Pubblichiamo di seguito due dichiarazioni sull’aggressione dell’imperialismo yankee all’America Latina: la prima è del Bureau della IV Internazionale (la cui sezione italiana è Sinistra Anticapitalista); la seconda della Lega Internazionale Socialista (la cui sezione italiana è il Partito Comunista dei Lavoratori).

Dichiarazione dell’Ufficio esecutivo della Quarta Internazionale adottata il 27 ottobre 2025.

I ricatti e le minacce economiche nei confronti di Brasile, Colombia, Messico e Argentina fanno parte di una nuova fase della politica statunitense nei confronti dell’America Latina. Ma il pericolo maggiore grava sul Venezuela, il cui governo Trump è determinato a rovesciare. Il dispiegamento di 10.000 soldati, un arsenale gigantesco nei Caraibi e attacchi che hanno già ucciso più di 60 persone in mare, minacciano non solo il Venezuela ma l’intera regione. È dovere urgente degli attivisti di tutto il mondo alzare la voce e mobilitarsi contro l’interventismo degli Stati Uniti governati da Trump.

Schieramento militare senza precedenti nei Caraibi

L’obiettivo principale dell’offensiva americana è senza dubbio il Venezuela. Con una virulenza senza precedenti, il leader imperialista e i suoi segretari di Stato e alla Guerra, Marco Rubio e Peter Hegseth, hanno emesso un decreto che definisce i cartelli criminali della droga «organizzazioni terroristiche», hanno indicato Maduro come capo di un cartello che non esiste (il Cartello dei Soles) e hanno offerto una ricompensa di 50 milioni di dollari per qualsiasi informazione che possa portare alla cattura del venezuelano.

Ancora più minaccioso è stato lo schieramento nei Caraibi di circa 10.000 marines, con portaerei (le più grandi della loro marina), cacciatorpediniere e sottomarini nucleari, navi da guerra dotate di missili a medio raggio, bombardieri B52 e una capacità tecnologica che consente di effettuare analisi di dati su larga scala, nell’ambito di una manovra definita dagli specialisti come “riorganizzazione sismica”. Porto Rico è stato rimilitarizzato e gli accordi di cooperazione militare con i paesi dei Caraibi sono stati utilizzati per costruire un’infrastruttura militare che sembra precedere un attacco su larga scala contro il paese che è stato teatro della grande rivoluzione bolivariana. Negli ultimi due mesi, queste forze hanno condotto attacchi contro imbarcazioni (presunte trafficanti), causando più di 60 morti.

Il 15 ottobre – cosa che non era mai avvenuta nemmeno durante la guerra fredda, poiché le operazioni della CIA erano segrete – Trump ha annunciato di aver autorizzato la CIA a condurre operazioni in Venezuela. Secondo il Washington Post, il presidente avrebbe firmato un documento che autorizza la CIA a condurre operazioni segrete in paesi stranieri, che vanno dalla raccolta clandestina di informazioni alla formazione di forze di guerriglia dell’opposizione e alla realizzazione di attacchi mortali.

Domenica 19 ottobre, in un nuovo passo verso l’escalation, le forze statunitensi hanno condotto un attacco mortale nell’Oceano Pacifico contro una nave che si suppone appartenesse al gruppo colombiano dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale). Di fronte alla giusta protesta di Gustavo Petro, Trump ha insultato il presidente colombiano definendolo «trafficante di droga» e capo di un «governo debole e pessimo», minacciando, come al solito,di imporre dazi doganali e tagliare i finanziamenti, oltre a revocare il visto americano a Petro, alla sua famiglia e ai suoi consiglieri. Mentre Petro richiamava l’ambasciatore colombiano a Washington, Trump dichiarava in una conferenza stampa, in risposta a un giornalista, che non aveva bisogno di una dichiarazione di guerra per condurre le sue operazioni contro il traffico in quelle che considera le sue acque territoriali. «Ci andiamo e li uccidiamo».

