Un cielo grigio e il vento freddo proveniente dal Mare del Nord mi accolgono in questa cittadina belga che ospita il XVIII congresso mondiale della Quarta Internazionale. Stesso cielo, stesso vento, alla mia partenza, quattro giorni dopo. Mentre raggiungo la sede del congresso maledico, bonariamente, il Bureau della Quarta: perché non fare il congresso nella penisola iberica (magari in Andalusia) o in Grecia, davanti al Mediterraneo? Ma l’asse Parigi-Bruxelles-Amsterdam è da decenni l’asse centrale della Quarta, e devo farmene una ragione. Quasi tutti i delegati, provenienti da 48 paesi, in rappresentanza di 63 organizzazioni, tra sezioni “ufficiali” e organizzazioni simpatizzanti, sono già presenti al mio arrivo, domenica 23 febbraio. La sala è già piena: a occhio e croce almeno 250 persone, compresi quelli, come me, che sono “invitati” ma non delegati. Riconosco alcuni visi noti, come quello di Olivier Besancenot, di Daniel Tanuro, di Franisco Louça, già capogruppo parlamentare del Bloco de Esquerda portoghese, di Janek Malewski, del deputato irlandese Paul Murphy, dell’ex eurodeputato di Anticapitalistas Miguel Urbán, del direttore di Jacobin in castigliano, l’argentino Martin Mosquera, oltre ai compagni (molti dei quali amici) che ho incontrato nella mia lunga militanza in Italia, Belgio, Inghilterra, Catalogna e Francia. Il dibattito verte soprattutto sul “Manifesto eco-socialista” (che occuperà i primi due giorni), sul problema della corsa agli armamenti e sulle guerre (in particolare quella russo-ucraina e in Palestina) ed infine sulla situazione brasiliana. Su queste ultime due questioni la discussione è accesa, viste le acute divergenze emerse negli ultimi tre anni. Sull’Ucraina la contrapposizione tra chi pensa che l’aspetto dell’autodeterminazione del popolo ucraino (visto come un popolo storicamente “colonizzato” dall’imperialismo russo e tuttora minacciato di colonizzazione) sia quello determinante, e coloro che sottolineano soprattutto il carattere inter-imperialista del conflitto (con conseguente appello al disfattismo rivoluzionario bilaterale) è molto netta. Da un lato soprattutto la maggioranza delle delegazioni francese, britannica, belga, danese, olandese, ucraina e russa. Dall’altro soprattutto la maggioranza delle delegazioni spagnola, tedesca, italiana, greca e svedese. I latinoamericani sembrano più orientati verso la seconda posizione, a giudicare dagli interventi, così come il delegato nordamericano, ma si saprà solo alla fine, quando si voterà, mentre altre delegazioni, come quella portoghese, sembrano equamente suddivise. L’ago della bilancia sarà certamente costituito dalle delegazioni asiatiche (in particolare filippina e pakistana) che hanno molti delegati ma che, nel dibattito su questa questione, non si sono espresse.

Anche sulla situazione dell’Internazionale in Brasile c’è un’accesa discussione: il problema centrale è la richiesta dei compagni del MES (Movimento de Esquerda Socialista), una grossa organizzazione che ha un ruolo centrale nel PSOL (il più grande partito della sinistra radicale brasiliana) di essere ammessi come sezione “ufficiale”, dopo circa 15 anni di statuto di “simpatizzanti” (con diritto di partecipare ed intervenire in tutte le istanze internazionali, ma senza diritto di voto). Sembrerebbe facile, vista la tradizione di apertura della Quarta. In realtà l’ostacolo è costituito dal fatto che la maggioranza dell’attuale sezione brasiliana “ufficiale” (costituita da 5 diverse correnti!) non è d’accordo. E lo statuto della Quarta, da molti decenni refrattario alla centralizzazione e al rischio di autoritarismo delle istanze dirigenti, permette un diritto di veto alle sezioni nazionali sulle questioni riguardanti il proprio paese. Detto in parole povere, sul Brasile decidono i brasiliani. L’Internazionale può al massimo, dare dei consigli. Il dibattito, quindi, che comincia oggi e finirà domani con le votazioni, si preannuncia vivace. A giudicare dagli oltre 140 interventi che ho ascoltato (nelle tre lingue ufficiali del congresso, cioè francese, castigliano e inglese) la Quarta, nonostante il peso numerico degli asiatici (filippini, pakistani, cinesi, srilankesi, ecc.), resta ancora principalmente euro-latinoamericana: circa il 60% degli interventi sono stati di europei (in particolare dell’Europa occidentale), circa il 30% di latinoamericani (in particolare brasiliani, argentini e messicani) e solo il 10% degli altri continenti. Debole soprattutto la presenza africana, limitata sostanzialmente alle delegazioni marocchina e algerina e nordamericana. Uno dei pochi interventi applauditi (la presidenza aveva invitato ad evitare gli applausi per non allungare i tempi) è stato quello della compagna palestinese, militante del Gruppo Comunista Rivoluzionario del Libano, per comprensibili motivi. La parte aperta del congresso è finita ieri sera con una grande festa, con musiche e danze brasiliane, pakistane (in particolare del Baltistan, provincia himalayana da cui proveniva il delegato del Kashmir), caraibiche (i delegati di Puertorico hanno coinvolto attempat* militanti con la salsa) e greche (che hanno coinvolto molte decine di compagn* in cerchio, nonostante la refrattarietà iniziale della delegazione greca, che ci ha detto che il sirtaki non è un ballo tradizionale). E poi rock, ovviamente. Ed alla fine la nostra Bella Ciao, accolta da noi italiani con sollievo, visto che temevamo ci proponessero la tarantella! E, ovviamente, l’Internazionale in tutte le lingue. Perché, come diceva Lenin oltre un secolo fa, quando un operaio cosciente, in un paese straniero, sente l’Internazionale, capisce di trovarsi a casa sua.

Flavio Guidi


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