di Paolo Selmi

Pubblichiamo l’introduzione, ad opera dello stesso autore, dell’ultimo libro di Paolo Selmi, “La Cina e il 1989, fra linee di continuità e di discontinuità”. L’autore, profondo conoscitore della storia cinese, aveva già pubblicato un interessante saggio sullo pseudo-marxismo di Mao, intitolato “Il substrato confuciano e tradizionale del “marxismo” di Mao Zedong”

Il 1989 rappresentò per la giovane Repubblica popolare cinese un momento cruciale. I fatti accaduti dentro e fuori dal confine imposero alla dirigenza del partito comunista ora accelerazioni a tendenze preesistenti, ora veri e propri cambiamenti di rotta: il risultato però non fu l’inizio della fine, come accadde per i partiti comunisti d’Occidente, ma uno dei tanti momenti di una metamorfosi, che affonda le proprie radici prima della nascita della Repubblica popolare e che è tutt’ora in corso. E’ importante questa chiave di lettura, dal momento che consente di mantenere una visione d’insieme che abbraccia gli ultimi due secoli e di cui i singoli episodi corrispondono a ele- menti di un processo ben più complesso e non riducibile entro schemi pre- concetti. Tuttavia, a vent’anni di distanza è possibile apprezzare quanto ef- fettivamente sia mutato e quanto no, sotto ogni punto di vista. Il presente lavoro non intende soffermarsi eccessivamente sulla cro- nologia di quanto accadde in quell’anno, né riproporre le tappe precedenti e antecedenti la vertiginosa crescita economica cinese che di lì a quattro anni avrebbe modificato le fondamenta del modo di produzione del Paese di Mezzo. Tale studio richiederebbe ben altre energie e probabilmente non solo non si esaurirebbe nello spazio di una pur breve monografia, ma rischierebbe di risultare incompiuto: non pochi coni d’ombra e punti da chiarire, tipici di qualsiasi tragico evento relativamente recente e controverso, si celano infatti dietro le versioni ufficiali e le ricostruzioni di visione opposta, entrambe arricchite di volta in volta di particolari sempre nuovi e ricchi di implicazioni tese a stravolgere il quadro complessivo dato (1) . Inoltre, l’enfasi sulle cosiddette “dietrologie”, se da un lato permette di evidenziare appieno le responsabilità personali e di gruppi di potere all’interno di una vicenda data o di un complesso di vicende legate fra loro da trame oscure, dall’altro però rischia di spostare l’esercizio della critica su un versante pericoloso, avvallando – di fatto – tesi “plutocraticistiche” o comunque cospiratorie, di qualunque colore esse siano. È convinzione invece di chi scrive che, anche frangenti tragici come quello in oggetto, laddove un ordine male impartito (o male eseguito) può effettivamente fare la differenza e, in precise condizioni di estrema tensione sociale e altrettanto feconda produzione simbolica, condizionare irrimediabilmente l’andamento di un’intera vicenda, l’accento debba essere sempre posto sulle classi subalterne (ebbene, si! anche in un Paese che si continua a definire socialista), coloro che stanno ai remi, per quanto esse siano protagonisti consapevoli piuttosto che invece manipolate, sfruttate mediaticamente, vittime più o meno consapevoli di rese dei conti loro estranee. Tale tesi discende dalla constatazione che chiunque stia al timone, sia che navighi a vista, magari muovendosi nell’ombra per realizzare quanto ha in testa, sia che abbia un progetto più o meno dichiarato di medio o lungo periodo, in qualsiasi caso, a partire dal mantenimento dei rapporti sociali esistenti fino al loro sovvertimento, debba sempre ricorrere a queste classi e al loro consenso, ovvero debba sempre e comunque apparire ai loro occhi, sia esso stesso esposto in prima persona o tramite un suo rappresentante indiretto, come l’interprete più genuino dei propri bisogni e aspirazioni, anche quando in realtà operi poi in tutt’altro modo. In questo senso, ogni suo errore gli potrebbe costare caro. Ciò appare con ogni evidenza proprio in Cina, dove da millenni il Mandato del Cielo o tianming [ 天命], il titolo che conferiva all’Imperatore la legittimazione a governare, era legato a filo doppio alla capacità effettiva del regnante di interpretare tali bisogni e aspirazioni (2) : in caso ciò non fosse avvenuto, il sovrano sarebbe stato un semplice usurpatore (3) e il Mandato del cielo sarebbe stato irrimediabilmente “trasferito” sul futuro fondatore di una nuova dinastia imperiale. Appare quindi chiaro come i cambiamenti in corso in Cina negli ultimi trent’anni