Pubblichiamo un post del compagno Mario Gangarossa, che ben rappresenta l’orribile sensazione di corsa verso l’abisso che ci assale dopo l’ignobile voto del Parlamento Europeo.

Un Parlamento Europeo di “falchi”, che amministrerà il lento declino dell’imperialismo europeo.

Draghi ne ha scritto il necrologio. Un investimento di 800 miliardi, ogni anno, da finanziare in gran parte con “debito comune”, e il superamento delle spinte centrifughe con l’abolizione del diritto di veto, e pura speculazione accademica.

Lo stesso rilancio dell’industria bellica, l’unica che al momento fa da volano all’economia, è terreno di scontro e di “concorrenza” delle rispettive compagini nazionali. Terreno di divisione e non di unità.

L’Europa politica non esiste, è una finzione giuridica.

Esiste il mercato finanziario europeo, governato dalle banche private delle rispettive nazioni che si coordinano nel club della BCE, il cui unico obiettivo è garantire l’euro e il suo potere d’acquisto.

La Gran Bretagna se ne è andata per i fatti propri. Germania e Francia boccheggiano. L’Italia, il cui interscambio dipende essenzialmente da questi paesi, li seguirà a ruota.

L’unico punto unificante della coalizione che si raccoglie attorno alla Von der Leyen è la continuazione della guerra “fino alla vittoria”.

La politica estera europea finisce in mano all’estone Kaja Kallas e la difesa al lituano Andrius Kubilius.

Due messaggi politici chiari che vanno nella direzione del sabotaggio di ogni soluzione di compromesso della crisi ucraina.

Guerra fino alla vittoria senza nessuna capacità di costruire una economia e una unità politica in grado di sostenere i costi dello sforzo bellico.

I singoli imperialismi del vecchio continente sgomitano per guadagnarsi la loro parte di fetta di torta.

Il problema, per loro, è che sono imperialismi straccioni di fronte alle grandi superpotenze e rischiano di diventare essi stessi fette della torta.

Intanto si portano avanti con il lavoro blindando con le “leggi securitarie” (propedeutiche alla legge marziale) il loro fronte interno, consci che la guerra contro il nemico esterno aggraverà le contraddizioni interne e potrà diventare l’occasione per la loro messa in discussione.

Il dramma è che non c’è una mobilitazione contro la guerra adeguata alla gravità del momento.

Anzi, non c’è NESSUNA mobilitazione contro la guerra.

Di contro, e di positivo, non c’è nessuna mobilitazione a favore della guerra.

Al contrario delle passate guerre europee, questa guerra, non ha un consenso di massa.

E semmai, la crisi che ha indotto nell’economia delle nazioni del vecchio continente, la rendono impopolare e spingono le opinioni pubbliche a “tifare” per il nemico e a premiare le forze politiche che con il nemico vogliono un compromesso e non il conflitto.

Il dramma vero è che non esiste uno straccio di strategia che metta al centro dell’iniziativa dei residuali “piccoli gruppi compatti” la guerra e le sue conseguenze.

Né una forza politica, sia pure piccola e minoritaria, capace di diventare un punto di riferimento per chi ritiene che la guerra sia il “male assoluto” perché abbrutisce le coscienze di chi la fa e di chi la subisce.

Nessuno capace di aggregare attorno all’unica parole d’ordine unificante e “progressista”. Pace e pane.

Facendo strame del ciarpame ideologico che ha condotto la “sinistra” a essere ancella della propria – o dell’altrui – borghesia.

Ma se non c’è nessuno capace di fermare questa “inutile strage” di proletari che, in Europa, ha già prodotto un milione fra morti e feriti, sarà la guerra stessa a produrre i suoi anticorpi.

La coscienza è SEMPRE il prodotto dell’esperienza, individuale e collettiva. E la coscienza cambia col cambiare delle condizioni oggettive in cui si è costretti a vivere.

Essere costretti a mettersi una divisa e andare a ammazzare o a essere ammazzati pone la questione della propria sopravvivenza. Vivere o crepare.

Pensate che quel milione di morti e feriti che finora ha prodotto la guerra ucraina non lascerà tracce indelebili nei due paesi coinvolti?

Le masse di proletari che a piazza Venezia inneggiavano al duce e alla guerra sono le stesse che lo sputacchiavano a piazzale Loreto. In mezzo ci fu la “ritirata di Russia” con 90mila morti e i bombardamenti sulle città. La fame degli “sfollati”.

La guerra “educa” e trasforma chi la fa e chi la subisce.

Io tifo per la sconfitta di chi combatte le guerre. Per la disfatta, per i disastri militari, per i depositi di armi che vanno in fumo, per le ritirate, per le diserzioni di massa, per la resa al nemico.

Per chi scappa dalla guerra e “invade” con il suo carico di rabbia e di dolore le città dei briganti che la guerra l’hanno voluta.

Poi, può anche essere che ciò non produca i risultati sperati. Ma l’alternativa è una sola, la fine dell’umanità.

E quindi, in ogni caso, vale la pena condurre la propria battaglia contro i “partigiani” delle opposte oligarchie.

Contro il NAZIONALISMO che avvelena e conduce al suicidio, in qualsiasi salsa ci venga presentato e sotto qualsiasi bandiera si camuffi.

In attesa della presa del Palazzo d’Inverno ci accontentiamo di Caporetto, coscienti che la sconfitta dei propri generali e la disfatta della propria borghesia è l’unica “tappa necessaria”, l’unico “obiettivo intermedio”, sulla strada per la rivoluzione sociale.

Mario Gangarossa


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