Negli ultimi giorni si è parlato, sui giornali locali e non solo, dell’uscita del sindaco di Maclodio, esponente del neofascismo locale, ahimè rieletto come sindaco del paesello bassaiolo (1500 abitanti scarsi). Il personaggetto (rubo a Crozza-De Luca) in questione si rifiuta di “festeggiare” il 25 aprile perché lo ritiene “divisivo”, stravolgendo la “Festa della Liberazione” (dal fascismo, è bene aggiungere sempre, visto che la memoria collettiva è ormai spesso paragonabile a quella del pesce rosso che gira nelle stessa sfera d’acqua convinto di nuotare nell’oceano). Ovviamente attirandosi gli strali non solo dell’opposizione locale e nazionale, ma pure le tiratine d’orecchia dei suoi sodali post, neo, cripto-fascisti, che stanno sudando sette camicie per sembrare “democratici” e incappano, un giorno sì e l’altro pure, in loro esponenti così poco saggi ed accorti da sfoderare ad ogni pie’ sospinto saluti romani, canti pseudo-goliardici, bandierine e straccetti tricolor-fascisti. E mettendo in imbarazzo i caporioni (a cominciare dalla ducetta di palazzo Chigi) che si sforzano di essere ammessi nel salotto buono della borghesia simil-liberale. Da molti gli viene rimproverato una specie di delitto di “lesa maestà” patriottico-resistenziale, ritirando fuori il concetto di “guerra civile”, invece di “secondo Risorgimento”, “guerra di liberazione nazionale”, ecc. Il problema è che, dal suo punto di vista (opposto e complementare al mio), ha ragione. La Resistenza, come ha giustamente scritto Claudio Pavone (storico e partigiano) oltre 30 anni fa, è stata sia “guerra di liberazione nazionale” (contro l’invasione tedesca nel centro-nord), sia guerra civile (tra italiani fascisti e italiani antifascisti), sia guerra di classe (tra proletari e borghesi). A suo tempo la cosa suscitò un certo scandalo, soprattutto nella sinistra istituzionale, perché la lettura a cui erano affezionati PCI e PSI (ma pure DC e satelliti vari) era quella, comoda per chi “non aveva solo le catene da perdere” (e molti non avevano nessuna catena), della “guerra contro l’invasore straniero”. Ma è storicamente assodato che la visione di Pavone (e di molti altri) è quella più vicina al vero contenuto del conflitto in Italia tra l’autunno 1943 e la primavera del ’45. Solo che, caro sindaco di Maclodio, la “guerra di liberazione” e la “guerra civile” voi le avete perse, e gli antifascisti le hanno vinte, e dovete farvene una ragione. Purtroppo non è andato così per la terza, quella guerra di classe che per me resta l’unica per cui val la pena di combattere. Proprio per questa nostra sconfitta voi siete ancora in giro per l’Italia a dire e scrivere le vostre stronzate. E siete pure tornati sul ponte di comando (ammesso e non concesso che foste stati davvero tagliati fuori durante la cosiddetta “prima” Repubblica). Comunque, se volete commemorare, insieme ai morti antifascisti, pure i “vostri” morti (come lei ha pubblicamente dichiarato), cioè gli aguzzini nazifascisti e i loro scagnozzi, fatevelo da soli. Per noi, rivoluzionari comunisti, “sovversivi” senza patria, la cosiddetta “memoria condivisa” che invocate, che dovrebbe seppellire i “rancori”, è semplicemente l’ennesima reincarnazione del “Franza o Spagna, basta che se magna”. Quando voi pensate a Piazzale Loreto, pensate al duce e ai suoi sodali appesi a testa in giù. Quando ci pensiamo noi, pensiamo ai 15 partigiani assassinati dalla “Muti” il 10 agosto del ’44. Da condividere non c’è nulla. Continuate a farci schifo!
Flavio Guidi
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