di Massimo Caterini (Comitati Internazionalisti contro la guerra, per la guerra di classe)

Il compito storico dei comunisti non è quello di schierarsi acriticamente con qualsiasi forza che si oppone, armi in pugno, all’imperialismo dominante, ma di analizzare la natura di classe dei movimenti, dei loro programmi, dei loro obiettivi. La lotta contro l’imperialismo non è, di per sé, progressiva se non è incardinata nella prospettiva dell’emancipazione internazionale della classe lavoratrice.

Nel caso di formazioni come Hamas, ci troviamo di fronte non a un’espressione proletaria o rivoluzionaria, ma a un’organizzazione piccolo-borghese, interclassista, reazionaria nei metodi e negli obiettivi, che utilizza la retorica della resistenza per portare avanti un progetto politico borghese confessionale, radicato nell’islamismo politico e nemico della lotta di classe.

Non stupisce che settori della cosiddetta area antagonista, che un tempo si definivano “antimperialisti”, oggi si ritrovino a sostenere queste formazioni in nome di un “fronte unico” contro l’Occidente. Ma non si tratta di una novità, è lo stesso impianto ideologico che in altri tempi ha portato certi ambienti di sinistra ad applaudire i khomeinisti, Gheddafi, Assad o persino i talebani. È lo stesso spirito che ha spinto i fascisti terzaposizionisti a sostenere la resistenza islamica come nuova incarnazione del “fascismo dei popoli”.

Le analogie tra i resistenti reazionari di oggi e i neofascisti spiritualisti degli anni ’70 e ’80 non sono accidentali. I NAR, Terza Posizione e altre formazioni simili rifiutavano il marxismo, la lotta di classe e il materialismo storico. Predicavano invece una rivoluzione spirituale, comunitarista, identitaria, fondata sul mito del sacrificio, della patria, della tradizione e del sangue. Non è un caso che molti di loro guardassero con ammirazione all’islam politico come forza “pura” e “intransigente” contro il mondo moderno.

Questa stessa ideologia, anti-illuminista, anti-materialista e anti-proletaria, riemerge oggi nei discorsi di chi esalta Hamas o Hezbollah come “resistenze eroiche”, ignorando del tutto la loro natura borghese, reazionaria e nemica dell’autonomia di classe. Che la bandiera sventolata sia nera o verde, che il linguaggio usato sia religioso o terzomondista, la funzione è la stessa, incanalare il malcontento delle masse dentro progetti politici che non hanno nulla a che fare con la rivoluzione comunista.

Ma la questione va oltre la Palestina. L’attuale ciclo di guerra non è una sequenza di conflitti locali scollegati, ma la manifestazione armata della crisi storica del capitalismo globale. La difficoltà crescente del capitale a valorizzarsi, l’impossibilità di sostenere i tassi di profitto attraverso i soli mezzi economici, spinge le borghesie imperialiste verso lo scontro aperto per la spartizione del mondo. L’Ucraina, il Caucaso, il Mar Rosso, Taiwan e la Palestina sono tutti tasselli di una stessa dinamica strutturale.

Siamo dentro una terza guerra mondiale a pezzi, non ancora formalmente dichiarata ma già in corso. È una guerra combattuta tra potenze imperialiste per il controllo delle rotte, dell’energia, delle sfere d’influenza, dei mercati e delle risorse strategiche. Ogni fronte “locale” è in realtà una faglia del dominio globale capitalistico che si spacca, si riorganizza e si militarizza.

In questo scenario, ogni appello a scegliere un campo è un invito al suicidio politico della classe lavoratrice. Non esiste un campo buono. Il campo della NATO, degli Stati Uniti e del sionismo è nemico dei proletari, ma lo è altrettanto il campo multipolare russo-cinese, i suoi alleati confessionali e le sue borghesie che reprimono il lavoro con metodi altrettanto brutali.

Chi oggi celebra ogni forma di resistenza anti-occidentale come se fosse automaticamente progressiva dimentica la lezione basilare del marxismo, non tutte le contraddizioni dell’imperialismo generano soggettività rivoluzionarie. Anzi, spesso la borghesia locale, mascherata da resistenza, sfrutta quelle contraddizioni per consolidare il proprio dominio, reprimere il proletariato interno e perpetuare forme nuove di oppressione.

Il compito dei comunisti non è scegliere il meno peggio tra un campo imperialista e una sua controparte reazionaria, che si rifà a ideologie religiose, settarie o etno-nazionaliste. Il nostro compito è quello di costruire una terza forza, il proletariato internazionale, cosciente, indipendente, organizzato su basi di classe e non su coordinate etniche, religiose o nazionali.

Il dolore del popolo palestinese è reale, ma non c’è liberazione possibile sotto la direzione di forze borghesi o confessionali. Solo un movimento rivoluzionario proletario, internazionalista, può condurre questa lotta verso l’emancipazione autentica, al di fuori delle trappole del nazionalismo, del settarismo religioso e delle alleanze tattiche con borghesie resistenti che, in ultima istanza, reprimono lo stesso proletariato che dicono di voler liberare.

Chi oggi inneggia senza riserve a qualsiasi forma di resistenza armata contro l’imperialismo, senza interrogarsi sulla sua natura di classe, rischia di parlare il linguaggio dei reazionari, che portino il fez nero o la kefiah verde. La rivoluzione non passa per la restaurazione della tradizione. La liberazione non si costruisce con Dio, Patria e Famiglia, nemmeno se scritti in arabo.

Contro ogni imperialismo, contro ogni borghesia nazionale, per l’unificazione del proletariato internazionale. La guerra tra Stati è la pace dei padroni, la lotta di classe è l’unica guerra giusta.


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