Ho esitato a lungo prima di scrivere questo articoletto, legato alle cerimonie statali e parastatali per ricordare la morte di un giovane attivista neofascista, Sergio Ramelli, ucciso per errore (“omicidio preterintenzionale” lo definì la corte) 50 anni fa a Milano da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia. Pochi giorni prima, sempre a Milano, era stato assassinato dai fascisti un giovane compagno, Claudio Varalli, e il giorno dopo era stato ucciso dai carabinieri un altro giovane compagno, Giannino Zibecchi. Io, che all’epoca militavo in Avanguardia Operaia, ricordo abbastanza bene quei giorni della seconda metà di aprile del 1975. Ricordo il clima politico, ricordo che “piangevo” i nostri morti, ed ero sostanzialmente indifferente ai “loro” morti. Quel “loro” sta soprattutto per “fascisti”, ma per me, giovane militante che cantava “Morti di Reggio Emilia” e che già aveva visto alla TV cos’era successo ad Avola o Battipaglia, erano anche i pochi morti delle cosiddette “forze dell’ordine”, a meno che non fossero vittime, come l’agente Marino, dei colpi di quelli che io consideravo i loro “colleghi non ufficiali”, cioè i fascisti. Prima di continuare con questa piccola riflessione, do una serie di dati, tratti dai miei articoli di cinque anni fa, intitolati Per non dimenticareUn malinconico Primo Maggio (che chi è interessato troverà sul blog), in cui parlavo dei compagni uccisi dopo il 1948 (escludendo quindi, per esempio, Portella delle Ginestre, 1° maggio 1947).

  • Nel triennio 1948-1950 vengono uccis* 78 compagn*, 67 dalle “forze dell’ordine” e 11 da “irregolari” (guardie private e mazzieri della mafia).
  • Tra il 1951 e il 1960 i morti “nostri” sono 24, tutti uccisi dalle “forze dell’ordine”
  • Tra il 1961 e il 1968 sono 18 (17 dagli uomini in divisa e uno, Paolo Rossi, dai neofascisti)
  • Tra il 1969 e il 1979 sono 96, dei quali 72 assassinati dai fascisti (comprese le stragi di stato).
  • Tra il 1980 e il 1999 sono 103, tutti assassinati dai fascisti (coi NAR a farla da “padroni”).
  • Tra il 2000 ed il 2020 sono due: uno dai carabinieri (Carlo Giuliani) e l’altro dai fascisti (Dax).

In totale 321 morti, dei quali 188 uccisi dai fascisti. Come si nota facilmente, mentre tra il 1948 e i primi anni Settanta sono soprattutto poliziotti e carabinieri ad essere responsabili delle uccisioni, a partire dalla strage di Piazza Fontana gli esecutori degli omicidi e delle stragi sono soprattutto i neofascisti, arruolati come manovalanza dagli apparati dello stato italiano e/o dalla NATO (vedi Piazza Loggia). Lascio le spiegazioni di questo mutamento di responsabilità ad altri. Qui mi limito alla semplice constatazione che, quando Ramelli viene ucciso, siamo in pieno “rigurgito” fascista. Mentre poliziotti e carabinieri sembrano diventare sempre meno “aggressivi” mano mano che ci si allontana dal dopoguerra (nel ventennio 1980-2000 nessuna vittima mortale, esclusi i militanti delle organizzazioni armate – che non ho considerato qui, limitandomi alle vittime durante le manifestazioni di massa o alle stragi indiscriminate -) quelli che, ai nostri occhi, erano i “camerati” di Ramelli, erano i protagonisti assoluti dello stillicidio di aggressioni, ferimenti, uccisioni, bombe nelle piazze o nelle stazioni. Con questo non voglio assolutamente giustificare umanamente (e forse neppure politicamente) la politica “dell’occhio per occhio, dente per dente” praticata da molti di noi (tra i quali il sottoscritto) in quegli anni. Soprattutto nei casi dei famigerati “cucchini” notturni, una pratica di “vendetta proletaria” che, vista col senno di poi, di proletario aveva assai poco. Il fatto che avessimo 18 o 20 anni, con conseguente immaturità e tendenza rissosa da ragazzotti adolescenti, sicuramente costituisce un’attenuante. E l’altra attenuante è l’evidente sproporzione numerica tra i “nostri” morti e i “loro”. E un’ultima attenuante era la disparità di trattamento dei colpevoli, veri o presunti, da parte della polizia e della magistratura. Mentre i compagni finivano in galera per un nonnulla (a noi, per lo meno, sembrava tale), i neofascisti se la cavavano (vedi il caso bresciano del bombarolo Kim Borromeo, rilasciato poco dopo l’attentato al PSI del 1973 e catturato pochi mesi dopo con un carico di tritolo) con pene irrisorie o con “assoluzioni per mancanza di prove”. E la mancanza di un numero consistente di imputati condannati per le varie stragi fasciste e di stato tra il 1969 e il 1980 dovrebbe ancora oggi costituire elemento di riflessione. Tutto questo non per chiedere una specie di “assoluzione postuma” per alcuni eccessi ed errori, tantomeno ad uno stato che ha quasi sempre parteggiato per i neofascisti contro i “sovversivi” che ne minacciavano il rovesciamento (lo stato borghese si abbatte, non si cambia, gridavamo). Ma per affermare che non mi sento oggi di rivendicarla politicamente. Sono, da comunista libertario, contro la pena di morte (e l’ergastolo). E nessuno ha il diritto (né lo stato, né “il partito” o qualsiasi altra “struttura”) di condannare a morte chicchessia. Non sono un pacifista, un non-violento. Anche se non amo la violenza, l’esperienza storica dimostra che essa percorre non solo la storia delle classi dominanti (che ne fanno un uso sistematico e spesso spietato) ma anche, seppur con minor sistematicità, delle classi sfruttate ed oppresse. E, come diceva il vecchio Marx, è “levatrice della storia”. Ma da qui a mitizzarla, rendendola sinonimo di “rivoluzionarietà” (come facevamo in molti a 18 anni) ce ne corre. Il bisturi può essere indispensabile a togliere un cancro, ma fa male, malissimo. E se è possibile ricorrere il più possibile ad altre cure, molto meglio. E se c’è da togliere un melanoma dalla spalla, meglio evitare di tagliare l’intero braccio. Se la violenza è un comportamento di massa (come nelle rivolte e rivoluzioni di ieri e di oggi) trova una sua giustificazione storica, politica e morale. Molto meno se ad “alzare il livello dello scontro” sono dei gruppi più o meno autoproclamatisi avanguardie. Come sosteneva Rosa Luxemburg, non bisogna dimenticare che anche l’avversario di classe è un essere umano, e l’uso della violenza nei suoi confronti va misurato anche su questo criterio. Ritengo, ancor oggi, per evitare equivoci, che l’autodifesa da un’aggressione da parte di chiunque (con o senza divisa) sia legittima e necessaria. E che sia un’illusione credere che, nel caso alle classi dominanti serva la manovalanza fascista, debba essere questo stato, espressione di quelle classi, a “difenderci” dal fascismo, “legale” o illegale. Fare diventare coscienza diffusa, di massa, queste idee, è la scommessa, il modo migliore per evitare che, di fronte alle aggressioni neo-post-cripto fasciste, si passi per la scorciatoia (illusoria) della “vendetta rivoluzionaria” ultra-minoritaria.

FG


Scopri di più da Brescia Anticapitalista

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.