Quando ero un giovane ed inesperto militante, mi sembrava che definirmi come “comunista” bastasse ed avanzasse perché i miei interlocutori capissero da che parte stavo. L’aggiunta di “rivoluzionario”, aggiunta verso i 15/16 anni, mi serviva a far intendere che non ero del PCI, ma della sinistra “rivoluzionaria”. Un po’ più tardi, verso i 18-19 anni, mi premuravo di chiarire che ero un “comunista antistalinista”, visto che non solo il PCI, ma buona parte dell’estrema sinistra (a partire dal MS-MLS e dai vari gruppi “marxisti-leninisti”) non aveva rotto col “piccolo padre” georgiano, che a me faceva già schifo allora. E, mano a mano che il tempo passava, i miei distinguo diventarono sempre più numerosi. Oggi come oggi, dopo che sono venuti al pettine i nodi dei disastri combinati da troppi “comunisti” (le virgolette sono d’obbligo), quando sento qualcuno che si definisce comunista, sento il bisogno di fargli una montagna di domande. Cosa vuol dire essere “comunisti” oggi? Per qualcuno basta essere “critico” verso il capitalismo e il dominio delle multinazionali, soprattutto “occidentali”. Ma pure il papa, o i vari leader religiosi delle molteplici superstizioni religiose sparse per il mondo (e pure molti partiti e gruppi dell’estrema destra, che si percepiscono come portavoce della piccola borghesia) lo sono, almeno a parole. Per altri (spesso gli stessi di cui sopra) vuol dire essere favorevoli al ruolo centrale dello Stato nella gestione dell’economia. Ma anche qui sono in “buona” compagnia, se guardiamo alle “teorie” (a volte anche applicate, in parte, pure in pratica) dei vari fascismi, a cominciare dai nazisti hitleriani. Per non tediare ulteriormente i pochi lettori con un lungo elenco di “terreni comuni” con le più variegate forze politiche e religiose dell’intero pianeta, veniamo al dunque, un “dunque” quasi sempre condiviso dal 99% dei “comunisti” (esclusi i “nazional-comunisti” rossobruni, ovviamente, che a mio avviso sono solo una variante del fascismo). E cioè l’internazionalismo. Comunisti vuol dire quindi essere anticapitalisti e…internazionalisti. Benissimo. Ma in cosa consiste questo benedetto internazionalismo? Per qualcuno, dal palato facile, è sufficiente sostituire la Gaza Cola alla Coca Cola, o firmare on line gli appelli di Amnesty International o di Emergency o di Medici senza frontiere. Per molti altri, probabilmente più radicali, è scendere in piazza “a fianco del popolo palestinese”, o “per il Rojava”, o “per il Chiapas zapatista”, o per le “donne in Iran”, o contro l’embargo a Cuba. Tutte cose ottime e condivisibili (anche se ci sarebbero molti chiarimenti da fare, tipico da chi, come me, ha il palato difficile), soprattutto se la “compagneria” di cui sopra lo facesse per TUTTE queste cause, senza selezionare a seconda della convenienza di schemi geopolitici da “ONU dei poveri”. Ma anche in questo caso non mi basta. Credo che essere internazionalisti, oggi come ieri, voglia dire avere un progetto comune per tutti i proletari, per tutti gli sfruttati e gli oppressi del pianeta. Un progetto che, pur non ignorando le differenze etno-linguistiche, cultural-religiose e quant’altro, differenze che attraversano la nostra classe, dall’Europa alla Cina, dalle Americhe all’India, dalla Russia all’Ucraina, dalla Palestina all’Iran, eviti con cura di gettare benzina sul fuoco di queste “differenze”, usate da sempre dalle classi dominanti (dall’antichità schiavista fino all’attuale tardo-capitalismo) per dividere e comandare. Riuscendoci quasi sempre, purtroppo. Un progetto che ci abitui a ragionare e a lottare come reparti, diversi se vogliamo, della stessa classe, quella di chi, in questa lotta, non ha che da perdere le proprie catene. E che punti, superando uno storico “intervallo d’arretratezza”, a dotarci dell’unico strumento, già individuato dai “padri fondatori” (da Marx a Bakunin), come strumento dell’emancipazione proletaria, e cioè l’Internazionale. Fino a quando sentirò dei “compagni” usare la prima persona plurale per parlare di “Occidente”, o di “paesi ricchi”, o di “Italia”, o di “Europa” e chi più ne ha più ne metta, sentirò questo disagio direi quasi esistenziale, segno di una sconfitta culturale (e politica) che l’avversario di classe ha saputo imporci. Perché la solidarietà internazionale è una componente fondamentale dell’internazionalismo, ma non lo sostituisce, se è vissuta con quello spirito “caritatevole” (magari condito coi sensi di colpa) che ha più a che fare con la cultura cristiana (o musulmana, o di ogni vattelapesca religiosa) che con il comunismo. So anche troppo bene che il mio (il nostro) gridare che “Il proletariato NON ha nazione” cambia pochissimo le cose (e forse non le cambia per nulla). Ma almeno so che non ho aggiunta nemmeno una minuscola goccia di benzina, cosciente o incosciente, all’incendio nazionalista e guerrafondaio che sta portando il mondo verso la catastrofe.
Flavio Guidi
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