di Massimo Caterini (Comitati Internazionalisti Contro la Guerra, per la guerra di classe)
Hamas ha dichiarato di accettare, con alcune riserve, il piano di tregua proposto dagli Stati Uniti, un aggiornamento del cosiddetto “Piano Trump” rilanciato negli ultimi mesi come soluzione diplomatica alla guerra su Gaza. Una notizia diffusa attraverso il canale Telegram dell’organizzazione, divenuta in poche ore oggetto di analisi, strumentalizzazioni e retoriche di ogni genere. Per alcuni sarebbe un passo verso la pace, per altri la dimostrazione che anche Hamas ora “riconosce” Israele e si piega alla ragionevolezza dell’ordine internazionale. Ma per chi guarda la realtà da una prospettiva di classe e internazionalista, quel messaggio è il segnale opposto: non l’inizio di una pace, ma l’ammissione tragica che nessuna resistenza può sopravvivere quando un popolo intero viene portato fino al martirio collettivo.
Non c’è nessuna vittoria da rivendicare in questa dichiarazione. C’è, piuttosto, la fotografia di un’organizzazione ormai schiacciata, isolata, priva di strategia, ridotta a cercare una tregua per salvare i resti della popolazione e forse se stessa. C’è, soprattutto, la conferma che in Palestina non si combatte più un conflitto tra due soggetti politici o militari, ma si consuma una guerra unilaterale di sterminio, in cui una delle parti dispone dell’intera superiorità tecnologica, logistica e diplomatica mondiale, e l’altra non ha più nulla, se non i propri cadaveri da seppellire.
Ma ridurre la questione palestinese alla disperazione di Hamas sarebbe un errore di prospettiva, perché ciò che avviene oggi a Gaza, con le sue decine di migliaia di morti, la fame usata come arma, le città rase al suolo, i profughi respinti nel deserto, non è solo la continuazione della pulizia etnica iniziata nel 1948. È parte integrante di una guerra globale che si sta dispiegando davanti ai nostri occhi, e di cui la Palestina rappresenta solo una delle scacchiere principali.
Questa guerra non ha un’unica dichiarazione di inizio, perché è già iniziata da anni, a bassa intensità e in forma diffusa. Ha preso corpo nel 2014 con le prime tensioni nel Donbass, è esplosa apertamente nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, e da allora si è estesa a tutto l’Est Europa: la NATO che avanza, la Russia che contrattacca, milioni di uomini usati come carne da cannone, interi territori trasformati in zone di addestramento e profitto per i grandi complessi militari-industriali. Nessuna pace è possibile in questo quadro, perché non si tratta di conflitti regionali, ma di una riorganizzazione mondiale dell’imperialismo, che usa ogni focolare per ridisegnare i rapporti di forza.
Dall’Est Europa al Medio Oriente, dal Caucaso al Mar Rosso, dal Sahel al Pacifico, si sta componendo un fronte mondiale di guerra che vede le potenze imperialiste, vecchie e nuove, muovere le proprie pedine per garantirsi risorse, basi, accesso ai mercati, controllo delle rotte e delle popolazioni. La Palestina, in questo schema, è centrale, non per ciò che produce, ma per ciò che rappresenta: un punto geopolitico strategico da controllare militarmente, un laboratorio di repressione e sorveglianza, un esempio da dare a chiunque pensi di resistere. Israele, con il pieno sostegno di USA, Unione Europea e delle monarchie del Golfo, agisce come avamposto armato dell’Occidente, e Gaza è diventata il campo di sperimentazione di nuove armi, nuove tecniche di guerra urbana, nuove strategie di annientamento.
Di fronte a questo, il “piano Trump”, accettato da Hamas sotto minaccia e fame, è una formalizzazione dell’ordine del vincitore. Non garantisce alcuna autodeterminazione, alcun ritorno, alcuna giustizia. È un cessate il fuoco condizionato, funzionale a riorganizzare il controllo della Striscia e a depotenziare ogni forma di opposizione. È una “pace” imposta dall’imperialismo, in cui anche la ricostruzione diventa business per le imprese occidentali e le élite arabe complici.
Ed è proprio qui che entra in gioco il nostro compito. Perché mentre Gaza viene rasa al suolo, e mentre a pochi chilometri da lì si firma l’ennesimo accordo militare tra Tel Aviv e Washington, a Est si combatte in Ucraina una guerra per procura che minaccia l’intero continente, si riaccende il conflitto in Nagorno-Karabakh, si militarizzano i porti del Mediterraneo, si preparano nuove guerre in Africa e nel Pacifico. La guerra mondiale non è una previsione, è già la forma presente della lotta tra blocchi capitalistici in crisi, e l’umanità proletaria ne sta pagando il prezzo, ovunque, nei salari che calano, nei prezzi che aumentano, nelle spese militari che esplodono, nelle leggi speciali che reprimono ogni dissenso.
Non possiamo più raccontare Gaza come se fosse un caso isolato, o l’Ucraina come se fosse una guerra tra “buoni e cattivi”, o l’Africa come se fosse solo un continente instabile. Il quadro è uno solo: il capitalismo globale, per sopravvivere alla sua crisi, sta scivolando in una nuova fase di guerra sistemica. E, come sempre nella storia, saranno i proletari a morire per gli interessi dei padroni.
In questo contesto, parlare di pace ha senso solo se significa organizzazione rivoluzionaria e internazionalista. Nessuna diplomazia, nessun compromesso scritto nelle capitali imperiali potrà mai garantire pace, libertà o giustizia ai popoli oppressi. Solo un fronte di classe internazionale, capace di legare la lotta contro la guerra alla lotta contro il capitale, potrà spezzare la spirale della barbarie.
Il martirio palestinese non è il simbolo di una sconfitta, ma il monito di ciò che accade quando la solidarietà rivoluzionaria internazionale non c’è, quando i popoli vengono lasciati soli davanti alla macchina da guerra. Oggi tocca a loro, ma domani toccherà ad altri, e toccherà anche a noi.
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