazioni sino-russe sono particolarmente preziose in un contesto internazionale mutevole e turbolento, Xi ha invitato i due paesi ad assumersi le proprie responsabilità in quanto potenze principali e membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Se Hormuz non è il vero tallone d’Achille della Cina, c’è un altro stretto, più delicato per Pechino, sul quale si sta giocando una partita internazionale: lo Stretto di Malacca.
Questa via d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola indonesiana di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese è la principale via di comunicazione tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico e una delle rotte marittime più importanti al mondo.
Circa 100.000 navi lo attraversano ogni anno, rendendolo lo stretto più trafficato al mondo, nel quale passa un quarto delle merci scambiate a livello mondiale, tra cui principalmente i prodotti manifatturieri cinesi.
Come riportato, il 13 aprile il Segretario alla Guerra statunitense Hegseth ha annunciato un’importante partnership nel settore della difesa con l’Indonesia.
“Stiamo elevando la nostra relazione a un Partenariato di Cooperazione per la Difesa di Maggiore Importanza (MDCP), in riconoscimento della forza e del potenziale dei nostri legami bilaterali in materia di difesa”, ha dichiarato Hegseth in un comunicato stampa.
Secondo la dichiarazione congiunta, la partnership comprende “modernizzazione e sviluppo delle capacità militari”, “addestramento e formazione militare professionale” ed “esercitazioni e cooperazione operativa”.
Il comunicato afferma che una proposta statunitense per concedere agli aerei militari americani l’accesso allo spazio aereo indonesianoè in fase di “attenta valutazione”.
Questa è la parte più significativa: gli Stati Uniti mirano a sfruttare il loro MDCP per questo scopo. Come riporta il Sunday Guardian, l’accordo, se finalizzato, potrebbe consentire agli aerei statunitensi di accedere allo spazio aereo indonesiano per “operazioni di emergenza, interventi in situazioni di crisi e attività di esercitazione concordate di comune accordo”.
Sembra che l’obiettivo sia risolvere un evidente problema strategico per gli Stati Uniti, che fanno sempre più affidamento su basi nel nord dell’Australia, più distanti dalla Cina e quindi più sicure rispetto a quelle vicine a Taiwan. Il problema è che la potenza proiettata verso nord dall’Australia passa attraverso l’Indonesia e Malacca.
Ma oltre alla protezione, c’è anche la negazione: l’accordo faciliterebbe la capacità statunitense di bloccare lo Stretto di Malacca alle navi cinesi in caso di crisi.
Come commenta l’analista Korybko, “gli Stati Uniti devono fare tutto il possibile per impedire l’egemonia cinese in Asia, e a tal fine stanno controllando o interrompendo indirettamente le importazioni di risorse cinesi (Venezuela e Iran) e cercando di assumere il controllo dei punti strategici globali (Hormuz, Malacca e Canale di Panama), con un’accelerazione di tutte le attività in vista del viaggio di Trump in Cina dal 14 al 15 maggio. Trump spera che questo costringa Xi a un accordo commerciale sbilanciato”.
Ma così come la fattibilità di un blocco navale statunitense su Hormuz potrebbe scontrarsi con limiti materiali, allo stesso modo gli Stati Uniti potrebbero trovare ostacoli nel Sud-Est asiatico.
L’Indonesia gode di piena sovranità sul proprio spazio aereo, nonché sullo spazio aereo sopra le sue acque arcipelagiche, come previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Ciò significa che ha la piena autorità di decidere se un aereo militare straniero può entrare in uno qualsiasi dei suoi spazi aerei. Concedendo un accesso indiscriminato agli aerei militari statunitensi, l’Indonesia cederebbe un elemento fondamentale della propria sovranità.
Non a caso, come riporta Reuters, il Ministero degli Esteri indonesiano ha esortato il Ministero della Difesa a rinviare l’accordo statunitense sui diritti di sorvolo, avvertendo che il piano rischia di compromettere le relazioni regionali.
La lettera del ministero degli Esteri, svelata da Reuters, era contrassegnata come urgente e riservata. È stata consegnata prima dell’incontro tra il ministro della Difesa indonesiano Sjafrie Sjamsoeddin e il suo omologo statunitense Pete Hegseth a Washington, hanno affermato le due fonti indonesiane.
Nella sua lettera, il ministero ha esortato il ministero della Difesa a rinviare qualsiasi accordo definitivo con Washington.
In poche parole, anche all’interno delle istituzioni indonesiane si è verificato un certo trambusto, e l’accordo sul sorvolo al momento sembra paralizzato.
In conclusione, mettendo insieme tutti i pezzi, le dichiarazioni false, le accuse incrociate, le indiscrezioni su armi e satelliti, le minacce di dazi e sanzioni e gli accordi di difesa: tutto sembra spingere verso un’unica direzione, quella di uno scontro diretto tra Stati Uniti e Cina.
Eppure, quando si passa dalle parole ai fatti, la realtà è più sfumata: gli Stati Uniti annunciano blocchi che faticano a diventare pienamente operativi. La Cina condanna, ma evita accuratamente qualsiasi escalation diretta. Gli accordi regionali si muovono lentamente, e perfino nei paesi chiave come l’Indonesia emergono resistenze.
In altre parole: il confronto c’è, e si gioca sui flussi energetici, sulle rotte marittime, sulle sanzioni, sulle alleanze. Per questo la domanda non è se ci sarà uno scontro,
ma dove, come e a quale livello si sta già combattendo.
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Bisogna arrivare al loro meeting con uno dei due contendenti in affanno. Ed è quello che stanno facendo.
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