La Rosa de Foc, la capitale catalana, probabilmente non è più né la città “capitale delle barricate” di engelsiana memoria, né la “Mecca dell”anarchismo” della prima metà del secolo scorso. Ma, nonostante le metamorfosi turistico-commerciali, conserva ancora numerose tracce del suo glorioso passato “insumiso”. Non per caso è stata uno dei porti di partenza della Sumud flotilla verso Gaza. Nel tardo pomeriggio, mentre passo per le ramblas diretto alla manifestazione delle 19 in Plaça Catalunya, vedo una decina di attivisti pro Pal, con un paio di bandiere palestinesi, improvvisare un presidio di protesta davanti al supermercato Carrefour. Partono i primi slogan inneggianti al boicottaggio di Israele, di Carrefour, di Mc Donald, di Zara. Poche voci stridule, qualche battimano. In due, tre minuti arrivano le telecamere delle TV e, inaspettatamente, Carrefour chiude i battenti. Non si vedono poliziotti. In una decina di minuti il presidio cresce, più o meno spontaneamente. Siamo un centinaio, ora, a battere le mani, fischiare, lanciare slogan (non tutti, almeno da parte mia). Un’altra decina di minuti ed arriva un piccolo corteo con striscioni e bandiere. Verso le 18.15 in presidio è cresciuto: varie centinaia di attivisti (ma anche molti passanti, mi sembra di intuire) bloccano la rambla davanti al Carrefour con la saracinesca abbassata. Dicevo degli slogan. Molti ovviamente condivisibili, contro il genocidio, per il boicottaggio dello stato razzista sionista. Altri un poco infantili e velleitari (tipo “Gaza resiste, Israel no existe”) e alcuni, almeno secondo me, sbagliati, come quello, in arabo, che sostiene che la Palestina è araba, mentre a mio avviso dovrebbe essere un paese laico, non “etnico”, per tutti coloro che la abitano, arabi, ebrei, drusi, armeni, ecc.

Comunque in Plaça de Catalunya ci sono già migliaia di persone alle 19, quando è previsto l’inizio del corteo. Molte bandiere palestinesi, ovviamente, e qualche bandiera rossa, soprattutto dei sindacati conflittuali. Una sola bandiera rossonera, il che è un po’ strano, in una città che, se non è più la Mecca degli anarchici, mantiene ancora una discreta presenza libertaria. Altra sorpresa: nessuna bandiera catalana, neppure di quelle con la stella rossa. Le circa 10 mila persone che partecipano al corteo sono in gran parte giovani e giovanissimi, anche se non mancano i “vecchi”, protagonisti delle lotte degli anni 70 e 80. Anche gli spezzoni organizzati (come quello della Cgt anarcosindacalista) portano solo bandiere palestinesi. Una scelta comprensibile, anche se abbastanza strana per degli anarchici, storicamente internazionalisti al 100%. La stragrande maggioranza dei partecipanti sembra europea con relativamente pochi immigrati, almeno a giudicare dell’abbigliamento e dall’aspetto fisico. Qua e là si notano donne con l’hijab. L’unico “abbigliamento” comune è la classica kefiah, che quasi tutt* indossano orgogliosamente. Gli slogan sono simili a quelli sentiti sulle ramblas mezz’ora prima. E molti, barcellonesi e turisti, applaudono e scattano foto lungo il percorso. In definitiva una grossa manifestazione, seppur non paragonabile a quelle oceaniche dei tempi del movimento altermondialista o del 2017/18, in pieno movimento indipendentista.

Flavio Guidi


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