Secondo le speculazioni pubbliche negli Stati Uniti, i principali consiglieri di Trump lo starebbero incitando a invadere il Venezuela per rovesciare Maduro. E l’assegnazione del premio Nobel per la pace alla leader di estrema destra venezuelana María Corina Machado – che, se non fosse seria, sarebbe uno degli scherzi di cattivo gusto della nostra epoca – fa parte di un piano deliberato volto a rafforzare quella che i falchi considerano l’alternativa a Maduro. L’amministrazione Trump sembra voler forzare una transizione verso un governo di estrema destra guidato da Edmundo González Urrutia e María Corina Machado – che ha già chiesto sanzioni contro il Venezuela, senza curarsi degli effetti che queste avrebbero sulla popolazione impoverita, e che ora consegna il destino della nazione agli stivali dei soldati yankee.

Può sembrare improbabile che gli Stati Uniti invadano via terra i paesi i cui governi accusano di complicità nel traffico di droga, come il Venezuela, la Colombia e persino il Messico. In primo luogo, perché una guerra di invasione terrestre prolungata incontrerebbe una forte resistenza da parte delle forze armate sotto il comando di Maduro, eventualmente con l’aiuto e la simpatia della popolazione della regione, il che significherebbe un nuovo Iraq, ma più vicino. Impegnarsi in un conflitto armato di questa portata contraddice il discorso di Trump rivolto al suo pubblico nazionale, al quale ha promesso di «porre fine alle guerre». In terzo luogo, perché ci sono segni di opposizione da parte di alcuni alti funzionari statunitensi a una soluzione di questo tipo, come sembra indicare le dimissioni anticipate del capo del Comando militare sud, l’ammiraglio Alvin Hosley, il 16 ottobre.

In ogni caso, la prudenza consiglia di non escludere la possibilità di una «follia» bellicista da parte del leader neofascista. Per lo meno, stando ai suoi discorsi, è possibile che opti per attacchi con droni o aerei contro obiettivi specifici in Venezuela, al fine di continuare a indebolire il governo.

Un ritorno al passato

Fin dai primi giorni del suo ritorno nello Studio Ovale della Casa Bianca, Donald Trump, incoraggiato dai suoi falchi neofascisti, mantiene il Messico sotto forte pressione tariffaria e politico-militare (affinché il governo di Claudia Sheinbaum ponga fine al flusso migratorio alla frontiera e combatta i cartelli locali del traffico di droga). I droni della CIA sorvolano il territorio messicano alla presunta ricerca di laboratori di cocaina e altre droghe.

Trump si è intromesso nella politica interna del Brasile per difendere il suo amico Bolsonaro, condannato per tentato colpo di Stato (imponendo dazi doganali del 50% sulle esportazioni brasiliane verso gli Stati Uniti e aprendo un’indagine commerciale contro le timide politiche brasiliane volte a limitare le aziende americane della big tech). Anche l’Argentina, governata dal suo amico Javier Milei, non sfugge alle minacce e ai ricatti: a metà ottobre, commentando un nuovo prestito di 20 miliardi di dollari del FMI al Paese, Trump ha subordinato il proseguimento del suo sostegno al neofascista libertario del Sud alla vittoria del partito di Milei alle elezioni legislative del 26 ottobre. «Se [Milei] perde, non saremo generosi con l’Argentina», ha dichiarato Trump. Questo episodio testimonia una normalizzazione della retorica e della pratica di ingerenza diretta del governo americano negli affari politici interni degli Stati sovrani. (E sembra proprio che la decisione di Trump sia stata uno dei fattori che hanno determinato la vittoria dell’amministrazione Milei alle elezioni).

Tutte queste prese di posizione, questi discorsi punitivi e questo enorme dispiegamento militare costituiscono un attacco ai vicini latinoamericani senza precedenti dall’invasione di Grenada nel 1982. Nel quadro del sostanziale cambiamento che la Casa Bianca di Trump sta imponendo ai rapporti di potere mondiali in vigore da otto decenni, la politica americana nei confronti dell’America Latina sta tornando al passato interventista, caratterizzato dall’aggressione militare e dall’ingerenza politica aperta, che aveva già caratterizzato i rapporti della potenza imperialista con tutto il Sud durante la guerra fredda.

Appello alla solidarietà internazionale antimperialista

L’accusa mossa contro Maduro e gli alti dirigenti del governo venezuelano di essere membri di cartelli, per quanto stupida, mira a giustificare la violazione del principio di autodeterminazione dei popoli e della sovranità territoriale del Venezuela.