siano il frutto condiviso degli sforzi degli at- tuali governanti da un lato, che di tale Mandato hanno sempre inteso mostrarsi gli interpreti più genuini, e dei propri governati dall’altro: rientra, pertanto, in questo quadro la scelta di aprire progressivamente al mercato e alle possibilità di accumulazione, produzione e riproduzione capitalistica non solo come semplici incentivi alla crescita economica e agli investimenti esterni e interni, ma come parte integrante di una nuova società armoniosa (hexie shehui 和谐社会) e del benessere. Per altri versi è sempre dietro l’angolo un rischio, sia per chi non abbia abbandonato del tutto gli strumenti di critica marxistica della società, e a maggior ragione per chi si accontenti già a priori di ripetere l’esegesi storiografica ufficiale di Pechino; rischio dato anche dall’immagine stessa data da un partito che continua a chiamarsi comunista e che parla ufficialmente di “edificazione socialistica” (shehuizhuyi jianshe 社会主义建设): anziché osservare direttamente la Cina con la lente marxistica in quanto metodo critico-analitico, partire invece da un dato già mediato, ovvero dall’accettazione automatica di un’immagine, preconfezionata ad artem da Pechino negli ultimi sessant’anni, infarcita di una terminologia familiare la cui applicazione, in riferimento agli accadimenti storico-sociali degli ultimi due secoli nel Paese di Mezzo, non è tuttavia minimamente posta in discussione. Non ci si deve meravigliare, pertanto, che tale “immagine” porti, da parte di tali osservatori esterni, a conclusioni opposte: chi grida al tradimento della causa e chi, pur di giustificare acriticamente ed ex post ogni scelta dell’attuale dirigenza cinese, non esita a imbarcarsi in arditi paragoni con la NEP leniniana. Come ritrovare allora la bussola? Da cosa partire? Vale la pena citare, a questo proposito, le parole dello stesso Vladimir Ilič, peraltro ben note allo stesso Mao (4) : “La dialettica esige che si tenga conto, sotto tutti gli aspetti, dei rapporti nel loro sviluppo concreto, e non che si afferri un pezzetto di una cosa, un pezzetto di un’altra” (5) . Pertanto, chi scrive è convinto che la storia e i connotati stessi della Rivoluzione cinese non possano essere compresi soltanto con il metro, piuttosto eurocentrico, dell’adesione più o meno formalmente dichiarata o attuata a un percorso ortodosso piuttosto che eterodosso di edificazione socialistica, così come esposto nei manuali di politekonomija su cui si sono formate in Occidente generazioni di comunisti. Sin dalla sua introduzione nel Paese di Mezzo, infatti, il marxismo-leninismo dovette fare i conti con un substrato ideologico preesistente e formatosi nel corso di millenni: in questo senso, la Rivoluzione cinese parte da ben più lontano non solo del 1 ottobre 1949, ma anche del 1 luglio 1921, data di fondazione del GCD (6) . La storia della Cina è costellata nei secoli da rivolte popolari di proporzioni ampissime e guidate dalle ideologie, religioni e utopie più disparate. Millenarismo buddhista o taoista e distribuzione razionale delle terre confuciana, ritorno all’antica età dell’oro dei Re Saggi e proiezione positivistica in un futuro dominato dalla scienza e dalla tecnica, finalmente espropriati del loro contenuto “straniero” e addomesticati entro il costante fluire della Cina di sempre: tutto questo e ancora di più convisse all’interno del cosiddetto “secolo breve”, in un rapido e violento processo di metamorfosi che continua tuttora. Concetti come “Rivoluzione”, “Comunismo” e “Socialismo”, è soltanto alla luce storica di tale composita esperienza fondamentale che possono essere letti: ecco che quindi, parlare di “sinizzazione” ( zhongguohua 中 国化) del marxismo-leninismo, diviene logicamente parlare della loro stessa “traduzione” (che è sempre in misura maggiore o minore “tradimento”) in un contesto extraeuropeo che allo stesso tempo era maledettamente bisognoso di trovare un proprio Dao [ 道] o Via di salvezza, per uscire dalle catene dell’imperialismo straniero. Per questo, il diamat staliniano che i Ventotto bolscevichi rientrati negli anni trenta da Mosca conoscevano a menadito, seguì la stessa tragica sorte dei suoi profeti. Per questo, il pensiero composito ed eclettico di un capo comunista dello Hunan, che leggeva la guerra, la rivoluzione e la costruzione di una nuova società in maniera totalmente diversa dai suoi stessi compagni ideologicamente più formati, depotenziando, in certi casi svuotando, la terminologia