Ed eccoci di nuovo a “ricordare” la stucchevole giornata dedicata al “ricordo” degli infoibati. Come tutti sanno, non tutti gli infoibati. Quelli infoibati dai nazifascisti non sono contemplati nel “ricordo”, ovviamente. Per gli eredi, più o meno confessi, dei carnefici fascisti durante il ventennio del potere littorio (sia nella versione “soft” 1922-25, sia in quella “hard” 1926-43, sia in quella “horror” 1943-45) non contano i 350 mila (secondo altri storici 500 mila) jugoslavi trucidati, in grandissima parte tra il 1941 e il 1945, dagli “eroici” assassini stupratori in camicia nera o in grigioverde comandati dal criminale di guerra Roatta. Contano le svariate centinaia di “italiani” (in gran parte gerarchi e militari fascisti) giustiziati (nell’estate del ’43 in modo sommario) dagli jugoslavi. D’altra parte non era stato Mussolini a dire che 500 mila slavi non valevano 50 mila italiani? I solerti criminali tricolorati andarono oltre il rapporto di uno a dieci. Anche volendo accettare le fantasiose cifre di fonte fascista (che parlano addirittura di 7 mila morti) siamo minimo al rapporto di uno a 50 o uno a cento. Questo ovviamente non giustifica gli abusi e le violenze gratuite (per quanto pagliuzze rispetto alle travi) che ci sono state, sia durante la rivolta popolare incontrollata dell’estate ’43 sia, in minor misura, durante i famosi 40 giorni della primavera del ’45. Comunque molto è già stato scritto anche su questo blog ed è inutile ripetere analisi ben più approfondite, che chi vuole può trovare facendo una ricerca sulla pagina iniziale del blog (scrivendo, per esempio, “infoibati”). Oggi voglio commentare l’indignazione che ha scosso i sensibili cuori della destra patriottarda per lo “sfregio” al monumento eretto presso la foiba di Basovizza. Devo dire che anch’io ho provato un certo sconcerto. Ma per i motivi opposti a quello degli eredi del regime nazional-fascista. Ciò che non mi è piaciuto non è certo il “Morte al fascismo, libertà ai popoli”, bellissimo slogan delle formazioni partigiane guidate da Josip Broz “Tito”. Ma è stato quel “Trieste è nostra”, scritto in sloveno. Capisco perfettamente che, dopo oltre un secolo (dal 1918) di bombardamento (purtroppo non solo retorico) dei cialtroni patriottardi sabaudo-fascisti (con qualche sbavatura pure a sinistra, come tra i repubblicani o i sindacalisti rivoluzionari) sulla cosiddetta “italianità” di Trieste (dimenticando le decine di migliaia di triestini sloveni, croati, serbi, austro-tedeschi, ungheresi, ecc.) ti prudano le mani e ti venga voglia di mandare tutti gli italioti a quel paese, prendendo una bomboletta e rivendicando la “slavità” di Trst-Trieste. Comprensibile, ma non giustificabile. Né in senso storico, né politico. Proprio questo veleno nazionalista, condiviso dalla destra italiana, jugoslava, tedesca, magiara, ecc. è all’origine della tragedia che colpisce queste terre da 110 anni (ed anche prima). Anzi, è all’origine di quasi tutte le tragedie degli ultimi 150 anni, in Europa come nel resto del mondo. Ed ha avvelenato anche la lotta partigiana jugoslava, come dimostrano parzialmente le stesse foibe del ’43 e ’45, e la storia della Jugoslavia post 1918 (che abbiamo imparato a conoscere bene di nuovo alla fine del XX secolo). No, cari “compagni” sloveni che avete fatto quelle scritte: Trieste non è né vostra, né italiana, né austriaca, ecc. Trieste è innanzitutto una città di tutti coloro che ci vivono, compresi i senegalesi o i pakistani arrivati negli ultimi 30 o 40 anni. Ed è poi una città d’Europa, quindi del pianeta Terra. Perché nostra patria è e resterà il mondo intero!

AMATO PAZZI


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