È tempo di chiamare le forze democratiche, anticolonialiste, progressiste e rivoluzionarie del mondo, e della regione in particolare, a difendere l’integrità territoriale del Venezuela, dei paesi dei Caraibi e di tutta l’America Latina, di fronte ai tentativi di intervento militare o politico, cioè ai tentativi di definire « dall’alto e dall’esterno » (leggi: nell’Ufficio Ovale) l’orientamento politico dei paesi sovrani. Spetta al popolo venezuelano decidere del proprio governo, senza interferenze di alcun tipo. Sono i popoli sovrani dell’America Latina e di ogni angolo del globo che devono decidere cosa fare dei loro tiranni, dei loro parlamenti e delle sentenze emesse dai loro sistemi giudiziari.

Dobbiamo esigere che i governi di Lula, Petro, Boric e Sheinbaum facciano tutto il possibile per impedire qualsiasi possibilità di aggressione militare e di intervento politico in Venezuela. È positivo che Lula si proponga come «mediatore», come ha fatto durante il suo incontro con Trump, ma tutti questi governi devono respingere chiaramente, e ripeterlo incessantemente, qualsiasi iniziativa americana contro il Venezuela.

La solidarietà della IV Internazionale con il Venezuela include la richiesta a Maduro di ripristinare le libertà politiche per il movimento sociale, la sinistra e i lavoratori e le lavoratrici del Venezuela. Questa è la strada da seguire, parallelamente alla legittima mobilitazione militare popolare, per costruire una vera unità nazionale e regionale contro l’aggressione imperialista. Solo la più ampia unità d’azione può contenere, resistere e sconfiggere l’aggressione in corso.

Truppe e armi yankee fuori dal Mar dei Caraibi!

Basta con i bombardamenti nella regione!

Demilitarizzazione immediata di Porto Rico!

Basta con le aggressioni degli Stati Uniti contro il Venezuela e tutta l’America Latina!

Dichiarazione di Marea Socialista, UNIOS e Lega Internazionale Socialista

No all’intervento degli USA in Venezuela, Colombia e America Latina!

Sosteniamo il popolo venezuelano nella lotta sovrana per i suoi diritti democratici e per condizioni di vita dignitose!

Quando iniziò l’accerchiamento militare aeronavale ordinato da Trump contro il Venezuela, Marea Socialista del Venezuela si pronunciò, insieme alla Lega Internazionale Socialista e al suo partito colombiano UNIOS, contro la presenza degli Stati Uniti e le loro aggressioni nelle acque territoriali venezuelane. Allo stesso modo, condannammo gli appelli interventisti dell’estrema destra guidata da María Corina Machado, indebitamente insignita del Premio Nobel per la Pace.

Ci siamo inoltre espressi a favore della solidarietà internazionale attiva dei popoli dell’America Latina e del mondo, che oggi non deve limitarsi a difendere la sovranità del Venezuela, ma deve anche affrontare l’estensione delle operazioni interventiste alla Colombia. Questo avviene sul piano delle aggressioni militari, ma vediamo anche come avviene in Argentina a sostegno del governo di estrema destra di Milei attraverso la gestione della cosiddetta “assistenza finanziaria” e del debito.

Allo stesso tempo, mentre manifestiamo la nostra posizione di rifiuto dell’interventismo yankee, nel caso del Venezuela abbiamo chiarito che non riponiamo alcuna fiducia in Maduro. Ci collochiamo come oppositori di sinistra al suo governo, perché è antioperaio, capitalista, affamatore, reazionario, autoritario e repressivo, e perché non lo consideriamo in alcun modo né socialista né rivoluzionario, bensì tutto il contrario, sebbene mantenga forti attriti con l’imperialismo statunitense.

Attaccano i nostri paesi militarmente, ma hanno imprese o basi al nostro interno.

D’altra parte, abbiamo segnalato alcune situazioni contraddittorie. Mentre l’imperialismo attacca e uccide membri di equipaggi di imbarcazioni nei Caraibi, accusandoli senza prove di essere narcotrafficanti al servizio del cosiddetto “Cartello dei Soli” e di Maduro, in Venezuela la produzione petrolifera è in gran parte nelle mani della multinazionale statunitense Chevron Texaco, con licenza concessa dagli Stati Uniti nonostante le sanzioni contro il regime di Maduro.