marxistica del proprio significato e contesto originario e riempendola di significati tratti dall’utopia rivoluzionaria cinese, fu lo strumento teorico con cui conquistò prima l’egemonia nel partito e infine condusse il Paese all’unità e alla vittoria sui nemici interni ed esterni. Tale risultato, tuttavia, ebbe un suo prezzo: un’idea diversa di rivoluzione, un’idea diversa di socialismo, un’idea diversa di comunismo. Il “marxismo-leninismo-Pensiero di Mao Zedong” non fu il marxismo arricchito di un nuovo sviluppo, così come un ragionamento apparentemente dialettico, ma in realtà decisamente meccanicistico nel proprio incedere, sarebbe portato a ritenere. Si trattò, piuttosto, di una struttura ideologica che, pur mutuando lessico e formule dal bagaglio terminologico marxistico, di fatto lo riformulò sin dagli anni Venti e Trenta in maniera del tutto diversa, decontestualizzando e collocando i vari tasselli su intelaiature che non riproducevano gli stessi disegni originali, ma che bensì rispettavano distanze e composizioni antiche (7). Quest’opera, svolta più o meno consciamente da parte dello stesso Mao, ricoprì un’importanza fondamentale all’interno della storia del pensiero comunista cinese: non solo, infatti, consentì al Grande Timoniere di ampliare la propria sfera di influenza teorica come continuatore e, al tempo stesso, innovatore, ma aprì la strada, dopo la sua morte, a ulteriori modifiche sostanziali che, pur mutando notevolmente nella forma l’ideologia ufficiale, ripresero nella sostanza la stessa logica di tipo ricombinante per creare il nuovo Pensiero guida. Ciò che sarebbe stato impossibile in un contesto marxistico ortodosso, in Cina poté avvenire solo grazie al maoismo, inteso in questo caso come “ariete” scardinante la ferrea e rigorosa logica dialettica aristotelico-hegeliana-marxiana e, al contempo, aggiustatore dei relativi cocci in un disegno che sin da subito si discostava nettamente dall’originale e molto si accostava, invece, all’immagine storicamente data in Cina dell’utopia rivoluzionaria. Si badi inoltre a un ultimo dettaglio, anch’esso degno della massima attenzione: sarebbe errato immaginarsi, come invece fu raffigurato nella ricostruzione fattane a posteriori per quel periodo, una contrapposizione binaria e schematica fra “dogmatici”, ottusi occhialuti con la loro “mentalità libresca” e attenti ai diktat di Mosca da un lato, e “pragmatici” vicini al popolo e ai suoi bisogni dall’altro (oppure fra revisionisti e rivoluzionari, oppure fra ultrasinistra avventurista, ultradestra revisionista e linea della ragione rappresentata da un’ipotetica aurea mediocritas): questo è quanto poté raccontare la vulgata maoista, una volta giunta al potere, dal momento che era comodo creare una contrapposizione fittizia per poi legittimare la propria posizione di potere come la vittoria di una linea sull’altra. Anzitutto, le linee in quel periodo non erano due, ma molteplici, quasi come le leggendarie cento scuole in competizione durante gli Stati combattenti. La dialettica fra moderno e antico condizionò, infatti, il fiorire di numerose scuole di pensiero e linee di tendenza, ciascuna esprimente la propria sintesi di marxismo-leninismo di fonte moscovita, piuttosto che di anarco-sindacalismo mutuato negli anni di studio a Parigi, con diverse componenti significative di fonte tradizionale. Da questa constatazione, discende che la lettura della situazione e dei compiti attuali con un occhio sul passato e un altro su quando stava accadendo al Grande Fratello Maggiore ( lao dage 老大哥), ovvero l’URSS, fosse parte della riflessione di ogni dirigente comunista cinese, anche il più “ottuso” nell’eseguire ciecamente gli ordini del Comintern. Anche per questo motivo, occorre studiare a fondo gli anni Venti e Trenta in Cina onde per cui, nelle pagine che seguiranno, dopo una breve parte introduttiva ai fatti dell’Ottantanove, si cercherà accennare ad alcuni fra gli elementi significativi di quel processo di continuità e di rottura proprio della metamorfosi cinese. Tali tratti saranno utili a decodificare e interpretare alcuni eventi recenti e passati, fra cui anche gli stessi fatti accaduti in quell’anno. E’ un’analisi limitata, certo, alle dimensioni di un saggio, da integrare e ampliare fino a comprendere altri aspetti fondamentali della politica, della cultura e della società cinesi. Tuttavia, rappresenta un primo passo, delle cui imprecisioni ed errori chi scrive è ovviamente l’unico responsabile.

