di Gianni Sartori
Quando, tra le fine dei sessanta e i primi settanta (ma anche in seguito), mi sentivo dire regolarmente da ogni variante di leninismo locale (da PotOp al PCI) “faremo come in Spagna” (intendendo Barcellona ’37)*, mai avrei pensato di trovarmi oggi a dover difendere quei “poveri cristi” dei comunisti. Talvolta anche da quelli stessi “ortodossi m-l” che nel frattempo hanno cambiato idea.
Mi spiego o almeno ci provo.
Onestamente non so se la prospettiva del “comunismo” (in qualche variabile delle tante sperimentate o soltanto ipotizzate) costituisca ancora una via d’uscita praticabile dalla barbarie della proprietà privata, dello sfruttamento e dell’oppressione (non solo dell’uomo sull’uomo, nel frattempo il discorso è andato ampliandosi).
A volte temo manchi la “materia prima”, quel proletariato in sé e per sé (ma ormai forse “fuori di sé”) che ha rappresentato, insieme ai popoli in rivolta contro il colonialismo, l’avanguardia di ogni lotta di liberazione. Almeno fino al secolo scorso.
Detto questo ritengo che comunque valga ancora la pena di provarci. Oltretutto in mancanza di serie alternative, sia quelle più simpatiche (vedi il “polveroso” ’anarchismo) che altre più o meno vagamente ambigue come le socialdemocrazie (da Gonzalez a Blair abbiamo visto di tutto e peggio).
Certo, scoprire che in molti paesi ritenuti democratici, liberali…vengono criminalizzati i simboli tradizionali del movimento operaio (la Falce e il Martello) dovrebbe suscitare qualche inquietudine.
Riepiloghiamo.
Negli ultimi tempi diversi paesi europei hanno emesso leggi che proibiscono la pubblica esibizione della tradizionale simbologia comunista e talvolta l’esistenza stessa dei partiti comunisti.
Ricoprendo di fango un movimento che, soprattutto nei primi anni dell’Unione sovietica, aveva consentito importanti conquiste sociali per i lavoratori (impensabili soltanto fino a qualche decennio prima).
Mentre si declama il mantra per cui nei regimi liberi e liberisti “ciascuno ha il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni”, dietro tale atteggiamento si intravede il timore delle classi dominanti di veder messi in discussioni i propri privilegi.
Tra i paesi europei che si distinguono in questa opera denigratoria e repressiva si collocano soprattutto quelli fuoriusciti dal cosiddetto “blocco sovietico”.
In Ucraina per esempio. Nel 2015 la Rada Suprema ha approvato una legge che proibisce la propaganda comunista (compresa l’esibizione dei simboli).
La Polonia non è da meno. L’apologia di comunismo viene infatti punita con due anni di detenzione.
Sia in Lettonia che in Lituania è proibito esibire simboli comunisti (compresa la Stella Rossa). Così l’Ungheria dal 2013.
Nel 2012 in Moldavia venne approvata una legge similare (per quanto poi dichiarata illegittima dal Tribunale Costituzionale). Sono comunque rimaste in vigore pesanti restrizioni nella diffusione delle idee comuniste.
Così in Estonia e Georgia. Sebbene non esista una esplicita proibizione, la legislazione locale reprime simboli e ideologie comuniste in quanto “totalitarie”.
Sulla stessa linea la Croazia dove periodicamente si propone di vietare anche la gloriosa Stella Rossa dell’Esercito popolare di Yugoslavia, quello che sconfisse gli occupanti fascisti e nazisti. Invece in Albania le richieste di restrizioni hanno – per ora almeno -incontrato una significativa opposizione da parte della società civile.
In alcuni casi poi non solo i simboli e la propaganda vengono proibiti e resi illegali, ma anche l’esistenza stessa di un partito comunista.
In particolare in Ucraina, Estonia, Georgia (anche se non a norma di legge), Lituania e Lettonia (in questi ultimi due paesi viene considerato “organizzazione criminale”).