In Colombia, contro la quale sono iniziati anche attacchi a imbarcazioni, questa contraddizione si acuisce per la presenza di basi militari statunitensi, precedentemente stabilite sul suo territorio dai governi anteriori a quello di Petro. Si tratta di basi militari dello stesso paese che ora la sottopone a ostilità navali e minaccia il suo presidente democraticamente eletto.

Nel caso del Venezuela, dopo che la burocrazia al potere ha depredato e rovinato la capacità sovrana della compagnia Petróleos de Venezuela (PDVSA), il presunto governo “anti-imperialista” sta estraendo e commercializzando gran parte del petrolio con una società imperialista autorizzata dallo stesso Donald Trump (e, in misura minore, con imprese cinesi), violando i termini stabiliti dalla Costituzione e dalla Legge sugli Idrocarburi per consentire l’estrazione senza pagamento di royalties né imposte, e con una manodopera praticamente gratuita a causa dell’annientamento dei salari dei lavoratori venezuelani (salario minimo inferiore a 1 dollaro al mese, che chiamiamo “salario zero” o “salario simbolico”).
Questa è una chiara dimostrazione dell’applicazione della logica del “bastone e della carota”, la logica del ricatto che caratterizza le relazioni tra il governo venezuelano e quello statunitense.

Il problema di Trump non è il “narco-terrorismo”, ma la competizione per il dominio geopolitico mondiale.

Sebbene le azioni della marina e dell’aviazione statunitensi nei Caraibi, davanti alle coste venezuelane e colombiane, vengano presentate da Trump e Marco Rubio come operazioni dirette a porre fine al narcotraffico verso il maggior consumatore di droga del mondo, si sa che si tratta in realtà di un modo per fare pressione e minacciare militarmente il governo di Maduro, in nome della “democrazia”, e più recentemente anche il governo di Petro, che viene ugualmente etichettato come “narco-terrorista” — termine usato da Trump per cercare di giustificare le sue aggressioni armate e le esecuzioni extragiudiziali dei membri di equipaggi di imbarcazioni, siano essi presunti narcotrafficanti o semplici pescatori di entrambi i paesi.

Il governo degli Stati Uniti e quello di Trump non hanno alcun problema a tollerare e a fare affari con governi corrotti, dittatoriali o genocidi, purché non rompano con il loro schema di dominio globale — come possiamo osservare in molte parti del mondo.
Nel caso di Maduro, tuttavia, il principale problema per gli Stati Uniti risiede nel suo allineamento geopolitico, che include alleanze e affari con Cina, Russia, Iran e i paesi dei BRICS. Tutto ciò perché l’imperialismo yankee non tollera alcuna crepa nella sua egemonia economica e politica nella regione latinoamericana e caraibica, che considera come il proprio “cortile di casa” e zona esclusiva di dominazione coloniale o semicoloniale. Qualcosa di simile accade con ciò che Petro rappresenta per gli Stati Uniti.

Quanto accade con Venezuela, Colombia e le attuali relazioni degli Stati Uniti con l’America Latina va compreso nel contesto della rottura di Trump con l’ordine normativo e istituzionale stabilito dopo la Seconda guerra mondiale, ordine che egli oltrepassa ignorando qualsiasi regolamento, trattato, convenzione sui diritti e organismo internazionale. Tutto viene sostituito dall’arbitrarietà e dalla “legge del più forte”, con un metodo basato principalmente su estorsione per ottenere profitto economico o vantaggio politico, coercizione, minacce gravi, intimidazioni o violenza fisica diretta, oltre alla più grossolana manipolazione e falsità, al di fuori di ogni legittimità o legalità — anche di quella borghese del suo stesso paese e del diritto internazionale.

Dopo aver iniziato affondando presunte “narco-barche” e uccidendo i loro equipaggi ai confini marittimi del Venezuela, Trump è passato ad attaccare imbarcazioni di altri paesi o con equipaggi di altre nazionalità, come nel caso di cittadini di Trinidad e Tobago che si trovavano su una delle barche affondate, nonostante il governo trinitario mantenga un atteggiamento di collaborazione con le azioni di Trump.
Ora accusa anche il presidente colombiano Gustavo Petro di essere il “capo del narcotraffico” e ha iniziato ad affondare imbarcazioni di quel paese. Petro afferma che si trattava di pescatori, mentre Trump li definisce “narcos dell’ELN”.
Gli ordini di Trump vengono eseguiti senza procedure di intercettazione o detenzione, senza indagini, prove o spiegazioni, e senza alcun processo legale, attraverso esecuzioni con bombe, fuori dalla propria giurisdizione — veri e propri atti di guerra.