1. L’ultimo apporto in questo senso proviene dal recentissimo (e censuratissimo) libro intervista dell’allora sindaco di Pechino Chen Xitong, la cui pubblicazione è stata preceduta da una fiumana di dichiarazioni polemiche su quei giorni. YAO Jianfu [ 姚監 復], Conversazioni con Chen Xitong: i rumori della gente fondono il metallo, ma non intaccano la verità (陳希同親述——眾口鑠金難鑠真 Chen Xitong qinshu, zhongkou shuo jin nan shuo zhen), Hong Kong, Xin shiji chubanshe ( 新世紀出版社), 2012, pp. 280.

2. Tale concetto già appare in Mengzi, “Wan Zhang shang” (万章上), 5: 尧荐舜于天而天 受之,暴之于民而民受之. “Yao presentò Shun al Cielo e il Cielo lo accettò, quindi lo mostrò al popolo e il popolo lo accettò”. In Wujing Sishu quanyi ( 五经四书全译 ), traduzione e commento a cura di Chen Xianmin et al., 4 voll., Zhengzhou, Zhongzhou guji chubanshe (中州古籍出版), 2002.pp. 3392

3. Sempre Mencio è molto chiaro su questo punto: 是篡也,非天与也 “ Sarebbe usurpatore, e non assegnato dal Cielo”. In precedenza aveva anche affermato: “Il Cielo non parla, ma lo manifesta (il proprio mandato) attraverso la condotta personale e le azioni (del sovrano)” (天不言,以行与事示之而已矣。), ibidem.

4. Che, infatti, le inserì nel suo famoso scritto Sulla Contraddizione (Maodun lun, 矛盾论).

5. Диалектика требует всестороннего учета соотношений в их конкретном развитии, а не выдергивания кусочка одного, кусочка другого. V. I. Lenin, “Еще раз о профсоюзах, о текущем моменте и об ошибках тт. Троцкого и Бухарина” (Ancora una volta sui sindacati, sul momento attuale e sugli errori dei compagni Trotckij e Bucharin), Полное Собрание Сочинений [Opere complete], V ed., 55 voll., Moskva, Izdatel’stvo političeskoj literatury, 1979-83, vol. 42, p. 287.

6. abbr. di Gong Chan Dang 共产党, Partito Comunista di Cina.

7. Questo è l’argomento principale della mia Tesi di Dottorato. Paolo Selmi, Il substrato confuciano e tradizionale del “marxismo” di Mao Zedong, Napoli, Istituto Universitario L’Orientale, Dipartimento di Filosofia e Politica, Dottorato di Ricerca “Religioni, Filosofie e Teorie di Salvezza: Modelli di Pensiero e loro Trasformazioni ed Interazioni”, 2012, pp. 541.


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