Sono invece ancora legali e partecipano alle elezioni i partiti comunisti presenti in Polonia (ma ora a rischio interdizione), Cechia e Slovacchia. Per quanto sottoposti a pesanti restrizioni e limitazioni a norma di legge. Invece in Germania restano legali partiti come il Deutsche Kommunistische Partei e il Marxistisch-Leninistische Partei Deutschlands .
La situazione potrebbe però complicarsi in Cechia (Česká republika) dove opera il Partito comunista di Boemia e Moravia (KSČM, con rappresentanti al Parlamento Europeo e nei parlamenti locali).
Rischia di venir reso illegale di fatto nel 2026. Quando entrerà in vigore un emendamento al codice penale (approvato nel 2025) con cui viene criminalizzata la propaganda comunista (con pene da uno a cinque anni di prigione).
Del resto questa sembra essere una tendenza generalizzata. Come è noto con la Risoluzione 1481/2006 del Consiglio di Europa (approvata nel 2006 e consolidata nel 2019) l’ideologia comunista veniva equiparata al nazismo. Quasi a voler cancellare dalla memora storica del continente europeo le innumerevoli conquiste del movimento operaio e la lotta di liberazione della Resistenza antifascista, in gran parte condotta da militanti socialisti e comunisti (in senso lato, compresi ovviamente anche i libertari). Così come il ruolo fondamentale dell’Unione Sovietica, invasa da paesi europei, nella sconfitta del nazismo (a Stalingrado ebbe inizio la disfatta dell’esercito tedesco). Al prezzo di oltre 25 milioni di morti tra civili, partigiani sovietici e soldati dell’Armata Rossa.
Dimenticando come molte conquiste dell’Unione sovietica (sanità pubblica,educazione universale, diritto al lavoro e alla pensione, uguaglianza di genere…) avessero ispirato e alimentato le speranze, le lotte e le conquiste delle classi subalterne a livello planetario.
E in questi giorni si apprende che in Polonia la situazione potrebbe degenerare ulteriormente. Risaliva a più di quindici anni fa (giugno 2010) un passo decisivo nella criminalizzazione dell’idea stessa di “comunismo” in questo paese dell’ex area socialista. Con l’entrata in vigore della legge (approvata nel 2009 dal governo Kaczynski) con cui si proibivano i simboli comunisti. Con multe e pene detentive (fino a due anni) per chiunque produca, importi, acquisti, offra, trasporti o invii oggetti con simboli comunisti.
Ma evidentemente non era finita qui.
Sono del dicembre 2025 le ultime tappe di un costante processo di criminalizzazione che potrebbe portare all’interdizione del KPP (Komunistyczna Partia Polski).
Tramite la Corte costituzionale, il presidente polacco Karol Nawrocki ha dichiarato che gli obiettivi e le attività del Partito comunista di Polonia sarebbero “anticostituzionali”. Scontato pensare che l’ulteriore inasprimento sia legato alle posizione critiche espresse dal KPP sull’aumento delle spese militari e sulla situazione sociale.
E fuori dall’Europa? Stessa musica anche in Azerbaijan, stato musulmano che ormai da 30 anni rappresenta un alleato fondamentale di Israele oltre che della Turchia (ricambiato da entrambe anche nell’ultima “crisi” fra Erevan e Baku).
Qui alla fine di novembre sono stati arrestati numerosi militanti marxisti che tentavano di organizzare una marcia sulla capitale esibendo bandiere dell’ex Unione Sovietica.
Due delle persone arrestate (Abdulla Ibrahimli e Ibrahim Asadli) sono accusate di aver costituito un “gruppo organizzato per diffondere l’idea comunista”. Come aggravanti, le riunioni regolari e addirittura un ufficio (una sede) dove oltre ad alcune bandiere sovietiche la polizia ha sequestrato libri e computer. Condannati per ora a tre mesi di detenzione preventiva, rischiano almeno tre anni di carcere per “azioni perturbanti dell’ordine pubblico”.
Gianni Sartori
*L’autore si riferisce ai “Fatti di maggio” del ’37, quando la coalizione repubblicano-moderata (in particolare gli stalinisti e i catalanisti) scatenò una guerra civile in sedicesimo all’interno del campo antifascista, contro anarchici e comunisti antistalinisti (in particolare il POUM).
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