L’escalation contro Venezuela e Colombia è un attacco contro tutta l’America Latina.

La situazione si fa sempre più tesa con l’annuncio della possibilità di realizzare “azioni armate e letali” all’interno dei territori nazionali, sia contro ciò che gli Stati Uniti ritengano essere “narcotraffico” in Venezuela o in Colombia, sia contro dirigenti del governo venezuelano sui quali sono stati emessi mandati di cattura e persino offerte di ricompensa per la loro cattura. Trump ha parlato apertamente di “dare la caccia e uccidere Maduro” e ha rivelato di aver autorizzato attività clandestine della CIA in Venezuela (anche se ciò non è una novità).
A tutto questo si aggiunge un elemento aggravante: il coinvolgimento dell’apparato statale sionista e genocida, il Mossad, in cooperazione con gli Stati Uniti, grazie alla sua esperienza nelle operazioni interventiste e di eliminazione di dirigenti in tutto il Medio Oriente (Libano, Siria, Iran, Yemen, Qatar e altri paesi).

Ciò che stiamo osservando sembra configurarsi come una scalata militare delle forze armate statunitensi, sebbene le operazioni condotte finora siano ancora parziali o limitate; ma esse si stanno estendendo alla Colombia, colpiscono collateralmente altri paesi e vanno intensificandosi.
Nel caso della Colombia, ciò avviene in un paese che — come già menzionato — ospita basi militari statunitensi sul proprio territorio.

I popoli mobilitati devono essere l’avanguardia rispetto a governi latinoamericani timorosi e lacchè.

Petro ha condannato le aggressioni contro il Venezuela e ha invitato i paesi latinoamericani ad adottare misure di reiezione contro le aggressioni ordinate da Trump. Ha proposto azioni congiunte tra Colombia, Venezuela e perfino Trinidad e Tobago, dove si sono verificate proteste popolari in seguito alla morte di pescatori di quel paese.
Tuttavia, le risposte di Petro sono ancora insufficienti, poiché la Colombia dovrebbe adottare misure concrete per espellere le basi militari statunitensi dal proprio territorio e porre fine agli accordi di cooperazione con la NATO stipulati dai governi seguaci della linea del colombiano Alvaro Uribe.

Oltre a ciò, bisogna tenere presente che Petro, in qualità di presidente della Colombia, ha assunto recentemente la presidenza pro tempore della CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici), il 9 aprile 2025, durante il vertice tenutosi a Tegucigalpa, Honduras.
Questa presidenza, di carattere rotativo e annuale, implica che il paese che la esercita rappresenti il blocco nei forum internazionali, coordini agende comuni e promuova l’integrazione regionale. In questo caso, la Colombia è stata eletta all’unanimità per guidare il meccanismo, il che significa che Petro agisce anche come portavoce politico del gruppo in questo periodo.

Di conseguenza, la situazione presenta una doppia implicazione: da un lato, Trump sta aggredendo colui che esercita la presidenza di un organismo che riunisce un ampio insieme di Stati latinoamericani e caraibici, il che accentua la gravità dell’aggressione; dall’altro, offre a Petro l’opportunità di convocare la CELAC per cercare di fronteggiare l’escalation nordamericana, nonostante molti dei governi membri dell’organizzazione siano servili e filo-imperialisti.

Sfortunatamente, fino a questo momento, la CELAC, come organismo multilaterale, ha mostrato una risposta frammentata e diplomaticamente timida di fronte alle ostilità militari degli Stati Uniti — fatto che rivela quanto persistano relazioni semicoloniali tra la potenza imperiale e i regimi borghesi della regione.

