Pubblichiamo di seguito una riflessione di M. Gangarossa sull’attuale movimento contro il genocidio a Gaza, e due volantini di organizzazioni internazionaliste che, pur con approcci diversi, si pongono il problema di andare oltre la pur sacrosanta indignazione e dar vita ad una lotta comune dei proletari, in Europa e nel mondo, contro le guerre connaturate al capitalismo in questa fase di crisi mondiale.

Guardare la luna non il dito, di Mario Gangarossa

C’è una rivolta spontanea e di massa contro gli effetti di una guerra che è vissuta come odiosa e inumana.

C’è l’empatia per le vittime e il disprezzo e la rabbia verso i responsabili di quello che è sentito come un insensato massacro.

C’è la generosità di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi la loro ingenua e idealista voglia di giustizia.

C’è il disagio prodotto dal disastro economico.

La paura per il presente e per il futuro.

I movimenti nascono nel momento in cui si identifica un nemico comune e una prospettiva sulla quale riconoscersi.

Gaza è stato il catalizzatore. Come fu il Vietnam per la mia generazione.

E ovvio che le mille soggettività che scendono in piazza lo fanno nelle forme a loro note.

Inseguono feticci e suggestioni.

La “resistenza” che non è quella che in realtà c’è ma quello che immaginano dovrebbe esserci.

Il “diritto internazionale” che è l’utopica aspirazione a un mondo ordinato di pace.

Il restare umani contro chi vuole farci piombare nella barbarie.

C’è disordine, come c’è sempre nelle situazioni reali che non seguono schemi prefissati e che nascono dall’evolversi di una infinità di fattori, dall’esplodere di contraddizioni grandi e piccole.

Un movimento immaturo certo, ma si diventa maturi dentro un processo.

Si impara lottando.

Dentro quel processo si può anche finire “ammazzati nella culla”.

Ma noi questo percorso oggi non possiamo prevederlo ne immaginarlo.

Siamo dentro una guerra che trasforma le coscienze con una velocità inimmaginabile.

E in guerra ogni movimento sia pure confuso e contraddittorio diventa eversivo.

Cosa che il governo è il caravanserraglio dei propagandisti dell’ economia del riarmo hanno capito benissimo.

Ne sono prova le loro reazioni isteriche, le minacce di usare la mano forte e il clima di guerra civile che si vuole instaurare.

C’è anche la corsa affannosa dei ceti politici, nati negli anni della palude e di quella palude, fatta di pace sociale all’interno e coesistenza sul ricatto all’esterno, espressione.

Corsa a metterci il cappello, a provare a guadagnarci qualche tessera e qualche voto.

La cosa peggiore che possiamo fare e lasciarci coinvolgere nelle guerricciole fra i bottegai della politica che nella loro miopia immaginano di poter “dirigere” il movimento reale e ricondurlo dentro logiche compatibili con la prassi seguita negli anni della “pace”.

L’elettoralismo, il sindacalismo, l’opportunismo, l’antagonismo velleitario e massimalista.

L’altra cosa forse ancora più nefasta sarebbe lo starsene alla finestra a guardare, pontificando, e dopo aver fatto l’esame del sangue delle sue componenti, enucleato con puntigliosa precisione tutti i suoi limiti, decretarne l’inevitabile fine, il suo “destino” di movimento effimero condannato a rifluire.

Fra i mestatori e le prefiche dobbiamo provare a ricostruire l’intervento politico dei comunisti.

Dare gambe e voce alle cose che ci raccontiamo da anni nei nostri circoli carbonari.

Dobbiamo starci dentro questo movimento e dentro portarci i barlumi di consapevolezza che ci definiscono e ci caratterizzano.

Con pazienza e determinazione.

Passare dal “liberiamo la Palestina” a “liberiamo il mondo intero dallo sfruttamento e dalla guerra” non è compito da poco e su quel terreno che dobbiamo spendere le nostre scarse energie.

Gaza non è che un episodio. Ce ne saranno altri forse perfino peggiori.

Guardiamo la luna non il dito.

Nel 1914 gli studenti scendevano in piazza invocando l’intervento nel conflitto che fino allora ci aveva risparmiati. Manifestavano per la guerra.

Nel 1940 le piazze italiane applaudivano alla guerra del duce.

La guerra che si prepara e si allarga a macchia d’olio non gode del consenso della maggioranza della popolazione.

E da questo che dobbiamo partire.


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