Tuttavia, quanto sta accadendo dovrebbe costituire motivo di un appello urgente in difesa della sovranità di due dei suoi paesi membri e del paese che attualmente la presiede come comunità di nazioni.
Questo deve quindi diventare una richiesta dei popoli mobilitati, che esercitino pressioni concrete sui propri governi e sulle ambasciate, in particolare su quelle dei paesi più grandi e influenti, come Messico (paese caraibico e pacifico) e Brasile (che confina con Venezuela e Colombia).

È estremamente grave che non sia ancora emersa una dichiarazione congiunta all’altezza della situazione, nonostante le dichiarazioni di Colombia e Venezuela secondo cui “un intervento armato degli Stati Uniti sarebbe considerato un’aggressione contro l’intera regione”, richiamandosi al principio di non intervento e di difesa della pace.
Alcuni paesi membri, sebbene senza unanimità, hanno espresso “preoccupazione” per il dispiegamento militare e hanno chiesto di “risolvere le differenze mediante il dialogo”, ma senza andare oltre, di fronte alla pressione della potenza statunitense.
Un semplice “saluto alla bandiera”, come si suol dire.
E quel che è peggio, mentre la CELAC organizzava riunioni d’emergenza dopo il dispiegamento di navi e truppe statunitensi, le forze armate di alcuni paesi membri partecipavano a esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti nelle acque caraibiche — un fatto che deve essere fermamente condannato.

Alla luce di tutto ciò, il protagonismo deve passare nelle mani dei popoli, delle organizzazioni e dei movimenti sociali e politici, del movimento operaio e popolare, che abbiano una posizione di difesa dell’indipendenza e della sovranità delle nazioni latinoamericane, e di reiezione dell’interventismo yankee.
Bisogna organizzare proteste in tutti i nostri paesi per esigere l’adozione di azioni concrete volte a fermare l’aggressione statunitense in corso, inclusa la rottura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, l’attuazione di misure economiche nazionaliste, la sospensione di trattati e accordi militari o di commercio d’armi, o perfino il sostegno militare difensivo ai paesi aggrediti, se necessario.

La necessaria posizione antimperialista di difesa nazionale e latinoamericana non equivale ad appoggiare politicamente governi autoritari o riformisti.

Nel nostro comunicato precedente avevamo già avvertito che questa offensiva contro il Venezuela non era semplicemente diretta contro il governo di Maduro, ma rappresentava una minaccia estesa a tutti i paesi dell’America Latina, come stiamo ora vedendo.
Non dimentichiamo che, all’inizio del suo mandato, Trump espresse la pretesa di riprendere con la forza il controllo del Canale di Panama se questo non avesse operato pienamente a beneficio degli Stati Uniti (mirando, tra l’altro, a limitare le operazioni commerciali della Cina).
Vediamo come aumenti la pressione su Messico, e come il “King Trump” intervenga anche nella politica interna del Brasile, minacciando di aumentare i dazi doganali in risposta alla condanna del suo “amico” golpista Bolsonaro.
Abbiamo già commentato le sue ingerenze in Argentina, e osserviamo come continui a sostenere, in vari modi, i regimi più neoliberali, di destra e repressivi della regione.

Abbiamo affermato chiaramente che il popolo venezuelano non sarà salvato dalle azioni di forza di Donald Trump, né da alcun leader politico sottomesso ai suoi dettami, come è il caso di María Corina Machado.
La storia e la realtà internazionale dimostrano quale sia il risultato delle invasioni statunitensi e dei governi fantoccio che esse impongono.
Tanto più oggi, quando gli Stati Uniti sono il complice principale del genocidio contro il popolo palestinese di Gaza, un genocidio non condannato dalla “Premio Nobel per la Pace” María Corina Machado (contestata da organizzazioni norvegesi).

Noi siamo a favore della difesa del Venezuela, della Colombia e di qualunque paese aggredito dall’imperialismo, e affinché questa difesa diventi un’occasione per avanzare verso una piena liberazione, con l’impulso di vere rivoluzioni socialiste che mettano il potere nelle mani dei lavoratori e del popolo, invece di mantenerlo sotto il dominio delle borghesie o delle burocrazie corrotte e dentro i limiti del capitalismo.
Insistiamo: governi come quello di Maduro non sono di sinistra né socialisti; essi amministrano regimi capitalisti profondamente antioperai e antidemocratici, usando il “socialismo” come falsa bandiera.
Anzi, la pressione di Trump offre loro più scuse per rafforzare l’autoritarismo e la repressione.
Ad altri, come al governo di Petro, sta giungendo il momento delle definizioni sul proprio orientamento di fronte all’offensiva imperialista: avanzare insieme al popolo colombiano sulla via dell’anticapitalismo e dell’anti-imperialismo coerente, nel quadro della lotta latinoamericana, oppure arenarsi davanti alle minacce di Trump?

Ribadiamo che la difesa antimperialista del Venezuela non implica in alcun modo sostenere un governo tanto disastroso come quello di Maduro, che per la sua stessa natura non è in grado di difendere coerentemente il paese da una potenza straniera come gli Stati Uniti, mentre continua a sottomettere il popolo venezuelano a condizioni miserabili di super-sfruttamento, repressione e violazione dei diritti, oltre a un saccheggio e una rovina economica.
Gli effetti nocivi delle politiche capitaliste e controrivoluzionarie di questo governo si sono aggravati con le sanzioni imperialiste; e se oggi il governo venezuelano sostiene che esista una “ripresa” o una “crescita” economica, denunciamo che si tratta di una menzogna e di un miraggio.
È un apparente “crescita” capitalista che non migliora le condizioni di vita del popolo, basata sul furto dei salari (salario zero) e di altri diritti, sul sostegno delle rimesse dei sette milioni di emigranti venezuelani e sui profitti derivanti dalla corruzione o dallo sfruttamento delle risorse nazionali da parte di multinazionali imperialiste (cinesi, russe, statunitensi o europee), in reversione delle politiche sovrane adottate in passato.

Il peggio di tutto è che, di fronte alla possibilità di una invasione armata o di una guerra, questo governo si dimostra assolutamente incapace di rafforzare il popolo con salari più dignitosi e la restituzione dei benefici che gli sono stati sottratti, di migliorare la sanità e i servizi di base.
Non è neppure in grado di riprendere misure di recupero della sovranità economica, come quelle che — seppur in modo timido — erano state avviate ai tempi di Chávez, e continua a rendere la produzione petrolifera dipendente da una multinazionale dello stesso impero che oggi lo sta attaccando militarmente.
E nemmeno apre spazi di partecipazione e discussione democratica per coloro che, pur opponendosi all’aggressione imperialista, criticano le sue politiche. Ciò che realmente difende il governo sono i propri privilegi e il bottino accumulato a spese del popolo venezuelano.

Non diciamo tutto questo perché ci aspettiamo qualcosa dal governo di Maduro, ma per incoraggiare la lotta del popolo venezuelano nella rivendicazione dei propri diritti, che non possono essere rinviati con la scusa della minaccia militare esterna, come sono già stati rinviati con la scusa della “guerra economica” e delle sanzioni.
Al contrario: la lotta per i diritti sociali e democratici del popolo deve rafforzare la lotta per l’indipendenza e la sovranità di fronte all’imperialismo nordamericano, e viceversa: la lotta per la sovranità deve rafforzare i diritti del popolo.

Ribadiamo dunque ancora una volta la nostra esigenza che siano restituiti i diritti democratici e sindacali della classe lavoratrice e della cittadinanza in generale; che cessino la repressione, l’uso arbitrario della criminalizzazione della protesta come “terrorismo” o “istigazione all’odio”, e le detenzioni arbitrarie; che siano liberati i prigionieri per aver esercitato i propri diritti; che si concedano salari dignitosi (in linea con il costo del paniere di base); che siano abolite le misure anticostituzionali che privilegiano il capitale transnazionale a scapito della sovranità e del diritto del popolo a un lavoro decente.
Tutto ciò deve essere un passo verso il rispetto del diritto democratico del popolo a eleggere liberamente il proprio governo.

Naturalmente, va denunciato che la stessa politica controrivoluzionaria di Maduro e della burocrazia che rappresenta è ciò che ha permesso all’estrema destra di recuperare spazio politico.

Per una campagna internazionale d’urgenza insieme ai popoli latinoamericani e statunitensi contro l’interventismo imperialista.

Siamo favorevoli a sostenere l’unità d’azione del popolo venezuelano contro l’interventismo statunitense, ma mantenendo l’indipendenza rispetto al governo di Maduro e l’opposizione alle sue politiche, senza concedergli né fiducia né appoggio politico.
Riteniamo necessario promuovere una grande campagna di solidarietà sostenuta, specialmente in America Latina e nei Caraibi.

Questa campagna deve estendersi anche a livello internazionale, coinvolgendo i migranti latinoamericani, i lavoratori e la gioventù progressista degli Stati Uniti, che oggi stanno scendendo in piazza a milioni contro la deriva autoritaria di Trump all’interno del loro stesso paese.
Un ruolo molto importante in ciò possono svolgerlo proprio quei movimenti statunitensi che Trump definisce con disprezzo “lunatici di sinistra”.

Questo obiettivo si collega alla lotta mondiale contro il genocidio di Gaza, commesso dai sionisti con la complicità dell’imperialismo yankee.
La solidarietà con la Palestina e, contemporaneamente, con i paesi aggrediti dell’America Latina, si intreccia con le proteste dello stesso popolo statunitense — sia dei cittadini che dei migranti — contro la rapida e profonda offensiva autoritaria di Trump contro i loro diritti negli Stati Uniti.
L’offensiva internazionale di Trump e il suo autoritarismo interno sono due facce della stessa medaglia.

Per questo ci troviamo di fronte a un’opportunità storica per unificare e coordinare, con sincronizzazione e obiettivi comuni, le lotte del popolo statunitense contro l’autoritarismo interno di Trump con la protesta latinoamericana contro l’espressione esterna di quello stesso autoritarismo, che minaccia e aggredisce i popoli del nostro continente.
Lottiamo uniti contro l’autoritarismo e l’interventismo!

In questa campagna di solidarietà rientrano anche alcune delle proposte del presidente colombiano Petro, il quale tuttavia — a nostro avviso — ha mostrato scarso impegno e concretezza nella loro promozione.
Tra queste: mobilitare i popoli latinoamericani per spingere i governi e gli organismi regionali a definirsi e agire, condannare apertamente le azioni di Trump, promuovere ricorsi giudiziari e diplomatici congiunti, rompere le relazioni con il governo statunitense, sospendere trattati militari e accordi economici, ed espellere la DEA, per costringere gli Stati Uniti a cessare le aggressioni e l’interventismo.

Tuttavia, non si tratta di attendere che i governi esistenti facciano qualcosa: il fulcro deve essere, lo ribadiamo, nell’azione diretta dei popoli, nella presa delle strade, tanto nei paesi aggrediti (come Venezuela e Colombia) quanto in tutti i paesi della nostra fratellanza latinoamericana, compresi i nostri migranti negli Stati Uniti.

Per noi, come antimperialisti, anticapitalisti e comunisti rivoluzionari, l’unità latinoamericana e la mobilitazione contro l’offensiva colonialista o semi-coloniale degli Stati Uniti devono essere strumenti per la liberazione, l’indipendenza e la sovranità delle nostre nazioni, e non per la difesa di governi corrotti e autoritari, con i quali i popoli dovranno regolare i conti attraverso la propria lotta, senza interferenze dell’imperialismo nordamericano o di qualunque altro.

In questa prospettiva, la nostra lotta si iscrive nel progetto di un’America Latina unita, guidata da governi della classe lavoratrice e del popolo, con una vera democrazia sociale e non la “democrazia del denaro”, senza autoritarismi, militarismo, burocrazia o corruzione, senza paesi che dominino sugli altri — una trasformazione socialista autentica, con l’economia e il potere politico posti al servizio del pieno godimento dei diritti del popolo.
Tutto questo si colloca per noi nella prospettiva di raggiungere la Seconda Indipendenza dell’America Latina, tracciando un orizzonte in cui le nazioni latinoamericane e caraibiche liberate dalle rivoluzioni operaie, contadine e popolari possano avanzare verso la formazione di una futura federazione socialista dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi.

Ma il compito concreto, qui e ora, è lottare insieme contro l’interventismo imperialista, difendendo la sovranità e l’indipendenza dei nostri paesi, senza smettere, nemmeno per un istante, di difendere i nostri diritti come classe lavoratrice e come popoli, in cammino verso una società senza sfruttamento e senza tirannie.

Marea Socialista (Venezuela), UNIOS (Colombia), Lega Internazionale Socialista

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